La scrittura e gli scrittori: scrivere è una professione? Il caso di Donna Tartt

Vivere di scrittura è oggi il grande sogno nel cassetto di molti lettori forti, una vera e propria aspirazione professionale per tutti coloro che, facendo della lettura qualcosa in più di un’evasione o un semplice passatempo, si approcciano ai libri non solo con passione, ma anche con serietà e onestà intellettuale.

Peccato che in Italia − ma, bisogna dirlo, non solo − costruire sulla scrittura una carriera lavorativa sia nella maggior parte dei casi impossibile.

Nonostante la nascita, negli ultimi anni, di valide realtà editoriali che stanno dando sempre più spazio agli esordienti e agli autori di nicchia, gli unici scrittori che in Italia vivono di sola scrittura sono quelli preceduti dalla propria fama e che quindi hanno già pubblicato o  pubblicano presso le grandi case editrici.

Scrittori di questo tipo, i cosiddetti “scrittori famosi”, sono pochi e vendono tra le 50.000 e le 100.000 copie, ricevendo sulla pubblicazione un anticipo anche piuttosto consistente, che può variare dai 100.000 ai 400.000 euro. Presso le case editrici piccole e medie, invece, la situazione cambia considerevolmente, perché l’anticipo, nettamente inferiore, oscilla rispettivamente tra i 200 e i 1000 euro, e tra i 500 e i 3000 euro.

Gli scrittori e gli aspiranti tali sembrano essere stoicamente rassegnati a questo stato di cose. Molti di loro – sia chi si autopubblica sia chi pubblica presso le case editrici − sono ben consapevoli della difficoltà ad emergere in questo campo e della problematicità di fare della scrittura una professione a sé stante. La maggior parte vede nella scrittura un divertimento o al massimo un secondo lavoro, un’attività sì importante, ma non sufficiente al sostentamento e alla stabilità economica.

Non solo. Molti scrittori non sono d’accordo con la politica adottata da alcuni Paesi (tra cui  Francia e Scandinavia) di aiutare gli autori con borse di studio e finanziamenti statali, come se ciò potesse costituire un incentivo al disimpegno, come se scrivere non fosse di per sé un lavoro serio e degno di retribuzione come tutti gli altri.

Il problema della attuale crisi culturale ed editoriale (e, ad un livello più profondo e generale, anche di quella della sinistra politica) è forse proprio in questa percezione che la classe intellettuale italiana ha di sé. Gli intellettuali sembrano non prendere più sul serio né il proprio compito né il tempo speso per la produzione delle loro opere né il proprio ruolo in società.

È una mancata (giusta) retribuzione che rischia di trasformare la scrittura in un’attività sterile e disimpegnata, non una politica statale di finanziamento agli scrittori. La retribuzione economica, come ricorda Bertrand Russell nel suo La conquista della felicità, rappresenta, prima che un compenso monetario, una forma necessaria di riconoscimento sociale.

La strada giusta è probabilmente all’opposto di quella che si sta percorrendo, e consiste in un ripensamento radicale – da parte degli editori, della classe intellettuale e dei fruitori al contempo − dello scrittore come lavoratore a tutto tondo e della scrittura come professione a tutti gli effetti.

Donna Tartt l’inattuale o l’elogio della lentezza

In questo clima di generale accettazione e scetticismo fa eccezione una figura affascinante e misteriosa, la scrittrice statunitense originaria del Mississippi Donna Tartt, vincitrice nel 2014 del prestigioso Premio Pulitzer, con cui si è aggiudicata il successo e la fama internazionale. Il libro vincitore del premio è Il cardellino, ibrido letterario (il romanzo è un misto tra la storia di formazione e il thriller) che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Donna Tartt è una donna minuta, elegante ed intellettualmente vivace che ha rilasciato nel corso della sua carriera pochissime interviste – così poche che si possono contare sulle dita di una mano − e per lo più in occasione dell’uscita del suo terzo romanzo, Il cardellino appunto.

Il tratto distintivo di Donna Tartt? Ha poco più di 50 anni, ma nell’arco della sua vita ha scritto solo tre romanzi, un numero molto basso se si pensa alla prolificità di alcuni suoi colleghi scrittori. Ad ognuno di essi ha dedicato dieci anni di lavoro appartato e solitario, tempo durante il quale la scrittrice americana non ha svolto nessun altro tipo di attività lavorativa o professionale. Si è prefissata, così, di scrivere oltre ai romanzi già pubblicati (Dio di illusioni, Il piccolo amico e Il cardellino), solo altri due romanzi, dedicando ad essi, come per i precedenti, dieci anni. Una scelta apparentemente inusuale e bizzarra, ma in alcun modo strategica o tattica.

Se le si chiede perché impiega così tanto tempo per scrivere un libro, risponde che è l’unico modo in cui sa di poter scrivere, che ha bisogno di tempo non solo da dedicare a se stessa come scrittrice ma anche ai propri personaggi, affinché essi abbiano la possibilità di maturare ed evolversi. Il tempo della narrazione è secondo Donna Tartt un tempo altrettanto reale quanto quello della vita: non è mai tempo perso. Il tempo della finzione narrativa è al contrario fatto di attimi molto preziosi in cui la vita va avanti, le cose cambiano e gli eventi si susseguono.

La poetica di Donna Tartt è in fondo la poetica nietzschiana della vita che si fa arte, della realtà che si confonde più o meno pericolosamente con la finzione. È lei stessa a parlare del proprio lavoro come del senso ultimo della sua vita. Scrivere è una necessità spirituale, ma anche e soprattutto un’ossessione, un’ossessione che la rende felice e le dà la possibilità di pensare a un’eternità dopo la morte, di concepire qui e ora, nell’immediatezza dell’esistenza terrena, qualcosa di più alto, di migliore.

Nella decisione di Donna Tartt di consacrare ogni singolo aspetto della propria vita alla scrittura c’è però qualcosa di più complesso e allo stesso tempo più importante di un’ossessione o una passione portata agli estremi: c’è la consapevolezza di una missione e la fiera opposizione di un’intellettuale all’idea malsana di una produzione culturale incessante e frenetica.

Donna Tartt è, nella sua riservatezza e a dispetto dell’alone di segreto e fascinazione che la circonda, una grande rivoluzionaria, perché con la sua presa di posizione – quella di scrivere un numero limitato di romanzi − ripensa idealmente ed eticamente il tempo in cui ogni scrittore dovrebbe essere immerso: un tempo lento ed essenziale, profondo perché avverso alle regole di un mercato e di una classe di intellettuali che riducono la scrittura a professione di ripiego. Donna Tartt si difende dal tempo convulso e delirante della post-modernità, un tempo tristemente inessenziale. Nella sua arte cerca e trova il proprio spazio di libertà, la dignità del suo essere un’intellettuale affrancata dalla parte meno trasparente del sistema.

In questo suo modo di agire sottilmente trasgressivo e brillante Donna Tartt è, tutto sommato, un’inguaribile inattuale.

Federica Spera

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