8 marzo: lotta contro la violenza di genere
8 marzo: lotta contro la violenza di genere

Verso l’8 marzo, la “festa” delle donne, e che festa! Dovremmo festeggiare per l’ennesima donna vittima di violenza, perché il nostro miglior amico è lo spray al peperoncino, perché ancora guadagniamo meno rispetto ai nostri colleghi, per i fischi e i “complimenti” che puntualmente riceviamo mentre camminiamo per strada? No, l’8 marzo non è una festa, è la Giornata Internazionale della donna, un’occasione per ricordare le battaglie passate e per continuare a lottare contro la “violenza patriarcale” in tutte le sue forme, come ricorda il movimento transfemminista Non Una di Meno.

Consapevoli dell’importante ruolo che la cultura ricopre nella lotta per i diritti delle donne, il 13 febbraio Feltrinelli ha dato il via alla nuova campagna di comunicazione contro la violenza di genere Leggere insegna a leggere, con l’obiettivo di denunciare gli stereotipi che minacciano le libertà delle donne e per arrivare all’8 marzo con maggiore consapevolezza e un bagaglio culturale più pesante. Si tratta infatti di una serie di incontri nelle Librerie Feltrinelli di tutta Italia incentrati sulla violenza di genere e ai quali hanno partecipato voci del panorama internazionale che si sono distinte per forza e coraggio. La serie di incontri continuerà fino all’8 marzo, giornata in cui verrà assegnato il Premio Inge Feltrinelli alle personalità che si sono distinte.

da sinistra, la psicologa Stella Celentano, Sara Bilotti, la scrittrice Inga Gaile e la traduttrice Margherita Carbonaro. Foto dell’incontro “Dalla violenza alla pazzia

In questo contesto, lo scorso 29 febbraio presso la Feltrinelli Martiri di Napoli, si è tenuto l’incontro “Dalla violenza alla pazzia”, durante il quale, prendendo spunto dal primo romanzo “Frammenti di vetro” della scrittrice, attivista e femminista lettone Inga Gaile, tradotto in italiano per Mar dei Sargassi Edizioni, si è parlato di violenza in tutte le sue forme con la scrittrice, la brillante traduttrice Margherita Carbonaro, la psicologa Stella Celentano dell’Associazione Le Kassandre e con l’intervento di Sara Bilotti.

In “Frammenti di vetro” si affronta l’esperienza femminile, l’appartenenza a gruppi socialmente emarginati e si accarezzano le zone più cupe della mente attraverso la malattia di Magda. Siamo in un ospedale psichiatrico nella Lettonia degli anni Trenta, un periodo in cui l’Europa, sotto l’influenza delle teorie dell’eugenetica e le perversioni a essa connessa, non era che parte di un più grande ingranaggio volto a “depurare” l’umanità. Attraverso un melodico e a tratti incalzante flusso di pensieri e ricordi, si ricompongono piano piano i frammenti delle storie dei personaggi e ci si rende conto che i “frammenti di vetro” non sono altro che i frammenti delle anime delle protagoniste – ma anche dei protagonisti.

Copertina “Frammenti di vetro”, credits: mardeisargassiedizioni.com

L’autrice ha introdotto la tematica soffermandosi sulle figure femminili, soprattutto di Magda e Ilze, due personalità diverse, ma entrambi, a modo proprio, forti ed estremamente fragili, portatrici di una potente forza vitale. Magda è rinchiusa nell’ospedale psichiatrico in quanto considerata “pazza”, è un personaggio autentico; tuttavia, incapace di avere rapporti “classici” con l’esterno, dal quale è anzi spaventata in quanto troppo spesso l’ha resa oggetto di scherno e/o molestia, e che proprio per questa sua incapacità non riconosce le forme di violenza verso la sua persona. Attraverso i frammenti della sua mente prende progressivamente forma l’ombra di una violenza passata, rimossa inconsciamente per proteggersi, dalla quale tuttavia non è mai completamente al sicuro. Dall’altro lato c’è Ilze, una figura matura e consapevole, che si riesce a elevare dinanzi all’alterità e riconosce la violenza. Magda non sa comunicare con l’altro, non sa riconoscere quando è vittima di violenza, né riesce a parlarne. Viceversa, Ilze ormai non ne vuole parlare.

