USA ONU Diritti umani Diplomazia

Un terremoto, passato praticamente inosservato.
La decisione degli USA di uscire dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU annunciata il 19 giugno rappresenta una svolta di importanza cruciale: nella battaglia per i diritti umani, nel ridimensionamento del ruolo della diplomazia e negli equilibri politici mondiali.

In Italia la notizia non ha trovato molto spazio nella stampa, sovrastata dalle continue e sempre nuove dichiarazioni dell’ormai ministro/factotum Matteo Salvini. Eppure, la scelta degli USA merita un’analisi più approfondita anche in rapporto alla politica estera del governo Conte, che come non mai sta rimettendo in discussione la collocazione geopolitica italiana.

I motivi della scelta

La decisione dell’amministrazione Trump è solo l’ultima di una serie di atti volti a indebolire la diplomazia internazionale: a ottobre gli USA abbandonarono l’UNESCO, altra associazione facente capo all’ONU; a dicembre, invece, gli Stati Uniti decisero di spostare la propria ambasciata in Israele a Gerusalemme, suscitando il disappunto della comunità internazionale e, appunto, dell’ONU.

Proprio la posizione dell’ONU nei confronti di Israele è stata una delle motivazioni che Nikki Haley, rappresentante statunitense alle Nazioni Unite, ha riportato nel discorso con cui ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti. In generale, gli USA rimproverano all’ONU di agire secondo “due pesi e due misure”, confrontando le tante risoluzioni contro Israele con la scarsa incisività sulle questioni di Venezuela e Iran, oltre all’ammissione del Congo nel Consiglio

I diritti umani negli USA

Copertina Time Migranti
La copertina del Time sulla questione dei figli dei migranti (Foto ANSA)

Questa notizia arriva però in un momento delicato per gli Stati Uniti, soprattutto dal punto di vista dei diritti umani: pochi giorni prima, infatti, avevano suscitato scalpore nel mondo le immagini delle famiglie messicane separate al confine con gli States, con più di 2300 bambini sottratti alle cure dei propri genitori e chiusi in gabbie con il minimo indispensabile per sopravvivere. Scene raccapriccianti, che hanno trovato l’opposizione persino della first lady Melania; di certo non immagini che ci si aspetterebbero da quello che è il “paese guida” dell’equilibrio mondiale.

A mettere in dubbio la capacità degli USA di rispettare i diritti umani c’è anche l’ultimo rapporto del Consiglio ONU per i Diritti Umani – che probabilmente ha in qualche modo influenzato la scelta di abbandonare l’organizzazione –, il quale, incentrato appunto sugli Stati Uniti, in 6 pagine descrive una situazione alquanto preoccupante: sono 40 milioni gli americani che vivono in povertà assoluta, di cui 5,3 in condizioni da terzo mondo.

Il rapporto si sofferma su 5 punti principali: la povertà, le condizioni della classe media, l’ineguaglianza sociale ed economica, i problemi della sanità e le tasse – che con la riforma voluta da Trump andranno ad ampliare la forbice delle disuguaglianze, creando altri 20 milioni di poveri nei prossimi anni e arricchendo ancora di più l’1% della popolazione che già possiede il 38,6% della ricchezza nazionale.

La diplomazia secondo Trump

La rottura con l’ONU però rientra anche nella “particolare” visione dei rapporti globali del presidente Donald Trump. Oltre ai provvedimenti già menzionati in precedenza, anche l’abbandono del trattato “Cop21” sull’ambiente e l’uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran mettono in evidenza un dato: per gli Stati Uniti la diplomazia è un peso, un artificio quasi del tutto inutile.

Del resto, in un mondo in cui un politico può lanciare bombe o chiudere i porti semplicemente attraverso un post su Twitter o Facebook, “l’arte della mediazione” è una perdita di tempo per uomini deboli che non sanno imporre le proprie scelte. Come richiede un’altra retorica dominante: quella dell’uomo forte, che prende le decisioni da solo e “asfalta” questo o quell’altro politico di un altro paese. In una logica di rivalità sciovinista che si addice più ai Mondiali di calcio ora in corso, che ai rapporti diplomatici tra gli Stati.

Trump si sente inoltre danneggiato dalle normali consuetudini della diplomazia: percepisce come due dei paesi rivali – la Cina sul piano economico, la Russia su quello militare – abbiano tratto vantaggio nel rinforzare la loro leadership ignorando alcuni diritti fondamentali dell’uomo senza che dall’ONU sia arrivata un’opposizione valida, e vuole quindi abbandonare queste “lungaggini burocratiche” per passare al suo modo preferito di negoziare: la legge del più forte.

Ne è la dimostrazione la guerra commerciale che gli USA vogliono avviare contro l’Unione Europea, andando paradossalmente a danneggiare paesi che per la maggior parte rientrano nel grande blocco di alleati della NATO.
“America First”, insomma, a tutti i costi.

I rischi per l’ONU

L’atto di Trump vive però di un controsenso fatale: indebolire la diplomazia internazionale non farà altro che lasciare ancora più campo libero a eventuali violazioni nel campo dei diritti umani da parte dei nemici dell’America. L’ONU rischia di avere sempre meno presa sulle questioni legate ai diritti umani, in un momento storico in cui molti degli Stati protagonisti sulla scena mondiale sono sotto il controllo di regimi o governi di stampo autoritario, che soffocano le libertà individuali.

E questo non può essere un bene: storicamente, una debole cooperazione globale non ha mai portato buoni frutti. I disastri della Seconda guerra mondiale furono conseguenti anche al progressivo fallimento della Società delle nazioni, “antenata” dell’ONU. E anche lì, il motivo fondamentale della debolezza di quell’organizzazione era l’assenza degli USA, che furono promotori del progetto con il presidente Wilson, ma decisero successivamente di non diventarne membri.

L’unico modo per contrastare le violazioni dei diritti umani è battersi per una maggiore interazione fra gli Stati, e farlo ovviamente dall’interno delle istituzioni.

Uscirne per poi dichiarare che «Gli Stati Uniti non si ritirano dall’impegno sul fronte per i diritti umani» dà l’impressione di non avere una strategia ben chiara su come agire, ma solo parole di circostanza e “navigare a vista”.
E forse non è un’impressione così sbagliata.

Simone Martuscelli

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