no aborto

Il congresso di Verona, iniziato questo venerdì, ha prevedibilmente riaperto alcune discussioni inerenti la cosiddetta “famiglia tradizionale”. Tra queste, è tornato in voga anche il dibattito tra chi si dichiara No-aborto e chi invece ne è a favore. Ma cerchiamo di fare chiarezza.

Tra feti di gomma e argomentazioni fallaci: ecco perché non bisogna minimizzare

Quando si affrontano tematiche simili, si corre sempre il rischio di ridurre a delle macchiette dei drammi che invece sono vissuti in maniera tutt’altro che leggera da moltissime persone. È il caso, ad esempio, dei feti di gomma distribuiti a Verona in apertura del congresso; semplici “gadget” aventi lo scopo di suffragare (non si sa bene come) la tesi contraria alla pratica dell’aborto.

Inutile aggiungere che l’episodio ha scatenato forti reazioni, perché volto a sintetizzare – faziosamente e grossolanamente – l’annosa diatriba No aborto/Sì aborto.

Ma è giusto che, per sostenere il proprio ideale, si scherzi su una questione così delicata? Non proprio. Diciamo solo, senza perderci in troppi giri di parole, che a tutto c’è (o almeno dovrebbe esserci) un limite, oltre il quale sarebbe meglio non avventurarsi.

Sono cose “di famiglia”…

Uno dei primi a esprimersi sulla vicenda è stato Massimo Gandolfini, tra i principali promotori del Family Day. Questi ha ribadito come il gadget del feto sia solo la fotografia della realtà, caratterizzata da quello che il neurochirurgo dice essere un vero e proprio “genocidio” (intendendo con ciò l’elevato numero di donne che praticano l’aborto), attualmente in corso in Italia.

Chi, al contrario, si è detto in disaccordo con le idee promosse dal congresso di Verona (arrivando persino a definirlo «un evento da medioevo, maschilista e retrogrado») è un altro membro della famiglia Gandolfini: Maria, figlia del già citato Massimo.

Sul perché la posizione della donna sia così distante da quella del padre, tuttavia, preferiamo non indagare: i panni sporchi, come da tradizione, andrebbero lavati in famiglia.

No aborto… Ma il Congresso di Verona non era per la famiglia tradizionale?

Chi si schiera contro l’aborto sostiene, in maniera generica, la salvaguardia dei diritti dell’umano in fase embrionale. Questo, però, può in alcuni casi scontrarsi con il principio alla base dello stesso congresso di Verona: la famiglia cosiddetta tradizionale.

Perché? Facciamo un esempio. Immaginiamo il caso in cui una donna rimanga incinta a causa di uno stupro. Per quale motivo dovrebbe portare avanti una gravidanza così dolorosa (non solo fisicamente, ma anche psicologicamente)? Se la donna fosse già sposata, poi, da chi dovrebbe essere cresciuto l’eventuale nascituro? Dal padre biologico o dal compagno della donna? E dove sarebbe, in questo caso, la famiglia “tradizionale” tanto celebrata dal congresso veronese?

Insomma, la situazione appena descritta è solo ipotetica, ma è utile a rendere l’idea di quanto sia pericolosa la coercizione di consenso attraverso la semplificazione estrema di concetti (come l’aborto) che richiederebbero invece un’attenzione capillare.

Un diritto acquisito è sempre una conquista: perché tornare indietro?

Ciò che lascia maggiormente perplessi è l’idea secondo cui si dovrebbe lottare contro una legge (la n. 194, approvata nel 1978), ottenuta a sua volta con una battaglia. Un diritto, infatti, è per definizione una possibilità. Combatterlo significa andare contro tutti quelli che hanno lottato per ottenerlo, ma anche contro chi ne ha bisogno.

Il fatto che l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) esista non significa che tutti debbano necessariamente farvi ricorso. Si può essere benissimo pro aborto e scegliere di non praticarlo.

È proprio questo il punto: attuare una contro-narrazione (che talvolta si traduce in disinformazione) è spesso deleterio, soprattutto se riguarda temi sensibili come quelli affrontati nel congresso di Verona.

Fare leva sulle paure e sui sentimenti delle persone (come nel caso dei feti di gomma) serve solo ad alimentare, tra le altre cose, il discorso portato avanti dai cosiddetti obiettori di coscienza. I medici, cioè, che rifiutano – per ragioni ideologiche o religiose – di assistere le donne che decidono per l’aborto.

E allora, più che opporci ai diritti che ci siamo conquistati, combattiamo affinché se ne possano ottenere degli altri. Perché una possibilità in più vuol dire una maggiore libertà di scelta, per tutti.

Tornare indietro, invece, significherebbe ignorare chi ha bisogni diversi dai nostri. E di ignoranza, di questi tempi, sarebbe meglio farne a meno.

Samuel Giuliani