La danza mortale di Donald Trump in politica estera

Capita spesso che Donald J. Trump occupi il centro del dibattito pubblico mondiale a causa delle sue avventure in politica estera. Ormai parte imprescindibile del bizzarro repertorio pop del Presidente americano, la geopolitica trumpiana è in realtà materia complessa, forse fin troppo. Non è difficile perdersi tra le dichiarazioni e le conseguenti decisioni che compongono il mosaico della cosiddetta “diplomazia del tweet”. Vediamo di capirci qualcosa.

C’era una volta in America

Gli Stati Uniti si fregiano del titolo di “prima democrazia del mondo”. Al di là dei luoghi comuni, c’è qualcosa che non è mai stato negoziabile nell’agone elettorale, libero e pluralista, delle corse alla Casa Bianca degli ultimi settant’anni: le fondamentali linee direttrici di politica estera. Una linea rossa corre da Eisenhower a Obama, nelle forme e nella sostanza, nel nome dell’interesse nazionale. Una coerenza rigida, sostenuta dagli apparati, sempre adattata all’evolversi geopolitico dell’attualità. Poi arrivò Trump. E tutto cambiò, senza che nulla cambiasse.

“America First”, infatti, può significare qualcosa nella retorica, forse in economia, ma non vuol dire assolutamente niente di nuovo nel contesto delle relazioni internazionali, nel quale gli attori coinvolti mostrano da sempre il più profondo egoismo. Gli USA non sono mai stati un’eccezione. A caratterizzare la nuova presidenza, quindi, è piuttosto una certa assenza di obiettivi coerenti e di una visione complessiva, che lasciano posto a un’irrazionalità schizofrenica e a un arbitrio personalistico dettato dall’umore e dalle “intuizioni” di Donald Trump.

Dall’Impero Americano al Caos

A inaugurare il mandato di Trump è stato fin da subito lo scandalo Russiagate. Le indagini circa l’interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana, a favore dell’attuale Presidente, descrivono le premesse di una tumultuosa relazione con Vladimir Putin: la Russia rimane la nemesi degli USA da un punto di vista politico-militare e le gravose sanzioni economiche restano in piedi (anzi si inaspriscono dopo il caso Skripal), ma la stima e la simpatia tra i due leader sono sincere, con reciproci apprezzamenti culminati nell’inconcludente, ma caloroso, vertice di Helsinki del 16 luglio. La pulsione ideologica (vicina alla destra “no global”) li attrae, la rivalità geopolitica e gli scandali li dividono.

La danza mortale di Donald Trump in politica estera

Alla fine sarà disgelo tra le due parti della nuova guerra fredda? È davvero difficile dare una risposta, anche perché il Congresso, nonostante la maggioranza repubblicana, rimane profondamente anti-russo.

Mentre i rapporti con la Russia di Putin sono solo ambigui e di difficile qualificazione, una palpabile incoerenza si percepisce nei rapporti con alcuni esponenti del cosiddetto “Asse del male”, un piccolo nucleo di paesi ribelli all’egemonia americana.

Emblematico è il caso della Corea del Nord: lo scontro durato mesi tra il presidente Trump e il leader nord-coreano Kim Jong-Un, a base di dichiarazioni al vetriolo, offese triviali e tweet sibillini sull’arsenale atomico “più grosso”, è ormai parte tanto dei libri di storia quanto della cultura trash. Mai la questione dei missili nucleari nord-coreani aveva assunto toni tanto farseschi e aggressivi: le sparate celoduriste da osteria si sono alternate a minacce di totale distruzione reciproca.

La danza mortale di Donald Trump in politica estera

Ma il colpo di teatro non si fa attendere: Trump abbandona improvvisamente ogni ostilità verbale e militare e decide di incontrarsi con Kim a Singapore il 13 giugno scorso, per concordare pacificamente la denuclearizzazione della penisola coreana.

Nonostante le martellanti accuse alla “linea morbida” adottata dalle precedenti amministrazioni nei confronti del paese eremita, The Donald è stato l’unico Presidente americano nella storia a stringere la mano di un leader nord-coreano e ad ascoltarne le richieste.

Tuttavia, calato il sipario dello spettacolo, non c’è traccia di accordi concreti sulla denuclearizzazione e la distensione, che non conviene assolutamente al regime di Kim, obbligato a proteggersi con la deterrenza dalle minacce esterne, e che quindi probabilmente non rispetterebbe.

