Martina PD

All’indomani dell’insuccesso elettorale, il PD raccoglieva i cocci e sostituiva il dimissionario Renzi con Maurizio Martina, confidando ancora una volta in un volto giovane dai modi garbati e la fede all’anulare. A sua volta Martina, tra un coccio e l’altro, metteva subito in chiaro che il PD non avrebbe sostenuto i governi 5S e Lega e motivava così la linea adottata:

«Perché noi siamo stati sconfitti e quindi eserciteremo la nostra responsabilità verso il Paese facendo la minoranza parlamentare. Tocca ad altri l’onere e l’onore di governare questo Paese, e devono dire chiaramente come intendono farlo».

[Maurizio Martina, intervista del TG1, 12/03/18]

Il messaggio era dunque chiarissimo: chi sino a quel momento s’era fatto portavoce di slogan di lì in avanti avrebbe dovuto farsi portavoce di fatti – il Partito Democratico avrebbe aspettato e osservato, (s)comodamente seduto sul lato dell’opposizione.

Il PD all’opposizione e la sinistra a casa

La strategia adottata da questo scombussolato centrosinistra è dunque quella di lasciare che la barca vada e aspettare con pazienza che affondi. Una strategia simile, tuttavia, ha dato ampio spazio di manovra all’inedita barca, che ha potuto iniziare senza alcun problema la propria traversata e, allo stato attuale, rischia anche di attraccare al porto destinato sana e salva.

Fuori di metafora, siamo dunque in presenza di due ordini di problemi tra loro interconnessi: il primo è che l’auto-esclusione del PD ha consegnato l’Italia a partiti che hanno tutto l’interesse a sfruttare questa legislatura per mettere in atto politiche escludenti; il secondo è che queste politiche, infiocchettate come sono dalla propaganda, continuano ad accumulare consensi da parte della cittadinanza – consensi che potrebbero venire meno quando queste saranno già state attuate.

Beninteso, l’analisi portata avanti non identifica nel Partito Democratico quella che sarebbe dovuta essere la più valida alternativa in sede elettorale, ma un interlocutore mancato all’atto di formazione del Governo, uno che con il suo 18,7% (che aumenta a 22,8% se si prende in esame l’intera coalizione di centrosinistra) avrebbe potuto rappresentare l’opzione moderata ed europeista utile a controbilanciare, o addirittura escludere, quella estremista e nazionalista rappresentata dalla Lega.

In questa presunzione di scenario va necessariamente inclusa la natura incoerente del M5S, che non essendo né di destra né di sinistra sembra essere strutturato per adattarsi all’ambiente che lo circonda: ora che l’ambiente ha svoltato a destra, il Movimento supporta questo tipo di politiche; è dunque ragionevole ipotizzare che, qualora avesse stipulato un accordo con il PD anziché con la Lega, ne avrebbe condivise anche le idee.

Le ragioni del PD (e del centrosinistra)

Ora, non è che il PD non fosse a conoscenza di queste dinamiche, è che ha scelto di agire in maniera diversa, adottando la logica del massimo utile in una situazione di palese svantaggio.
Questo è risultato evidente sin dalla campagna elettorale che precedeva il 4 marzo: gli esponenti più in vista della coalizione di centrosinistra non hanno mai mancato di sottolineare la differenza tra i loro approcci e le loro idee rispetto a quelli dei rivali di spicco.

Le tre parole chiave della propaganda del centrosinistra sono allora state “onestà”, “civile” ed “Europa”, laddove il primo termine corrispondeva a un programma elettorale attuabile – non vi racconteremo favole per farvi felici, insomma –, il secondo alla galassia dei diritti umani e civili, il terzo al principio di salvaguardia dell’Unione. A prima vista, e con le dovutissime differenze, si è trattato quasi di una campagna alla Macron, ma lui dalla sua aveva il volto nuovo che mancava completamente a qualsivoglia esponente del centrosinistra italiano.

Questa coalizione, dunque, era consapevole di avere molti voti a rischio in quella tornata elettorale, ed è in ragione di tale consapevolezza che è subentrata la strategia volta a coltivare il massimo utile sul lungo periodo: iniziare a rimarcare le differenze tra noi e loro (il centrodestra, il Movimento) sin dal principio, per poi proseguire su questa linea con convinzione, rinunciando alla possibilità di governare in compagnia allo scopo di riconquistare voti a seguito del fallimento altrui.

Tendere la mano ai 5S non era strategico, ma etico

È tanto banale quanto vero che non avrebbe raccolto molti consensi un’ipotetica stretta di mano tra Martina e Di Maio, eppure sarebbe stato un atto di grande responsabilità politica nei confronti dell’Italia – quella che non vuole sentir parlare di famiglie, pro life e disuguaglianze, quella cui il centrosinistra dice di rivolgersi.
Un atto che avrebbe impedito a una certa corrente estremista di aggiungere anche questa nazione alla propria collezione, che s’allarga a macchia d’olio in Europa e nel mondo – sfruttando ovunque le crepe della società.

Certo, non sarebbe stato un passo risolutivo dei problemi né avrebbe diminuito dall’oggi al domani la fiducia che parte della cittadinanza ripone nelle idee veicolate dalla Lega, ma avrebbe impedito che queste idee si tramutassero in piani e progetti da attuare, in una linea di pensiero e condotta tesa a identificare l’Italia sul palcoscenico internazionale.

Il Partito Democratico, percentuali post-elezioni alla mano, era l’unica realtà politica che avrebbe potuto inserirsi nel dialogo tra Movimento e Lega, suggerendo una rotta diversa a quella barca pronta a salpare. Una rotta che sarebbe stata di certo criticabile, che non avrebbe sodisfatto tutti – parte della cittadinanza in primis –, ma avrebbe evitato la formazione di un governo che invoca un cambiamento rétro.

In sostanza, anziché il massimo utile sul lungo periodo, la scelta sarebbe dovuta ricadere sul male minore sul breve periodo – per quanto vada ammesso che supportare il male minore sia ben poco edificante in un mondo ideale, ma il nostro mondo è reale e segue trame a esso congeniali.

A riguardo, è ovvio, il rischio più grande sarebbe stato sempre lo stesso: essere in prima linea chiama a sé le critiche, mentre chi è seduto in attesa gode di stima riflessa. Il punto è che scegliere di fare politica, di rappresentare altri al di fuori di se stessi, è un atto di profonda responsabilità e dovrebbe essere guidato dai principi dell’etica e dell’altruismo – del bene più grande, che in questo caso è da intendersi come l’arginare la diffidenza, l’astio e il rifiuto nei confronti del diverso da sé –, non dalla brama di supremazia.

Rosa Ciglio

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Scrive perché convinta che informazione, riflessione e confronto siano tra le fondamenta di una società. Si occupa principalmente di diritti e politica.