Il brainch della domenica - Marielle, Ahed, e le donne che salveranno il mondo

Il brainch della domenica: Marielle, Ahed, Zehra e le donne che salveranno il mondo

Questa è una storia di musica, danza, pittura, poesia; una storia di tutte le arti che nel fertile grembo del tempo prendono vita e si fanno di carne e di lotta, capelli e sorrisi, libertà e resistenza. È anche una storia di furia e soprusi, quella di Marielle Franco, Ahed Tamimi, Zehra Dogan, e le donne che omaggiano il mondo del loro fulgido esempio.

Il Brainch della domenica
Illustrazione a cura di Antonella Monticelli

Cari lettori,
forse ad alcuni di voi questi nomi suoneranno bizzarri od estranei, ma è notizia recente che si dipana come un filo di Arianna e ci giunge lontana come un’eco sfumata, dopo aver traversato ogni oceano e deserto per offrirsi a noi come un dono prezioso.

Sono le voci di donne straordinarie nella loro stentorea semplicità, ornate dell’incantevole bellezza delle idee e di un coraggio libero e sfacciato che le ha rese gli emblemi di popolazioni e generazioni, ispirando coscienze vicine e lontane come un vento alitato dalla speranza. Quella di esistere e resistere, afferrare con dita salde la consapevolezza di essere poco più che minuscoli grani di polvere al cospetto dei violenti titani del totalitarismo, dell’imperialismo e dell’autoritarismo.

Marielle, Ahed, Zehra hanno storie tra loro profondamente diverse: le accomuna eppure, oltre al fatto di essere donne, il destino che le ha volute allo stesso tempo ostaggio e simbolo di una sorte collettiva, che si consuma nel sangue e nella violenza, ma rifiorisce nelle loro immagini.

Marielle, presente!

Aveva solo 38 anni ed era stata da poco eletta consigliera comunale a Rio de Janeiro, Marielle Franco. Attivista per i diritti umani e per la comunità lgbt, una vita di scelte difficili spesa al servizio del prossimo senza mai voltarsi indietro, senza remore. Si era spesso battuta contro il razzismo e le discriminazioni, Marielle, e stava documentando i soprusi della polizia nelle favelas brasiliane. Fino a diventare un personaggio troppo scomodo.

Ogni anno in Brasile vengono compiuti decine di migliaia di omicidi. Nel solo 2016, oltre sessantamila. Di questi, oltre quattromila causati dalla polizia, sguinzagliata dal presidente Temer per reprimere e seppellire la violenza sotto altra violenza.

“Quanti ancora devono morire prima che questa guerra finisca?”, aveva scritto di recente Marielle.

E la sera del 14 marzo, raggiunta da alcuni sicari che hanno affiancato l’auto su cui viaggiava, è stata uccisa con quattro colpi di pistola alla testa. Un episodio descritto come una vera e propria esecuzione. Brutale, spietata, priva di senso e di compassione.

Marielle, Presente! Uno dei tanti murales per ricordare l'attivista
Marielle, Presente! Uno dei tanti murales per ricordare l’attivista

Ha lasciato una compagna e una figlia. Ma per lei, decine di migliaia di persone si sono mobilitate, invadendo pacificamente le strade di Rio al grido di “Marielle, presente!” per rendere eterna la sua testimonianza e rammentare ancora una volta che cercare di fermare un’idea con una vile pallottola è come cercare di fermare il vento con le mani.

Un vento che adesso accarezza i vicoli squallidi e angusti che erano la sua casa e il ricordo di lei che ad ogni angolo assume un diverso colore: e l’arcobaleno assomiglia incredibilmente alla luce che aveva negli occhi.

Il ruggito di Ahed

Forse il suo volto è il più noto fra tutti, perché da anni è vessillo di una causa a noi più vicina. Quello sguardo impavido e fiero e i capelli folti e dorati fanno di lei la leonessa che ruggisce a difesa di una terra e di un popolo.

Ahed Tamimi, appena 17 anni, è il bocciolo fiorente di una famiglia stabilitasi in Palestina da secoli, e vittima come tante altre dell’invasione. Fu imprigionata dalle autorità israeliane per aver reagito “in modo violento”, schiaffeggiando un soldato, al ferimento di suo cugino. Di recente, i legali hanno ottenuto per lei uno sconto di pena e patteggiato otto mesi di detenzione come risultato di un accordo considerato il male minore.

