Chalet Mosquito

Chalet Mosquito è il primo romanzo di Danilo Martucci, napoletano, classe 1990, che ha esordito con un romanzo breve edito da Albatros.

fonte immagine: gruppoalbatros.com

Chalet Mosquito, la sinossi

Una sera d’estate, nella bella casa della famiglia Coppola, nel Bedfordshire, si presenta per cena il signor supervisore. Non è esattamente invitato e non è esattamente nemmeno ben accetto, ma il signor Coppola non ha potuto negargli la serata, in quanto il signor supervisore è un suo superiore alla Comfyhome.
Tra numerose e ricche portate, il signor supervisore si dedica a quella che è la sua attività preferita: parlare, imponendo ai suoi ospiti tutti i suoi ragionamenti e le sue ferree convinzioni, nella certezza che, come sempre gli è accaduto, sarà non solo ascoltato con estrema attenzione ma anche appoggiato in ogni sua esposizione. A casa della famiglia Coppola, però, si troverà di fronte delle persone dotate di una spiccata intelligenza e non inclini ad abbassare il capo, e persino i bambini gli daranno del filo da torcere. Tanto che il signor supervisore tornerà a casa con qualche sicurezza in meno e qualche dubbio in più.

La storia di Chalet Mosquito si sviluppa in un arco temporale brevissimo, il tempo di una cena. Non è un flusso di coscienza, è un romanzo che sembra quasi una pièce teatrale: è un susseguirsi di dialoghi.

Il signor Coppola si ritrova a cena il supervisore dell’azienda in cui lavora, ma questa persona non è stata invitata a cena, si è autoinvitata, seguendo un po’ il motto che porta avanti sul luogo di lavoro per cui sia il lavoro la tua famiglia. Il signor supervisore – che nel libro, per comodità, verrà definito solo come l’ Ospite – è un personaggio fastidioso: un tuttologo, un uomo che giudica chiunque – compresa la sua famiglia-, un uomo che crede di possedere un eloquio tale e una intelligenza così spregiudicata da suscitare timore reverenziale. La verità è che un uomo noioso e inutilmente pomposo. Il suo modo di parlare è quasi ottocentesco, ma la storia è ambientata ai giorni nostri. Parla, interrompe, mangia, tutto insieme, ed è sempre stato abituato a non ricevere risposte ai suoi sproloqui, che quindi erano dei monologhi, dei soliloqui. Ma la famiglia Coppola, in maniera involontaria, mette fine a questa “regola”; e infatti durante la cena ogni componente di questa famiglia avrà da dire la sua sugli argomenti più disparati che il supervisore sciorina.

Gli argomenti discussi sono vari: dalla religione alla famiglia, dalla scienza al bon ton, dalla tolleranza al cibo. Ed è proprio qui, quando si parla di cibo che diventa pretesto per dire di intelligenza, che l’Ospite ha l’epifania: capisce di essere solo un uomo pieno di contenuti il più delle volte superficiali, di tutto un po’, e che probabilmente chiunque abbia a che fare con lui non lo rispetta, al più lo tollera. E questa presa di coscienza arriva così inaspettata che inizia a stare male fisicamente, il suo ego è dilaniato, tutta la sua persona (e la sua intera personalità) svaniscono nel nulla, non sa più né chi è né cosa fare da adesso in poi. La famiglia Coppola, quando lui si congeda vistosamente provato, non capisce il motivo di questo cambio repentino di atteggiamento. Solo nelle ultime righe troveranno la risposta.

Chalet Mosquito è un romanzo ottocentesco compresso in poche pagine; si percepisce un certo rimando ai romanzi russi – un po’ Le notti bianche (edizioni Feltrinelli) per i dialoghi, un po’ Il Maestro e Margherita di Bulgàkov (edizioni Mondadori) per qualche momento di metanarrazione.

fonte immagine: lafeltrinelli.it

Il personaggio del supervisore, personaggio non particolarmente simpatico si è detto, ha un atteggiamento didascalico che porta chi legge a detestarlo. Purtroppo però questo momento didascalico viene ripetuto anche dagli altri commensali, e questo ogni tanto blocca il ritmo di lettura. Non essendo un monologo però si ammette la possibilità che gli interlocutori abbiano l’intenzione di mostrare chi ne sa di più.

Nonostante sia ambientato nel Bedfordshire non ha alcunché del romanzo inglese: niente Austen, o Hardy; volendo fare un paragone con i contemporanei, anche qui, lo stile e il tema sono lontanissimi da McEwan o da Ishiguro.

Il titolo invece è un richiamo a un luogo, che non è un luogo specifico, è un meta-luogo aperto a più possibilità di interpretazione.

Un lungo dialogo tra personaggi, un racconto che dura una cena, una lettura piacevole e interessante.

Valentina Cimino

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.