L’atteggiamento americano si fa ancora meno comprensibile quando si pensa alla gestione dell’altro scottante dossier nucleare: quello con gli ayatollah iraniani. L’accordo faticosamente raggiunto dalla diplomazia del P5+1 per bloccare lo sviluppo dell’arsenale nucleare dell’Iran aveva dato segnali di attuazione molto positivi, e la fine dell’isolamento economico stava rafforzando i moderati nel paese e riavvicinandolo all’Occidente, con relativo rilassamento delle tensioni in Medio Oriente. Un miracolo, realizzato attraverso una fruttuosa cooperazione internazionale multilaterale.

La danza mortale di Donald Trump in politica estera

Eppure per Trump l’accordo sul nucleare è da stracciare senza appello, nonostante il disaccordo di tutti gli alleati. Perché? Nessuna ragione logica, apparentemente. Piuttosto prove di forza muscolare, miste a ragioni interne di propaganda anti-islamica e filo-israeliana, messe al di sopra della credibilità diplomatica americana.

Se il comportamento con gli avversari di sempre è a tratti incomprensibile, decisamente sconcertante è quello con i partner storici. Per tutelare (in teoria) l’industria americana, Trump si è lanciato in una serie di guerre economico-commerciali, usate in realtà soprattutto come leve per ottenere risultati in politica estera, nell’assurda convinzione che le minacce “disciplinino” gli alleati con più risultati delle trattative e del dialogo.

Così il NAFTA con i vicini CanadaMessico (verso il quale pesa anche la questione della frontiera), diventa «the worst trade deal in the history of trade deals, maybe ever». E così viene paventata un’assurda guerra dei dazi contro l’Unione Europea, per non meglio precisate politiche di concorrenza sleale, che avrebbe conseguenze economiche (e non solo) pesantissime per entrambe le parti.

L’integrazione dei paesi europei è sempre stata percepita come un rischio dagli USA. È noto, Divide et impera. Ma il pensiero di distruggerne le economie e spalleggiare i populismi di destra, quasi per capriccio, con il risultato di allontanare i preziosi alleati dall’Alleanza Atlantica, non aveva nemmeno sfiorato la mente di nessun presidente americano, naturalmente.

La danza mortale di Donald Trump in politica estera
Fonte:Getty

A proposito di NATO, anche le relazioni con la Turchia sono al minimo storico, successivamente all’attacco speculativo contro la lira turca delle ultime settimane, manovrato, secondo Erdoğan, proprio dagli States.

Infine, in seguito alle minacce (ormai praticamente finalizzate) di una guerra commerciale di proporzioni ancora più estese e disastrose, si è molto inasprito anche il rapporto con la Cina, super-potenza nascente, avversario temibile, ma in verità sempre disponibile al dialogo con gli USA. Compromettere definitivamente una relazione fondamentale su cui si reggono gli equilibri mondiali sarebbe il coronamento definitivo di una politica estera disastrosa.

La danza mortale di Trump

Insomma, l’America di Trump si sta allontanando da tutti i suoi alleati (con la significativa eccezione di Israele Arabia Saudita), sta incattivendo alcuni dei suoi nemici e con gli altri sta intessendo relazioni contraddittorie e prive di razionalità. Si tratta del confuso e irreversibile declino internazionale degli USA, che porterà velocemente verso la fine dell’egemonia americana nel mondo? Evviva. Ma a sostituirla sarà un pericolosissimo e imprevedibile caos.

Concediamoci un efficace paragone cinematografico. Nel film Melancholia, capolavoro del cineasta danese Lars Von Trier, un immenso pianeta blu si appresta a entrare in rotta di collisione con la Terra.

La danza mortale di Donald Trump in politica estera

Lo scontro tra i due corpi celesti assume la regia inquietante di una “danza della morte“: dapprima Melancholia sembra sfiorare l’atmosfera del globo terrestre per poi proseguire la sua deriva nello spazio, ma dopo poco, con un sinistro volteggio, la forza di attrazione dell’atmosfera la trascina fatalmente a scontrarsi inevitabilmente con il nostro pianeta. È, letteralmente, la fine del mondo.

Purtroppo la danza mortale di Trump in politica estera non sembra poi tanto diversa da quella di Melancholia. Speriamo che l’esito non sia lo stesso.

Luigi Iannone

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Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laureando in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica. Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.