Dei rischi che i palestinesi corrono nel concreto del quotidiano si è già detto a iosa. Dell’occupazione, dei bombardamenti e dei massacri altrettanto. Ma la storia di Ahed, che ha origini lontane ed è diventata la paladina della resistenza palestinese, ci spalanca gli occhi su alcuni dei numerosi strumenti di repressione che la violenza sionista mette in atto ogni giorno.

Il murale dedicato alla giovane Ahed Tamimi in Palestina
Il murale dedicato alla giovane Ahed Tamimi in Palestina

Come Ahed, infatti, centinaia di minori palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane per futili motivi o a scopo preventivo, in spregio del diritto internazionale e con la compiacenza vigliacca degli Stati Uniti. Un vero e proprio stillicidio contro cui spesso gli abitanti di Gaza e dintorni nulla possono, costretti a chinare il capo e spesso a perire come insignificanti pedine di una scacchiera, fagocitate da una Regina avida di morte e distruzione.

Ecco perché quel gesto innocuo e al tempo stesso così pregno di significato, quello schiaffo di una giovane e indifesa fanciulla al soldato armato fino ai denti è molto più di un capriccio dettato dall’indisciplina: è l’umanità che alza lo sguardo e spezza le catene dell’asservimento; è il condensarsi di secoli di lotte nel palmo orgoglioso colorito da vene in cui pulsa il sangue della ribellione; è l’eroismo dell’impossibile, ciò che rende vana ogni prepotenza e misera ogni arroganza condotta col favore delle armi. È il ruggito della libertà che nessuna galera potrà mai ammutolire.

#Free Zehra Dogan, manifesto di un’epoca

L’artista e giornalista Zehra Dogan è rimasta sconosciuta ai più fin quando Banksy, il più celebre street artist del mondo, ha deciso di dedicarle un murale a Manhattan con cui ne simboleggia i giorni di prigionia e ne chiede la liberazione.

Il murale di Banksy per Zehra Dogan a Manhattan
Il murale di Banksy per Zehra Dogan a Manhattan

Direttrice di un’agenzia di stampa curda con personale composto da sole donne, Zehra è stata a suo modo vittima della prepotenza di Erdogan. Per aver dipinto un murale in cui ritraeva la città di Nusaybin distrutta dall’esercito turco, ed averne pubblicato la foto su internet, è stata condannata a 2 anni e 10 mesi di carcere.

Ho ricevuto una condanna solo perché ho dipinto bandiere turche su edifici distrutti, ma è stato il governo a causare tutto ciò. Io l’ho solo dipinto”, ha scritto Zehra sul suo profilo twitter.

Quella del popolo curdo è un’altra piaga che si avvelena di stermini e vergognosa crudeltà. Un genocidio messo in atto con sistematica efferatezza dal Governo turco col pretesto di scacciare l’ISIS, anche in questo caso – chi l’avrebbe mai detto – con la fattiva approvazione degli imperialisti a stelle e strisce d’oltreoceano.

Essere curdo vuol dire essere considerato un terrorista; di questo, Zehra era consapevole quando ha dipinto le macerie di Nusaybin. E ne è consapevole ancora oggi, mentre combatte la sua personale battaglia dal carcere per un diritto elementare che l’ingordigia politica di Erdogan ha negato a lei ed al suo popolo con la lurida ragione delle armi.

Vive come la poesia

Come potete notare, c’è un sottile filo rosso che si annoda e s’intreccia intorno alle storie di queste eroine contemporanee: il linguaggio universale dell’arte, che le riunisce in una sola, splendida immagine di libertà, oltre la vita e oltre la morte.

Ripenso alle prigioni più o meno strette in cui il fascismo odierno vorrebbe vederle rinchiuse; le sbarre asfissianti della censura o gli spazi ancora più angusti di una bara. Ripenso ai loro sguardi e alle parole, ai messaggi portati via dalle dita al vento, un vento che ha animato migliaia di altri spiriti che soffiano e alimentano il fuoco sacro della ribellione: quello che a donne come Marielle, Ahed e Zehra viene negato nel freddo della solitudine di un corpo, ma che resta e pervade l’universo come una poesia tramandata ai posteri, una poesia scritta da donne per tutti gli uomini del mondo, che racconta una storia ai più sconosciuta: la storia bellissima della libertà.

Alda Merini, A tutte le donne
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Buona domenica, lettori cari.

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli

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