In America prosegue la violenza della polizia ma anche le manifestazioni
Credits: La Voce di Genova

Dopo il brutale omicidio di George Floyd avvenuto lo scorso 25 maggio per mano di un agente della polizia di Minneapolis, negli Stati Uniti d’America continuano le proteste della comunità afroamericana, e con esse anche la violenza della polizia. “I can’t breathe”, gridava Floyd all’agente quel tragico giorno, mentre l’uomo in divisa gli premeva il ginocchio sul collo fino a soffocarlo. “I can’t breathe”, ripetono ancora oggi gli afroamericani che manifestano per i loro diritti e contro la violenza inaudita della polizia. Ma ci sono stati e ci sono ancora troppi George Floyd in un paese, come gli USA, promotore e paladino dei diritti e della libertà, che ha appena ricordato l’anniversario del celebre discorso di Martin Luther King, del quale ben poco ha capito e tanto ancora ha da imparare.

Le violenze della polizia, infatti, proseguono quasi indisturbate in moltissime città americane in cui si svolgono le manifestazioni di protesta. Sul web circolano molti, troppi video, che riprendono la brutalità delle forze dell’ordine, e risuonano come macigni le notizie di arresti ingiustificati. I numeri della violenza della polizia americana sono impressionanti: secondo i dati parziali di Mapping Police Violence, tra il 2013 e il 2019, in media, sono state uccise 7.663 persone, quindi 1.100 l’anno circa. Nel 2020 la polizia americana ha già ucciso 751 persone, il 28% delle quali afroamericana.

In America prosegue la violenza della polizia ma anche le manifestazioni
Credit: Mapping Police Violence

In tutti i casi di protesta, estesi in moltissime città dell’America e per lo più pacifiche, le violenze della polizia non sono mancate nonostante le aspre critiche da parte di giornalisti, leader politici e associazioni per i diritti umani. A Buffalo, due agenti della polizia hanno spinto a terra un uomo di 75 anni che stava solamente parlando, isolato peraltro dalla manifestazione che si stava svolgendo. A causa della caduta l’uomo ha sanguinato spaventosamente dalla testa ma non è stato soccorso da nessuno, nemmeno da un gruppo di poliziotti che gli è passato vicino. Inizialmente la polizia di Buffalo ha sostenuto che l’uomo fosse inciampato, ma quando il video dell’aggressione gratuita ha iniziato a circolare in rete, i due agenti di polizia sono stati identificati e sospesi.

Nel quartiere di Fairfax, a Los Angeles, un gruppo di poliziotti ha iniziato, ex abrupto, a usare manganelli e proiettili di gomma dopo una pacifica conversazione con i manifestanti del posto. Ad Asheville, nel North Carolina, un altro gruppo di poliziotti ha disfatto un presidio medico posto in essere da alcuni volontari per curare i manifestanti feriti. In un video diffuso molto su Instagram si vede un agente di polizia calpestare con violenza quello che resta della struttura. A Indianapolis una donna afroamericana è stata picchiata da alcuni agenti di polizia dopo che si era liberata dalla morsa di un poliziotto che pareva la stesse palpeggiando. È stata poi sbattuta sul marciapiede e uno degli agenti le ha premuto il manganello sul collo. La polizia di Indianapolis, sottolineando come si sia trattato di un incidente, ha aperto un’inchiesta. A Seattle, nel corso di una manifestazione, una giornalista di NBC News è stata colpita in diretta tv da una granata stordente, e ha raccontato successivamente che la polizia aveva agito con violenza sui manifestanti usando gas lacrimogeni e sparando alla testa con proiettili di gomma.

Ancora, in Louisiana un afroamericano di 31 anni è stato colpito ripetutamente alla schiena da proiettili di un agente che lo aveva fermato perché pare che, armato di coltello, stesse facendo irruzione in un negozio di Lafayette. «Secondo quanto raccontato da una testimone, che avrebbe ripreso la scena dell’omicidio con il telefonino, gli agenti che tentavano di fermare Pellerin erano almeno sei e gli hanno sparato addosso almeno 11 colpi», riporta Huffington post. Questi sono solo alcuni degli episodi di violenza della polizia che si sono registrati nell’ultimo periodo, legati non solo alle grandi manifestazioni di protesta. Sembra un bollettino di guerra, ma è molto peggio: è l’America del nostro secolo. Le manifestazioni però continuano, di pari passo con la brutale violenza degli agenti di polizia, come a voler dire che questa volta sarà diverso, questa volta ci dovrà essere giustizia; giustizia per tutti i “Floyd” vittime della ferocia della polizia a stelle e strisce.

Sembra che negli USA la presenza dello Stato si veda solo attraverso la violenza della polizia, eppure non siamo nella Colombia di Pablo Escobar. Un contesto nel quale le uniche innovazioni sono i taser, e quando poi adolescenti fanatici e invasati emulano i comportamenti violenti dei poliziotti il fallimento sociale e politico non si può più negare. È il caso del tragico episodio che ha visto l’uccisione di due manifestanti per mano di un diciassettenne, Kyle Rittenhouse, durante una marcia di protesta dopo il ferimento di Jacob Blake, un afroamericano di Kenosha, raggiunto da colpi di arma da fuoco durante un fermo.

Un evento che riporta a galla il problema delle armi in America: si pensi che ancora oggi, in molti stati americani, è concesso il cosiddetto “concealed carry”, ovvero la possibilità di circolare con armi nascoste. Un report del Congressional Research Service, ripreso da Focus, sottolinea che negli Stati Uniti circolano 357 milioni di armi da fuoco a fronte di una popolazione di 318,9 milioni di persone. Ci sono praticamente più armi che persone, a sottolineare come l’America, che si tiene gloriosamente stretta la sua Statua della Libertà, ha forse uno strano e imbarazzante concetto di giustizia e protezione dei civili.

Ma ancora più sconvolgente del diciassettenne del Wisconsin è il fatto che Tucker Carlson, conduttore di Fox News, lo abbia giustificato. Un gesto incomprensibile, quello di Carlson, che invece comprende Rittenhouse prendendone le parti in diretta Tv. Noto per le sue posizioni estremiste e per la vicinanza ideologica con Donald Trump, Carlson ha detto che «a Kenosha c’è l’anarchia per le strade, le autorità le hanno abbandonate: siamo davvero sorpresi che i saccheggi e gli incendi siano degenerati in omicidio? Siamo davvero scioccati dal fatto che i 17enni con i fucili decidano di mantenere l’ordine quando nessun altro lo fa?».

In effetti sì, c’è sorpresa. Ma ancor di più, c’è indignazione: perché non solo il sogno di Martin Luther King è ben lontano dal realizzarsi, ma anche perché elementi di rilievo della società, con affermazioni come questa, discolpano un evento improponibile e sconcertante e lo fanno con una tranquillità e una fierezza imbarazzanti. Vorremmo meno Tucker Carlson e più Lebron James, che ha applaudito la scelta dei Bucks e dei Magic di non giocare i playoff della NBA in segno di protesta contro gli episodi di razzismo e violenza della polizia. Sono sempre di più, in America, a invocare un cambiamento radicale, ma la domanda che spaventa è sempre la stessa: quanti altri George Floyd dovranno esserci prima che ciò avvenga?

Black Lives Matter, oggi più che mai.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

1 commento

  1. A me BLM pare un movimento come minimo strumentalizzato, ed i suoi seguaci sono posseduti dal demonio del con me o contro di me tipico della sinistra odierna. Non era certo il messaggio di Martin Luther King, e non crredo le black panther non avrebbero approvato questo casino.

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