Disney acquista Fox, ma punta a sconfiggere Netflix

Poco prima delle feste natalizie, gli Stati Uniti si sono regalati un gran bel monopolio. Ma la nuova Disney marchiata Fox sa benissimo che la battaglia più grande non passerà in tv.

Poco più di due settimane fa accadeva ciò che da anni in quel di Hollywood si vociferava: Disney acquisiva Twenty Century Fox, per la modica cifra di 52,4 miliardi di euro. Altro che lo shopping di Facebook con Whatsapp e Instagram.
Per i cultori de “I Simpson che l’avevano detto”, ebbene sì: avevano detto anche questo. In una puntata del 1998 immaginavano la Fox come una divisione della Disney: presto fatto.

Disney, Fox, Netflix

La strampalata famiglia Groeninghiana cambia casacca, e così accadrà per tutti gli altri innumerevoli asset su cui Fox poteva contare: da oggi pozzi di petrolio di proprietà della Disney, che estrarrà fino all’ultima goccia per consolidare una posizione di leadership sempre più indiscussa. Per quantificare rapidamente la portata di questa acquisizione per l’industria dell’intrattenimento statunitense, basterà dire che adesso Disney ne detiene circa il 40%.
In tutto il mondo ci si sta chiedendo quanto sia lecita un’operazione che rischia seriamente di compromettere la competitività del settore, competitività alla base del sistema politico ed economico americano. Dubbi di tale genere sono stati riportati in un articolo del New York Times a firma James B. Steward, intitolato “The Disney-Fox deal has friends in high places”, tradotto: l’affare Disney-Fox ha amici ai piani alti. Tradotto nuovamente: Trump non ha esitato a scagliarsi contro la fusione tra AT&T e Time Warner, nemmeno competitors diretti (ma competitor di Trump sì, dato che Time Warner è la proprietaria della CNN), mentre ora tace sulla colossale operazione Disney-Fox che vede coinvolto il suo grande amico e sostenitore Murdoch.

IL RITORNO DELL’UGUALE

Sembra proprio che questa volta l’anti-trust americano non potrà nulla, e dunque passiamo a considerare le dirette conseguenze che l’acquisizione avrà su noi italiani con i soldi in mano (la chitarra è démodé, specie se classica), pronti a riversarci al botteghino per non perderci le novità d’oltreoceano: sequel, sequel, sequel e ancora sequel. Più qualche esclusione eccellente.

Si accennava in precedenza all’infinito numero di assets posseduto da Fox e che ora faranno la fortuna della Disney: serie tv come “Homeland”, “American Horror Story”, “Modern Family”, “This is Us”. Film come “X-Men”, “Deadpool”, “Il pianeta delle scimmie”, “Alien”, “Una notte al museo”, “Avatar”. E proprio quest’ultimo, il film più visto della storia, diventerà senza dubbio il fiore all’occhiello del nuovo corso della compagnia, che già nel 2012 aveva dimostrato di apprezzarlo al punto da comprarne i diritti per dedicargli la sezione di un parco a tema. Ora che il film è definitivamente di proprietà della Disney, si prevede un tripudio di esserini blu pronti a infestare shop e sale cinematografiche: già pianificata l’uscita di 3 nuovi sequel.

La produzione di sequel sarà senz’altro una delle attività principali della Disney-Fox: troppo ghiotta l’opportunità di ottenere facili successi senza il rischio di gettare al vento soldi ed energie creative: 52,4 miliardi non saranno molti per un colosso come Disney, ma nemmeno sono pochi. E quindi attenzione al Pianeta delle scimmie, trilogia che quest’estate dovrebbe concludersi con l’ultimo capitolo della saga, e che invece, secondo alcuni spifferi, potrebbe continuare. Spifferi più consistenti invece quelli che danno per certo un sequel di Una notte al museo, già da anni ciclicamente e malamente riproposto.

DON’T TOUCH THE FAMILY!

Prodotti come X-Men, Alien e Deadpool andranno poi trattati con cautela. Va detto che Disney non produce un film con bollino rosso da almeno 4 anni, l’azienda ha da sempre sposato la causa del “family first”, e dunque alcune storie non propriamente adatte alle famigliole andranno sicuramente rivisitate.

Ciò accadrà soprattutto nel caso in cui per l’enorme notorietà conseguita alcuni di questi prodotti finiranno nei famigerati parchi divertimento di tutto il mondo, dove le famigliole pagheranno svariati quattrini per intrattenersi con nuovi personaggi e ambientazioni. Sembra che sarà questo il caso di X-Men, e dunque che i cultori della saga si armino di pazienza: da oggi in poi si cambia musica.
Ryan Reynolds, attore protagonista di Deadpool, ha tradito invece un certo nervosismo nei momenti immediatamente successivi alla diramazione delle info sull’acquisizione, twittando: “If this is true, I wonder how the fudge it would affect Deadpool?” tradotto: “E mo che faccio?”. Mala tempora currunt caro Ryan, di un superantieroe che dispensa violenza gratuita e uccide a suon di battute poco carine forse la Disney non sa proprio che farsene (ma non ci strapperemo i capelli per questo).

E MARX?

E Marx, il buon vecchio Marx, lo immaginiamo sorridere ovunque si trovi, sbandierando ai quattro venti i suoi pronostici finalmente realizzati. Perché se è vero che i Simpson non ne sbagliano una, va anche detto che troppo spesso si tende a dar per morte le intuizioni di 100, 200 o 1000 anni fa, solo perché non hanno sponsor adeguati e non finiscono su youtube come i famigerati fotogrammi della famiglia di Springfield.
Con l’affare Disney-Fox si è passati dalle big six (le 6 aziende leader nell’industria dell’intrattenimento statunitense) alla big one: il grande capitale è in mano a pochi, sta accrescendo le sue dimensioni prima di esplodere come una gigante rossa.

Se c’è una cosa che insomma aveva intuito Marx è che in un’industria in difficoltà il capitale diviene sempre più accentrato, e questo sembra essersi puntualmente verificato in questa fase storica dell’economia statunitense.
Innegabile che l’entrata nel mercato di big player come Netflix e Amazon non stia facendo dormire sonni tranquilli ai manager delle principali media company 1.0. Se stupisce la cifra sborsata da Disney per divenire azionista di maggioranza di Fox deve allora stupire anche che Fox, con una quota del 12,3% sul mercato e in un momento per giunta buono della sua attività d’impresa di colpo venga comprata. La principale giustificazione fornita per vie traverse da Fox è stata proprio la percezione di un mercato che con i suoi continui cambiamenti le sarebbe sfuggito di mano.

Il CEO di Disney Bob Iger, dichiarava nel documento concernente l’acquisizione rilasciato alla stampa: “Uno dei più eccitanti aspetti dell’acquisizione di Fox è che così potremo accelerare enormemente la nostra strategia direct-to-consumer, saremo abilitati a offrire migliori servizi ai consumatori in tutto il mondo”. Nell’epoca della personalizzazione estrema dei consumi e dell’on demand, dunque, è la vecchia media company a doversi adeguare per poter competere con i giganti dello streaming.

Acquisendo Fox, Disney si è aggiudicata anche tutta la sua libreria di prodotti, che integreranno le produzioni Disney nel nuovo grande streaming service il cui lancio è già previsto per il 2019. Non solo: con l’acquisizione Disney ha fatto proprio anche il 60% delle azioni di Hulu, piattaforma già attiva proprio in questo campo.

Il tutto sarà finalizzato a contrastare soprattutto l’inarrestabile corsa di Netflix che però, portando l’avversario sul suo campo, ha in realtà già vinto.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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