Dal punto di vista giuridico, il “decreto legge sicurezza” rappresenta un pacchetto di norme che vadano a modificare e ampliare sia il Codice penale che il Codice di procedura penale. Dal punto di vista sociale, il DDL rappresenta la morte della libertà, sotto scroscianti applausi.
Il Decreto Sicurezza è figlio prediletto del populismo
Può essere pacificamente affermato che da diversi anni l’Italia sia uno Stato in cui proliferano partiti e governi di impostazione neopopulista. Nei diciotto esecutivi susseguitisi negli ultimi trent’anni, difatti, ad avere maggior successo e consensi sono stati quei Presidenti del Consiglio fortemente legati alla legittimazione popolare, che di volta in volta si sono erti a paladini del popolo, quasi a rappresentare il deus ex machina in grado di traghettare il Paese fuori dalle diverse crisi socioeconomiche che hanno interessato l’intero occidente. Il neopopulismo non è più un fenomeno volto ad assestare una scossa al sistema tradizionale, per poi ritirarsi, ma rappresenta oggi una vera e propria alternativa politica a cui affidare ruoli primari e dalla lunga durata; tale impostazione è sicuramente stata ereditata dal continente americano, dove prima il populismo e poi il neopopulismo hanno assunto ruolo primario nelle dinamiche politiche a partire dal XX secolo. Caratteristica di ogni Governo neopopulista sta nell’avere una battaglia da perseguire agli occhi dei propri sostenitori. Per l’Esecutivo Conte si trattava della lotta alle ingiustizie sociali ed economiche, per i Governi Berlusconi punto focale di tutte le campagne elettorali fu l’occupazione e i sussidi per investitori, commercianti e aziende.
Se il neopopulismo è in mano ai neofascisti
Per il Governo Meloni, il più populista tra gli esecutivi nella storia repubblicana, è invece essenziale porsi come punto di riferimento – oltre che per la protezione dell’italianità e del patriottismo (salvo poi indossare t-shirt con la faccia di un dittatore russo o figurare in files di miliardari statunitensi per accrescere il proprio potere a livello europeo) – soprattutto in materia di sicurezza; e la sicurezza dei cittadini italiani sarebbe garantita dal legittimare le forze dell’ordine in ogni loro azione, e dal mostrare il pugno di ferro contro i tradizionali nemici dell’estrema destra: manifestanti, stranieri, emarginati sociali. In tal senso, è stato presentato in Parlamento il 22 gennaio del 2024, approvato dalla Camera dei deputati il 18 settembre dello stesso anno e dal Senato nel giugno 2025, il disegno di legge concernente “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”, proposto dai ministri Crosetto, Nordio e Piantedosi.
Il corpus normativo, più che un effetto deterrente sugli interessati, ha prodotto un ulteriore aggravarsi della già evidente tensione tra differenti gruppi sociali presenti all’interno del Paese. Lo Stato si è auto-investito di una posizione da dispensatore di giustizia attraverso un ferreo giustizialismo, soprassedendo sulle cause scatenanti di determinati fenomeni e azioni che interessano chi vive sul territorio italiano. Se già per quanto riguarda l’aspetto giuridico il testo sembrerebbe andare in contrapposizione con diverse disposizioni comunitarie, come l’art. 2 del TUE e gli artt. 11 e 12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, anche nei fatti, di miglioramenti evidenti con l’applicazione del Decreto, non se ne sono visti: le persone si sentono meno al sicuro, soprattutto se giovani, donne, e residenti nelle grandi città; nelle carceri, le condizioni ormai disumane producono sempre più situazioni critiche, collettive ma anche individuali, con episodi crescenti di autolesionismo e suicidio; le manifestazioni diventano sempre più violente, con la nascita di gruppi antagonisti e crescenti abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, anche contro manifestanti pacifici, giornalisti, fotografi.
Nonostante il fallimento dei precedenti pacchetti normativi nel garantire una reale sicurezza sociale, l’inizio del 2026 ha comunque confermato la volontà governativa di procedere per slogan repressivi piuttosto che per soluzioni strutturali. È apparso evidente come la priorità non sia rispondere alle emergenze reali del Paese (dissesto idrogeologico, razzismo e machismo sistemici, omofobia di Stato, criminalità, morti sul lavoro, discrepanza tra aumento dei prezzi e salari, mancanza di reale integrazione per migranti e italiani di seconda e terza generazione), ma alimentare la macchina del controllo. Per dare il via a questa ulteriore ondata di provvedimenti di stampo dittatoriale, il Governo ha propagandisticamente e cinicamente sfruttato come miccia gli scontri tra manifestanti e polizia avvenuti a Torino negli ultimi giorni. Questi stessi episodi sono diventati il pretesto perfetto, con il nuovo decreto-legge di febbraio 2026 elaborato non in risposta alla criminalità, ma piuttosto al dissenso. Le foto degli agenti feriti a Torino (alcune di queste, va detto, modificate con intelligenza artificiale) sono state pubblicate dalle pagine social delle istituzioni; i poliziotti coinvolti sono stati intervistati dai maggiori quotidiani italiani e raggiunti prontamente dalla Presidente del Consiglio (decisamente più svelta nel recarsi dai due agenti tramortiti che a Niscemi), che ha invocato una necessità impellente, tra le acclamazioni e le suppliche dei suoi elettori, di approvare al più presto le nuove modifiche.
La Costituzione manganellata e il Presidente protettore
Fortunatamente, la marcia verso un modello di democrazia illiberale ha trovato un ostacolo nei corridoi del Quirinale. Il Presidente Sergio Mattarella, esercitando il suo ruolo di garante, ha posto un fermo richiamo all’Esecutivo, invocando il rispetto degli Articoli 3 e 13 della Costituzione, fortemente delegittimati da alcune disposizioni previste nel nuovo “pacchetto sicurezza”.
Il tentativo di introdurre il “fermo preventivo” per i manifestanti, una misura che avrebbe permesso alle forze di polizia di privare della libertà un cittadino per 12 ore sulla base di un mero “sospetto”, è stato individuato come una violazione diretta dell’Articolo 13. Trasformare la polizia da organo di controllo a “giudice preventivo” segnerebbe il passaggio definitivo dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, dove la detenzione non segue più il crimine, ma precede l’intenzione eventuale. Parallelamente, la proposta di uno “scudo penale” per gli operatori di pubblica sicurezza ha fatto tremare il principio di uguaglianza sancito dall’Articolo 3. Il monito del Colle è stato netto: non possono esistere zone d’ombra giuridiche in cui l’obbligo di rispondere delle proprie azioni è messo da parte in nome di un bene superiore.
La democrazia italiana, pur sotto assedio, per ora sembra aver trovato nel richiamo costituzionale la forza per ribadire che la sicurezza non può mai essere il paravento dietro cui nascondere la fine della libertà.
Parlare di dittatura non è da paranoici
Nonostante l’azione salvifica del Presidente Mattarella, è tuttavia chiaro che ormai la macchina con a bordo chi punta a trasformare il Bel Paese in uno Stato di polizia sia su un rettilineo che non sarà facile transennare. Mattarella non potrà opporsi all’infinito a una approvazione del testo (art.74 Cost.) e in futuro, quando è possibile che verranno approvati da Camera e Senato altri obbrobri legislativi assassini dello Stato di diritto, è probabile che al Quirinale non siederà un uomo di legge, fedele alla Costituzione, ma qualcuno di più propenso alla repressione, alla violenza e al ritorno ai periodi più oscuri dell’Italia prerepubblicana.
Anna Farina
















































