Natale in casa Cupiello: il dramma del sognatore Lucariello

Il Natale partenopeo ha il sapore degli struffoli, il profumo dei mandarini, delle scorze degli agrumi che ardono nelle fiamme del camino. E ha una voce, inconfondibile, che da più di mezzo secolo entra nelle case per rammentare ai napoletani che il miracolo del Bambiniello si sta per rinnovare: «te piace ‘o Presebbio, eh?»
La voce è quella del mitico Eduardo; la domanda del fanciullesco Lucariello del celeberrimo Natale in casa Cupiello.

Tragicommedia dalle sfumature farsesche, Natale in casa Cupiello è un classico vero e proprio, un vessillo di tradizioni imperiture che trova completa realizzazione soltanto dopo più di un decennio di studi e sperimentazione.     

Un parto – così come lo definisce lo stesso Eduardo – che ha inizio nel ’31  per concludersi nel ’43, quando al capolinea giungeva pure il sodalizio artistico con il fratello Peppino. Un parto che dà vita al dramma di un singolo che finisce poi per investire l’universo intero, ignaro della magia natalizia, della poesia della vita. 

Poesia che si perde, fin dalla scena iniziale, nel fondo buio di una tazza di caffè che Lucariello, assonnato e infreddolito, proprio non riesce a bere: una bella schifezza preparata dalla moglie Concetta che applica l’arte del risparmio, dell’arrangiarsi proprio alla preparazione di quella bevanda che a Napoli è un piacere sacro, intoccabile. 

Come intoccabile è ‘o presebbio, che il protagonista si accinge a preparare con devozione, nonostante le rimostranze della consorte e del figlio Tommasino, uno scalmanato cresciuto per la galera sul quale non esercitano alcun fascino le montagne innevate e la cascata d’acqua vera della costruzione del padre. A lui, cacciatore di cinque lire, cappotti e scarpe da vendere, il presepe proprio non piace. 

Ed è effettivamente lo scontro, di linguaggio e di sentimenti, tra Lucariello e Tommasino a costituire il centro di quest’opera che, con il suo riso malinconico, ci accompagna lungo le feste. Ad animare Natale in casa Cupiello è, difatti, un’opposizione tra generazioni, tra un vecchio bambino che non ha ancora imparato a distinguere i sogni dalla realtà, e un bambino adulto che ha bruciato in fretta la sua ingenuità e che, pertanto, più non si stupisce dinnanzi alla bellezza. 

Ma a essere ai poli estremi non sono soltanto il padre e il figlio: Lucariello è solo contro tutti; incompreso, si isola dalla famiglia che, a sua volta, lo esclude dagli eventi e dai fatti salienti che la agitano. La frattura con il ristretto ambiente circostante, semplicemente percepibile nel primo atto, si fa visibile e concreta nel secondo, quando il pater familias insiste affinché resti a cena Vittorio, ai suoi occhi il buon amico di Tommasino, a quelli degli altri l’amante della figlia Ninuccia, maritata con Nicolino, il quale verrà a conoscenza della tresca grazie a una lettera consegnatagli dallo stesso Lucariello che, quanto lui, è all’oscuro di tutto. 

La scoperta della verità sarà poi come ingoiare l’amaro e acquoso caffè di Concetta: di colpo, farà ntussecà l’anima candida del protagonista, illusosi finora di essere stato l’artefice di un nido perfetto, felice, come quello riprodotto nella grotta della sua amata creazione, rifugio dai problemi, dalla crudezza del quotidiano, mandato in frantumi, simbolicamente e letteralmente, da Ninuccia, che dirige il viaggio esistenziale del genitore verso il più assoluto disincanto. 

Il terzo atto di Natale in casa Cupiello sarà dunque l’epilogo della tragedia di un antieroe, un Don Chisciotte il cui corpo, pur di non accettare la bruttezza del microcosmo in cui vive, cede alle allucinazioni, alle storpiature verbali e agli impedimenti motori di un forte ictus. E nello stato confusionario della malattia finisce per benedire l’unione dei due amanti, scambiando Vittorio per Nicolino e facendosi promettere da quello che crede suo genero amore eterno per Ninuccia. 

La verità ancora una volta si allontana dal protagonista, mentre la morte con la sua ombra si avvicina: a salvare Lucariello può essere soltanto un miracolo, un miracolo che in qualche modo avviene: alla ricorrente domanda «te piace ‘o Presebbio?» Tommasino, commosso, finalmente risponde di sì, dando al padre la possibilità di lasciare questa terra con lo spirito bambino che sempre l’ha contraddistinto. 

«Ottenuto il sospirato “si”, Luca disperde lo sguardo lontano, come per inseguire una visione incantevole: un Presepe grande come il mondo, sul quale scorge il brulichio festoso di uomini veri, ma piccoli piccoli, che si danno un dà fare incredibile per giungere in fretta alla capanna, dove un vero asinello e una vera mucca, piccoli anch’essi come gli uomini, stanno riscaldando con i loro fiati un Gesù bambino grande grande che palpita e piange, come piangerebbe un qualunque neonato piccolo piccolo…»

Una visione, dunque, chiude il testo di Natale in casa Cupiello, a rimarcare ulteriormente l’ostinazione della maschera eduardiana nel non volere oltrepassare, né da sano né da moribondo, i limiti del suo regno fatato, fatto di gente che non smette di sognare, né di avere fiducia nel prodigio della rinascita. 

Anna Gilda Scafaro

2 Commenti

  1. Non sono completamente d’accordo con la tua analisi ma complimenti per la tua capacità di far comprendere un grande dramma come quello di Lucariello con parole semplici ed efficaci . Scrivi davvero bene,complimenti davvero 🙂

    • Grazie di cuore, Giusy, sei gentilissima. Qual è la tua visione di Natale in casa Cupiello? Confrontarsi con le interpretazioni altrui è sempre un bene, un’occasione di crescita. Grazie nuovamente per le belle parole, ti auguro buone feste.

      Anna Gilda

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