D'Annunzio, natura, panismo, Ermione

Tra i personaggi più originali della letteratura e della politica italiana vi è Gabriele D’Annunzio, il poeta decadente che ha riempito pagine su pagine di cronaca e leggende, di storia e falsi miti, rappresentando una delle figure più chiacchierate del panorama italiano.

L’esteta, figura complessa e spesso incompresa, riuscì nella sua impresa di vivere la vita come se fosse un’opera d’arte. Protagonista dei salotti aristocratici e continuamente alla ricerca della bellezza e del successo, D’Annunzio incarnò il suo personalissimo stile di vita: il dannunzianesimo.

Tra le opere più famose del poeta figura senza dubbio “La Pioggia nel Pineto” contenuta nella raccolta di liriche Alcyone. La poesia, pubblicata nel 1902, rappresenta perfettamente la poetica di D’Annunzio: dominata dal ritmo e dal forte senso di musicalità delle singole parole all’interno dei versi.

Si tratta di una lirica che ha come scopo la celebrazione della natura; si compone in tutto di 128 versi divisi in 4 strofe. Il linguaggio ricercato tende a sollecitare continuamente i sensi, fino a giungere al culmine dell’unione dell’uomo con la natura.

«Taci.»

L’incipit della poesia è un imperativo. L’invito è al silenzio, essenziale e indispensabile per udire il suono del creato. La pace che accompagna tale condizione è fondamentale per allontanarsi dal rumore delle parole umane. Il silenzio rappresenta il punto di partenza per distaccarsi dalla dimensione umana e lasciarsi andare alla pura contemplazione della trasformazione della natura che avviene sotto la pioggia.

«Ascolta.»

Dopo l’invito al silenzio segue quello ad ascoltare. Taci e ascolta: obbedire a tali imperativi è il principio per permettere il dialogo puro e incontaminato con ciò che circonda i due amanti, protagonisti della poesia. Perché la comunicazione inizia proprio da qui.

La natura si lascia andare al suo pianto, inconsolabile e irrefrenabile, capace di inondare e coprire tutto. Ed ecco che il verbo piove continua ad essere ripetuto, come una cantilena. La ridondanza ricrea un’atmosfera solenne.

«Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.»

Ermione, nome tratto dalla mitologia greca, è la donna a cui il poeta si rivolge; sotto lo pseudonimo si cela in realtà Eleonora Duse, una tra le più importanti attrici teatrali dell’epoca.

Uno dei temi centrali della poesia è, infatti, l’amore di D’Annunzio per la Duse, la donna che egli stesso ammise di non essersi mai meritato. La grande storia travagliata tra l’attrice e il poeta ispira l’intera raccolta. Qui l’occasione per raccontare è data da una passeggiata estiva, improvvisamente interrotta da un temporale.

L’inaspettata pioggia diventa l’occasione per contemplare la natura: ogni verso della poesia rappresenta un nuovo passo verso l’incontaminato, un mondo in cui perdersi, lontani dalla vita caotica e mondana. Un mondo in cui l’uomo si fonde completamente con la natura.

«E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione

Immersi nello spirito del bosco, i due amanti diventano una sola cosa con il creato: la vita degli alberi diventa la loro. Il volto di Ermione è come una foglia, i suoi capelli come le ginestre, eppure lei è solo una creatura umana.

La tematica fondamentale della poesia, il panismo, tocca qui il suo punto più alto. Il “panismo dannunziano” è nient’altro che il sentimento di unione con il tutto, in cui l’uomo finisce per immergersi e confondersi con ciò che lo circonda. Non vi è più alcuna distinzione tra l’elemento naturale e quello umano.

Ed ecco che il panismo diventa vera e propria metamorfosi che si esprime nella completa trasformazione dei protagonisti, ormai parte di quello stesso paesaggio che all’inizio contemplavano semplicemente. Il risultato è la sublimazione degli amanti, intesa come passaggio da uno stato umano a quello divino.

La società, massificata e massificante, è caratterizzata da un distacco sempre più netto dalla natura. Tale condizione deve in qualche modo essere arginata. Ogni creatura vivente è parte del creato e come tale deve immergersi completamente in questo meccanismo, lasciando sincronizzare i ritmi vitali. Solo in questo modo si annulla qualsiasi distinzione tra corpo e spirito, mentre il panismo arriva ad assumere una connotazione religiosa.

Nel suo proseguo la poesia è un crescendo di effetti sonori; con l’erompere dell’emozione dei due protagonisti, aumenta il ritmo e sembra quasi di sentire la “voce” delle creature viventi nella foresta.

«che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.»

 

La poesia si conclude con la stessa frase che chiudeva la prima strofa. L’ultima parola è il nome della creatura amata dal poeta. In realtà ogni strofa si conclude con quel nome, Ermione, quasi come in un ultimo ed estremo tentativo del poeta di renderlo eterno, così come quell’amore che non seppe meritarsi.

Vanessa Vaia