Reddito di Cittadinanza sudditanza consumismo
"L'accumulazione di ricchezza all'uno dei poli è dunque, al tempo stesso, accumulazione di miseria, tormento di lavoro, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto". K. Marx

Nel gennaio del 2014, Renzi annunciava la mancia elettorale di 80 euro al mese in busta paga, nove miliardi di euro complessivi, destinata agli operai e agli impiegati, in vista delle elezioni europee che si sarebbero tenute a maggio dello stesso anno. Il populismo liberale condusse il PD a un vero trionfo alle elezioni: il 40,8% e oltre 11 milioni di voti. Ma una mano dà e una mano toglie. Era stato già approvato il decreto Poletti che liberalizzava il contratto a termine, eliminando la necessità della causale, e si sarebbe emanata la legge delega del Jobs Act, sancendo definitivamente, dopo i vari tentativi di Berlusconi e di Monti, l’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a favore della libertà assoluta di licenziamento illegittimo. I  padroni ottennero la libertà di licenziamento, gli sgravi contributivi per il contratto a indennità crescenti e persino il finanziamento di fatto dei rinnovi contrattuali. Da lì in poi sarebbe cresciuta in maniera paurosa la povertà,  l’esclusione sociale, la disuguaglianza nei redditi. Gennaio 2019, Di Maio e Salvini  auspicano altro consenso per alimentare il populismo di destra in prossimità delle elezioni europee. Ma la lotta interna è aspra soprattutto sul reddito di cittadinanza e sulle pensioni d’invalidità.  

La propaganda sovranista del governo giallo–verde cerca di mascherare il pieno allineamento ai parametri dell’UE della manovra di bilancio approvata, infatti le norme previste non rappresentano affatto una svolta sul piano economico e sociale rispetto alle politiche liberiste dell’austerità perpetrate in Italia negli ultimi anni. In fin dei conti l’avanzo primario definitivamente programmato per il triennio è in linea con quello dei governi precedenti, attorno alla media del 2%, per cui, al netto degli interessi, le entrate continuano a essere superiori alle spese.

La negoziazione con l’UE ha smorzato il trionfalismo dei  populisti, per cui resta l’obiettivo programmato della riduzione del debito, con l’impegno oneroso di 18 miliardi di introiti da privatizzazioni all’anno, nonché quello della riduzione del deficit strutturale, che ha ridotto buona parte del finanziamento del fantomatico reddito di cittadinanza, poi tagli all’istruzione e alla sanità, e in aggiunta l’incremento, impressionante, per circa 52 miliardi delle clausole di salvaguardia sull’aumento dell’IVA. Populismo e austerità.

Il reddito di cittadinanza rientra in una politica nazionalista che deliberatamente non affronta alla radice le ingiustizie socio–economiche, è una necessità di mitigare le scelleratezze delle politiche economiche liberiste. Lo Stato interviene a risollevare momentaneamente alcune fasce sociali da condizioni d’indigenza e disperazione, un’elemosina paternalistica di Stato che non sradica minimamente la povertà. Attraverso la visione dello Stato Etico s’introduce un patto di lavoro in funzione della gerarchizzazione, sorveglianza e punizione. Sconquassa la già precaria struttura occupazionale e salariale. Abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza, e fa dipendere il diritto di esistenza da un sussidio che serve ai padroni.

La cifra è di 780 euro a persona (pari alla soglia di povertà assoluta) che aumenta al crescere dei componenti del nucleo familiare sulla base dei tabellari Istat. Inoltre la bozza di decreto prevede che possano beneficiarne solo chi risulti residente in Italia in via continuativa da almeno 10 anni al momento della presentazione della domanda. La discriminante di nazionalità penalizzerà gli stranieri comunitari ed extracomunitari e, paradossalmente, anche gli italiani residenti all’estero (5 milioni), poveri e beffati in caso di rientro. Dunque il populismo non concede né la cittadinanza né il reddito. Un razzismo intollerabile e incostituzionale. Inoltre, il reddito di cittadinanza non può essere utilizzato come risparmio per i bisogni futuri delle famiglie povere; piuttosto deve essere consumato nella sua interezza in ciascun mese, pena la sua decadenza. È ovvio che di fronte a un reddito così insufficiente per i più minimi bisogni di sussistenza, il risparmio è improbabile. Ciò nonostante l’interesse della classe imprenditoriale alla ripresa dei consumi è più rilevante di quello del risparmio. 

