Greenpeace: «Chiudere il capitolo trivelle è fondamentale per la tutela del territorio»

La Camera ha recentemente dato il via libera definitiva al Decreto Semplificazioni con 275 voti favorevoli, 206 contrari e 27 astenuti. Una delle norme più importanti previste dal decreto è la moratoria trivelle che prevede la sospensione di 18 mesi dei permessi per la ricerca e la prospezioni di idrocarburi in attesa del piano sulla aree idonee.

Moratoria trivelle, in cosa consiste?

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha così spiegato il provvedimento recentemente approvato: «Nell’attesa dell’adozione del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), si è convenuto di sospendere i procedimenti amministrativi relativi al conferimento di nuovi permessi di prospezione, di ricerca o di concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, di prospezione e di ricerca in essere, mentre non vengono sospese le istanze di proroga delle concessioni di coltivazione in essere».

La protesta dei sindacati

Il provvedimento recentemente approvato dalla Camera è stato oggetto di contestazione da parte delle associazioni sindacali mobilitatesi in data 9 febbraio per chiedere chiarezza al Governo in merito la decisione in oggetto.

A detta di CGIL, CISL e UIL la sospensione fino a 18 mesi per più di 150 permessi di prospezione e di ricerca già rilasciati metterebbe in ginocchio un intero settore e comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro. Le forze sociali chiedono pertanto alla maggioranza di fare marcia indietro e un’accelerazione sulla crescita e i piani industriali.

La smentita da parte degli ambientalisti

La posizione dei sindacati non è stata per nulla condivisa da Greenpeace, Legambiente e WWF che in una nota congiunta hanno definito la battaglia portata avanti da aziende e forze sociali in difesa delle trivellazioni di retroguardia e a spese del Paese basata su valutazioni economiche ampiamente fittizie e su tre grandi mistificazioni.”

Le tre associazioni ambientaliste hanno confermato il loro impegno in difesa dell’ambiente e del territorio e hanno dichiarato di essere aperte al dialogo e al confronto qualora i sostenitori delle trivelle dessero la loro piena disponibilità.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Giorgia Monti, Responsabile Campagna Mare di Greenpeace Italia che ha espresso i motivi del suo dissenso. Di seguito l’intervista:

In data 29 maggio 2015 è stata approvata la legge sugli ecoreati. Il divieto di utilizzo di cannoni ad aria compressa per prospezioni marine era stato inizialmente inserito nel disegno di legge, ma poi è stato eliminato dalla versione definitiva del testo in fase di approvazione. Questa decisione è stata ampiamente contestata dalla vostra associazione. Potreste spiegarci quali sono gli effetti delle onde di rifrazione sugli ecosistemi marini e perché secondo voi gli air gun andrebbero del tutto vietati come previsto all’inizio?

«L’air gun è una tecnica di prospezione geosismica che consiste nel sondare il fondo del mare sparando ripetutamente e con alta frequenza aria compressa contro i fondali. Una campagna di prospezioni comporta di solito qualche migliaio di esplosioni con effetti potenzialmente devastanti per la vita del mare: questi test possono causare stress comportamentali e psicologici cronici a balene e altri cetacei fra cui il pericolo di separare i piccoli dalle madri, provocare la morte dei pesci e danneggiare pertanto le attività di pesca, interferire nei processi riproduttivi e confondere gli animali al punto di alterare le loro risposte ai predatori. Già oggi l’impiego dell’air gun è vietato sulla costa canadese e statunitense del Pacifico. Gli air gun vengono utilizzati per le ricerche di idrocarburi e successivamente per le estrazioni petrolifere. Vietarne per sempre l’uso è necessario per tutelare i nostri mari. La Francia l’ha già fatto, cosa aspettiamo?»

Il Decreto Semplificazioni recentemente approvato dal Senato prevede una moratoria di 18 mesi sulle nuove ricerche in attesa che sia definito un Piano nazionale per la politica energetica. A vostro parere la direzione intrapresa dal Governo è quella giusta o si potrebbe agire diversamente?

«La recente moratoria sulle trivellazioni è sicuramente un passo avanti, ma non è sufficiente. Cosa accadrà dopo questi 18 mesi di sospensione?  Il percorso per rendere l’Italia libera dalle trivelle ha bisogno di interventi più incisivi per superare le norme pro-fossili ereditate dalle passate legislature! La definizione di un Piano per la transizione energetica e l’aumento dei canoni annuali delle concessioni di coltivazione e per le istanze di prospezione e ricerca sono apprezzabili, ma il Governo può e deve fare di più. Chiudere definitivamente il capitolo trivelle è fondamentale per la tutela del nostro territorio  e di conseguenza le economie che da esso dipendono, dalla pesca al turismo. Bisogna sancire il passaggio a uno scenario energetico che davvero abbandoni le fossili e punti su fonti rinnovabili! È necessario, come detto prima, un divieto dell’utilizzo degli air gun e inserire nelle Valutazioni di Impatto Ambientale di tali progetti gli scenari di rischio per incidente rilevante (cosa che invece al momento non viene richiesta di fare alle compagnie petrolifere per progetti di perforazione offshore).»

Le riserve di petrolio e idrocarburi presenti sotto i fondali marini italiani sono insignificanti: l’attuale produzione soddisfa circa il 10% del fabbisogno nazionale; più del 90% del petrolio utilizzato in Italia viene importato. Nonostante i numeri parlino chiaro le forze sociali difendono le trivellazioni affermando che il settore estrattivo è di vitale importanza per l’economia nazionale. Qual è la vostra opinione in merito?

«Il settore estrattivo non è di vitale importanza per l’economia nazionale. Il settore in questione è in crisi a livello mondiale e si tiene in piedi grazie ai sussidi che oggi sono, ahimè, più abbondanti per le fonti fossili che per quelle rinnovabili. L’estrazione non porta benefici ai territori (come dimostra l’esempio della Basilicata tanto per citarne uno), ma soltanto inquinamento e conseguenze ambientali disastrose oltre che possibili impatti sanitari che vengono poi riversati sulle spalle dei cittadini. Da un punto di vista lavorativo non c’è nessuna emergenza e mai ci sarà! Negli anni scorsi Enel ha chiuso diverse centrali a carbone e non è sorto alcun problema di tipo occupazionale. D’altro canto gli scenari parlano chiaro: un mondo 100% rinnovabile al 2050 ci costerebbe circa un terzo di quanto spendiamo oggi per supportare le fonti fossili a livello mondiale e avrebbe un saldo occupazionale positivo.»

Greenpeace da anni si sta impegnando per difendere i nostri mari dai pericoli connessi all’utilizzo delle trivelle. Consegnare questi strumenti di perforazione al passato e uscire definitivamente dall’età del petrolio è possibile? Se sì, come?

«Uscire dall’era del petrolio non solo è possibile, ma è conveniente da un punto di vista economico e occupazionale. La transizione energetica andrebbe fatta nei tempi indicati dalla scienza. Per rendere possibile ciò bisogna da un lato che il Governo sviluppi un piano chiaro per abbandonare le fonti fossili fissandone una precisa data di uscita (come fatto per il carbone al 2025) e  dall’altro puntare su rinnovabili, efficienza energetica, interconessioni di rete e smart grid. In Italia invece si punta tutto, o comunque troppo, sul gas. Il gas è inquinante e deve solo accompagnare la transizione energetica. Investire oggi grandi cifre in infrastrutture a gas significa poi essere legati a questa fonte per 40-50 anni Non è questa la soluzione che la scienza fornisce per fermare i cambiamenti climatici.»

Vincenzo Nicoletti