“L’Oro di Napoli” di Marotta: i ricchi sono poveri perché i poveri hanno l’oro
Fonte: ibs.it

All’indomani del secondo conflitto mondiale, il pubblico italiano dei lettori conosce più approfonditamente lo scrittore e giornalista napoletano Giuseppe Marotta (1902- 1963), grazie alla pubblicazione del suo capolavoro “L’Oro di Napoli”. Tra i più famosi del secondo dopoguerra, il libro ispirerà nel 1954 la pellicola omonima di Vittorio De Sica, con un cast d’eccezione: Totò, Sophia Loren, Vittorio de Sica, Eduardo de Filippo, Silvana Mangano. Non è forse un caso, per contenuto e intento, che la pubblicazione di quest’opera venga a coincidere con un periodo in cui Napoli e l’Italia intera sono devastate dai postumi del conflitto bellico e in cui, più che mai, l’uomo deve ricostruire e ricostruirsi. Da un punto di vista letterario, siamo infatti nel solco del Neorealismo, una corrente in cui l’arte è intesa come strumento d’indagine circa la condizione umana e come contributo alla risoluzione dei problemi concreti della società auspicando un riscatto civile e morale.

La guerra, il sangue, le urla e la povertà hanno provato gli uomini e le donne di quegli anni terribili, ma a Napoli la miseria è eterna, è diversa, è caratteristica. Il popolo napoletano sa ribellarsi e arrangiarsi, il popolo napoletano di Marotta è povero, eppure nelle mani ha «l’oro». Chi sono, dunque i veri ricchi? I poveri o gli abbienti? Qual è “L’Oro di Napoli” che fa sopravvivere e disperare i napoletani?

Giuseppe Marotta attraverso “L’Oro di Napoli” raccoglie 36 racconti che erano stati pubblicati sul «Corriere della Sera» durante la sua permanenza a Milano. Si tratta di elzeviri in cui l’autore, con una quasi maniacale attenzione ai dettagli e profonda malinconia, descrive i luoghi e le persone dell’infanzia: «Napoli, io, certe pietre e certa gente: ecco quanto, forse, si troverà in questo libro». L’opera è dunque caratterizzata da una forte componente autobiografica. Si apre, infatti, con una dedica alla madre che in una precoce vedovanza aveva cresciuto i figli tra numerose difficoltà assurgendo, in questo modo, a sintesi suprema del contenuto libresco.

L’indice de “L’Oro di Napoli”, inoltre, fornisce da sè una panoramica completa sul contenuto. Alcuni esempi: «Le cartoline; Le canzonette; L’amore a Napoli; La morte a Napoli; Don Vito; Il miracolo; Il ragù». Marotta sembra procedere, nella scrittura e nel ricordo, come Yorick nel “Viaggio sentimentale” di Sterne: ascoltando le storie, appuntando emozioni e scrivendo delle piccole cose, il tutto condito da una buona dose di umorismo.

Il linguaggio ne “L’Oro di Napoli” è a tratti semplice e a tratti profondamente ricercato: abbellito da similitudini, sinestesie, metafore e orpelli baroccheggianti tipicamente napoletani. Che il lettore sia napoletano o meno, poco importa. Marotta conduce gli occhi e il cuore di chi legge tra gli scorci di Mergellina, tra i bassi dei vicoletti napoletani, tra le note delle canzoni e gli stenti della gente. Quest’ultima, per quanto affranta e provata dalle difficoltà della vita, trova ristoro nelle più svariate opportunità che offre la città. In primis le parole a poco prezzo del saggio don Ersilio Miccio («il professore), il gioco d’azzardo del Conte Prospero («i giocatori»), la professione di «Pazzariello» di Don Peppino, «uno strano miscuglio di banditore e di giullare» («Porta Capuana»), il famoso «guappo» napoletano, stipendiato dai locali pubblici in cambio di protezione («Il “guappo”»), i soldi rubati a Santa Rita («Ci parlerà in dialetto») previo consenso della Santa: «”Fai male ma tienili”, supposi che dicesse Santa Rita». Tutti questi Sono solo alcuni degli esempi antropologici napoletani, del modo di vivere, a tratti immutato, del popolo partenopeo descritto nell’ “L’Oro di Napoli”. Generosità mista ad egoismi, ingenuità in sposa a furbizia, devozione dissacrata dalla mistificazione: è la ricetta di uomini e donne variegati e variabili, incapaci di mutare il peso dei portafogli, ma non di gravare l’anima di mille peripezie. Insomma, L’oro dei napoletani non ha materia, perché è pazienza nella vita, arte di arrangiarsi, cadere e rialzarsi, anche doloranti, purché sia nelle miniere di Napoli.

Alessio Arvonio

Classe 1993, laureato in lettere moderne e specializzato in filologia moderna alla Federico II di Napoli. Il mio corpo e la mia anima non vanno spesso d'accordo. A quest'ultima devo la necessità di scrivere, filosofare, guardare il cielo e sognare. In attesa di altre cose, vivo.

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