Salvini, per una volta prova a indossare anche gli stracci dei migranti

Ci si identifica a volte per empatia, altre per riconoscenza o per gratitudine. Si tratta di sentimenti nobilissimi, che palesano una sincera ammirazione e rinsaldano i legami in modo puro e benefico, e che però con la politica hanno sempre avuto poco in comune.

D’altro canto, che l’abitudine di Salvini di mostrarsi in pubblico indossando le divise delle forze dell’ordine sia solo parte di una strategia comunicativa è ormai chiaro a tutti, e se n’è parlato a sufficienza. Carabiniere, poliziotto, vigile del fuoco, forestale: ne ha una per ogni occasione, il ministro dell’Interno, e non perde occasione per sfoggiarle con altera ostentazione, in verità più per infervorare la schiera dei nemici che per imbonirsi la platea dei sostenitori.

Il problema più critico è il contesto in cui ciò avviene. Se fossimo al Carnevale di Venezia potremmo accogliere l’usanza con simpatia, ma si tratta spesso di circostanze sgradevoli, come la recente visita nel Comune napoletano di Afragola, dove Salvini, con indosso l’uniforme della Polizia, è venuto a definire “balordi” i malavitosi che funestano il territorio in una nuova guerra intestina dopo il declino del clan Moccia.

Nel frattempo, il Mediterraneo ha inghiottito tra i flutti altre centosettanta anime in pochi giorni. È la prima strage di tali proporzioni nel 2019, ma nient’altro che l’inevitabile prosecuzione di uno stillicidio alimentato da politiche sterili e inefficaci, quando non palesemente complici del massacro.

Con la strategia della demonizzazione, dei porti chiusi a ogni costo e della caccia a streghe e stregoni (ONG e trafficanti) non abbiamo ottenuto altro che lasciare sguarnite le rotte di accesso all’Europa, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, e sotto quelle onde che diventano cimiteri su cui il sale del mare e delle lacrime non farà sbocciare nient’altro che pena e vergogna.

Sono 53 i morti nel Mare di Alboran, tra il Marocco e la Spagna, e 117 le vittime del naufragio al largo delle coste libiche, in piena zona SAR. Lo ha annunciato UNHCR, chiedendo di profondere ogni sforzo «per salvare le vite di quanti sono in pericolo in mare». Cifre davanti alle quali il ministro Salvini non ha saputo fare altro che ribattere con una delle sue dirette Facebook, divenute altro elemento chiave nella cifra comunicativa del leader della Lega. «No, no, no: cuori aperti per chi scappa davvero dalla guerra, ma porti chiusi per ONG, trafficanti e tutti gli altri», proclama il ministro, dimenticando di specificare in cosa debba consistere l’apertura dei cuori; forse in una “love reaction” sotto le immagini della tragedia.

È proprio qui che la visione politica di Salvini perde ogni prospettiva per scadere nella propaganda più bieca. Da sempre ripete di essere disposto ad accogliere i profughi di guerre e catastrofi, ma poi blocca per settimane lo sbarco di 49 (quarantanove!) persone a bordo della Sea Watch e della Sea Eye, come se fosse aprioristicamente in grado di stabilire la dignità delle motivazioni di una fuga, lui novello Salomone, sempre pronto a dividere le responsabilità in parti eque, ma altrettanto lesto a non addossarsene mai nemmeno un pezzettino.

A far da contorno a questa indecente carnevalata c’è una realtà più essenziale e monocroma, quella dei superstiti. «Meglio morire che tornare in Libia», hanno dichiarato ai soccorritori che li hanno trasferiti nell’hotspot di Lampedusa. Agghiacciante come l’ipotermia delle loro pelli, la coltre di gelo che ne anestetizza vitalità e sentimenti fino a fargli desiderare la morte piuttosto che il ritorno alle violenze e ai soprusi. Sono queste le parole che dovrebbero scandalizzarci, parole pronunciate sul ciglio di un abisso profondo almeno quanto il fallimento dell’Europa.

Da Mare Nostrum a Triton al flop della riforma del Regolamento di Dublino, l’Unione è scivolata via via in un caos senza soluzione, che richiede di volta in volta interminabili ore di negoziati, accuse reciproche, veti incrociati e scaricabarile, con il risultato di non alleggerire affatto la crisi migratoria, ma di appesantire le condizioni di quanti sono costretti ad attendere per settimane un approdo sicuro. Eppure, proprio lo scorso giugno Salvini e i comari del “gruppo di Visegrad” brindavano a uno storico risultato, che avrebbe permesso di salvaguardare le frontiere e fermare gli sbarchi. Tutte balle, come le 170 vittime di questi giorni hanno confermato.

Se il ministro volesse davvero tener fede alle sue parole, dunque, potrebbe provare per una volta a svestire l’uniforme, e a indossare i logori stracci con cui i migranti arrivano sulle nostre coste. Niente felpe ricamate, niente spille, niente cappellini. Soltanto una camicia logora e sdrucita, un pantalone inzaccherato e sandali malmessi. Niente smartphone per le dirette Facebook o i selfie con la pietanza del giorno, ma mani sporche di polvere e di sabbia strette intorno a una fotografia o a quella tremante di un bambino. Potrebbe presentarsi così conciato a Strasburgo o a Bruxelles, e pretendere con forza, sul serio, che l’Unione si faccia carico di una gestione integrata e solidale dei flussi migratori.

Non si tratta della solita retorica o di pedante buonismo. Gradiremmo soltanto un ministro che si occupi realmente delle questioni di sua competenza, e non un figurante in perenne campagna elettorale con una sfrenata nomofobia e un’orrifica alienazione dalla realtà. Non pretendiamo neppure che si immedesimi: uno come Salvini difficilmente potrà comprendere il dramma di chi, strappato alla propria terra, fugge via in cerca di salvezza. Sarebbe un po’ come abbandonare la Padania in cerca di voti in tutta l’Italia, e magari ottenerli pure. Sarebbe davvero una pacchia, giusto?

Emanuele Tanzilli

Foto di copertina: Ivor Prickett

1 commento

  1. Ciao, si sapeva ke saremmo arrivati a un punto di non ritorno. Questa è anke una guerra. Sono miliardi di persone ke vogliono lasciare i loro paesi. Ma questo si sa ke è impossibile. l’Italia sta attraversando un periodo di crisi, sono milioni di italiani ke non lavorano, altri sotto la soglia di povertà. Ci sarà una guerra tra poveri. Quello ke non capisco xké tanta insistenza all’accoglienza, e non aiutarli nei loro paesi. C’è qualcosa ke non quadra. I soliti ke si vogliono arricchire alle spalle dei poveri disgraziati tra extra comunitari e italiani.

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