Consumo forzato di cittadinanza.

I 2 miliardi destinati al potenziamento dei Centri per l’impiego e all’introduzione dei navigator, hanno lo scopo di incrementare misure di controllo sociale dei comportamenti dei poveri, indirizzarli sulla retta via, obbligarli a fornire gratuitamente 8 ore di lavoro socialmente utili nel comune di residenza. In altre parole, fare da cerbero ai cosiddetti «fannulloni», previa la revoca del sussidio.  È qui presente un vecchio retaggio culturale, classista e aristocratico, secondo il quale i  poveri non sono in grado di essere autonomi nelle scelte di vita e di consumo ma necessitano di una guida morale. Una vera e propria governante della povertà col fine di creare un sistema di workfare: minima e insufficiente protezione sociale di ultima istanza in cambio di coazione al lavoro in funzione di un ricatto occupazionale.

In assenza di qualsiasi misura di introduzione di un salario minimo orario, su base orario, un reddito insufficiente a uscire dalla povertà relativa e condizionato dall’obbligo di prestazioni lavorative gratuite e/o sottopagate non è altro che l’anticamera per sviluppare un business della povertà così come è stato creato con i migranti. Una biopolitica dell’accumulazione sulla pelle di chi ha bisogno e si trova nella condizione del massimo ricatto. Un reddito di sudditanza che prevede un contratto capestro, infatti in base alle modalità di ottenimento del reddito si è obbligati ad accettare una delle tre proposte di lavoro ricevute,  purtroppo nelle regioni meridionali le offerte di lavoro scarseggiano e, vista la recessione, è probabile che diminuiranno ancora di più. Ciò palesa la concreta possibilità di dover accettare una domanda di lavoro al Nord, presumibilmente con un salario reale ben al di sotto della soglia di povertà con contratti di lavoro precari e dequalificati. Si tratterebbe di uscire dalla porta della povertà della disoccupazione nel Sud per entrare dalla finestra della povertà della classe lavoratrice al Nord.  Un’ulteriore dicotomia tra Nord e Sud.

Il populismo della destra ha sempre dovuto scongiurare la ribellione sociale e garantire i profitti della classe imprenditoriale. Infatti in caso di assunzione, il reddito di cittadinanza si trasferisce magicamente all’azienda come sgravio contributivo, sino al massimo delle diciotto mensilità. Mentre il lavoratore povero è costretto ad accettare la precarietà salariale e contrattuale del Jobs Act, l’impresa ottiene dallo Stato il finanziamento di 2/3 del suo salario netto. Si produce un ulteriore spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto. Il reddito di cittadinanza, infatti, sarà finanziato dalla fiscalità generale, gravando, quindi, in modo particolare sul reddito da lavoro. Si produce, quindi, una redistribuzione dentro la stessa classe lavoratrice. Quest’ultimi finanzieranno i profitti delle imprese e il deficit dello Stato. Altro che misura antipovertà, tutto ciò legittima una sistema produttivo che sfrutta e brutalizza i lavoratori.

Il reddito di cittadinanza servirà ad assicurare la sopravvivenza minima dell’individuo.  I poveri non devono uscire dalla povertà, devono solo desiderare ansiosamente di potersi liberare dalla condizione di bisogno per fungere da riserva di mano d’opera e di consensi elettorali. Perciò i poveri devono, al massimo, sopravvivere per riprodurre gli stessi rapporti sociali di sfruttamento utili al capitale.

Scisse W. Benjamin: «Il capitalismo è un culto che non consente espiazione, ma produce esclusivamente colpa e debito».

Gianmario Sabini

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Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano, peccato c'abbia pensato già T. S. Eliot a scrivere "Waste Land", sono giunto con ispirazione tardiva. Sono un ramingo laureatosi in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro in particolar modo Nietzsche e Marx, e amo anche le percussioni, un po' meno il metronomo. Comunque l'oggetto di studio che più mi affascina e terrorizza, al contempo, è l'essere umano; ma voi lettori potete star tranquilli, cercherò di non influenzarvi con i miei disagi esistenziali. Ma qualora qualcuno di voi volesse incontrarmi, mi troverebbe a casa seduto, fumando la pipa e sorseggiando un buon scotch oppure, per vostra fortuna, potrei essermi semplicemente perso. ''Je est un autre''…

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