Polo Nord sempre più caldo, le preoccupazioni degli scienziati

Sono passate appena due settimane dal fenomeno atmosferico che ha travolto l’Italia. Mentre Burian, una corrente d’aria gelida di origine siberiana responsabile di copiose nevicate che hanno interessato persino città sul livello del mare, causava non pochi disagi al popolo italiano nell’Artico si registrava un inverno più caldo del solito.

L’anomalia è stata registrata dalla stazione meteorologica di Capo Morris Jesup in Groenlandia situata a circa 700 chilometri a sud del Polo Nord. Nelle settimane scorse infatti la temperatura dell’Artico ha superato i 0°C per quasi 24 ore raggiungendo i 6,1°C nella giornata di sabato 24 febbraio. Quel che preoccupa maggiormente, e che dovrebbe farci riflettere sulla salute del Polo Nord e dell’intero pianeta, è che queste variazioni, che hanno determinato temperature massime più alte del normale nell’inverno artico, si sono registrate per tre anni consecutivi.

Michael Mann, direttore dell’Earth System Science Center dell’Università Statale della Pennsylvania ha dichiarato: “Questa è un’anomalia tra le anomalie. È abbastanza fuori dalla portata storica che è preoccupante. E’ un suggerimento che ci siano altre sorprese in serbo mentre continuiamo a colpire la bestia arrabbiata che è il nostro clima. L’Artico è sempre stato considerato un testimone a causa del circolo vizioso che amplifica il riscaldamento causato dall’uomo in quella particolare regione. E sta mandando un chiaro avvertimento“.

E’ chiaro che temperature più alte siano sinonimo di cambiamenti dei fenomeni che portano alla formazione del ghiaccio. Secondo la Nasa “la calotta polare artica si sta riducendo a un tasso del 13,2% per decennio, rispetto alla media del periodo 1981-2010“.

Le temperature sopra la media registrate nell’Artico unite all’ondata d’aria fredda che ha colpito l’Europa sembrano essere di sostegno alla teoria, ancora tutta da confermare, conosciuta come “Caldo Artide, continenti freddi”. Si ipotizza infatti che il vortice polare (una massa di aria gelida che in inverno staziona sul Polo Nord e che ruota in senso antiorario intorno ad esso) diventando sempre meno stabile aspiri sempre più aria calda espellendo quella fredda verso sud e quindi verso i continenti.

Dell’anomala variazione climatica riguardante l’Artico si sono accorti anche i ricercatori dell’University of California a Davis. Stando al loro studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports il tasso di anticipo primaverile al Polo Nord è tre volte superiore a quello registrato in studi precedenti. La ricerca in questione è stato basato sull’analisi di 743 ricerche precedenti che coprono un arco di tempo di 86 anni e che interessano tutto l’emisfero settentrionale. E’ stato dimostrato che rispetto a dieci anni fa per ogni 10° di latitudine verso Nord (partendo dall’equatore) la primavera arriva con 4 giorni di anticipo per cui nell’Artico si è registrato un anticipo primaverile di addirittura 16 giorni.

Verrebbe da chiedersi se queste variazioni climatiche sono direttamente collegate al riscaldamento globale. Per Zeke Hausfather, analista di sistemi energetici ed economista ambientale: “Sebbene siano stati potenziati dalla tendenza al riscaldamento, non abbiamo alcuna prova evidente che i fattori che guidano la variabilità artica a breve termine aumenteranno in un mondo surriscaldato. Se non altro, i modelli climatici suggeriscono che è vero il contrario, che gli inverni ad alta latitudine saranno leggermente meno variabili man mano che il mondo si scalda“.

Nonostante questo, aumentano i dubbi sulla possibilità di effetti a catena che potrebbero accelerare il cambiamento climatico. Mann afferma che: “Questa è un’escursione troppo a breve termine per dire se cambi o meno le proiezioni generali per il riscaldamento artico. Ma suggerisce che potremmo sottovalutare la tendenza per gli eventi di riscaldamento estremo a breve termine nell’Artico. E quegli eventi di riscaldamento iniziale possono innescare un riscaldamento ancora maggiore a causa dei “cicli di feedback” associati allo scioglimento dei ghiacci e al potenziale rilascio di metano (un gas serra molto forte)“.

Marco Pisano

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