Magda non ricorda il trauma della violenza subita, ha rimosso l’accaduto, come accade nella maggioranza dei casi in cui l’atto violento viene subito durante l’infanzia o in età adolescenziale. Accanto alla rimozione, nei soggetti che subiscono violenza con una certa costanza, si affianca inoltre la normalizzazione del trauma, e cioè violenza e quotidianità si sovrappongono, rendendone difficile la scissione. Come spiega la psicologa Celentano, l’incapacità di distinguere un fenomeno di violenza è molto comune tanto che per molte donne che si rivolgono all’associazione Le Kassandre la prima osservazione è proprio “non so se sono nel posto giusto, non so se ciò che ho subito è violenza”. Questo perché si è ancora vincolati alle catene di una cultura patriarcale dalle radici spesse e profonde per la quale gesti quotidiani di violenza sono stati normalizzati e pertanto accettati dalle stesse donne. Ciò ci rende non solo vittime ma anche carnefici di noi stesse, perché ci facciamo inconsapevolmente portavoce di una cultura che ci ha fatto vivere nell’ombra e per la quale giornate come l’8 marzo sono necessarie.

Per molte vittime, non solo è difficile identificare un atto di violenza, bensì altrettanto difficile è parlarne perché, proprio come Cassandra, le donne non vengono credute o, forse ancora peggio, la loro esperienza e le loro emozioni vengono sminuite e normalizzate. Se un uomo, che sia un marito o un partner, urla contro la moglie/fidanzata perché non ha cucinato, se la insulta, offende e denigra, se costringe la compagna ad avere un rapporto, è violenza, il vincolo del matrimonio o del fidanzamento non giustifica né legittima tali comportamenti.

È come se le donne vivessero un eterno senso di colpa, senso di colpa come tratto atavico, iscritto nel DNA, che le donne provano senza che nessuno lo “insegni” alle figlie. Una colpa verso l’altro, verso il maschio, ci sentiamo in colpa se non prepariamo da mangiare per la famiglia, se svegliamo il figlio prima della figlia, se chiediamo di fare la spesa al compagno. Senso di colpa che si evolve talvolta in un forte senso di vergogna, che è poi quello che sconvolge Magda nel profondo. Magda ha vergogna del suo corpo, persino del suo essere bella, del suo piacere agli altri, ha vergogna dei suoi impulsi sessuali, ha vergogna “del suo stato”. Siamo cresciute all’insegna del pudore, secondo la rigida educazione per la quale “non è da signorina” sedersi con le gambe divaricate, né parlare di mestruazioni in pubblico, figuriamoci come viene etichettata una donna che parla di sessualità, peggio ancora se della propria. Una rigidità mentale che ci ha plasmato e che ancora oggi ci fa nascondere e vergognare, ma di cosa poi? Forse proprio dell’essere donna.

A seguito degli incontri di questo mese, possiamo affrontare l’8 marzo in maniera più consapevole, possiamo lottare contro queste ormai fin troppo desuete costrizioni culturali e mentali. Grazie Inga Gaile, Stella Celentano e Sara Bilotti per averci fornito tanti punti su cui riflettere. Eventi come questi, con personalità attive e promossi da colossi nel mondo della cultura come Feltrinelli, sottolineano l’importanza e l’urgenza di agire e cambiare le cose, e hanno, o almeno dovrebbero avere, lo stesso effetto di una doccia fredda: svegliamoci e facciamo sentire la nostra voce, senza stare più in silenzio e senza avere più vergogna. La cultura è uno strumento, un’arma potente, perché la violenza di genere è una piaga culturale, e in quanto tale va curata anche con la cultura.

Nunzia Tortorella

Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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