referendum taglio parlamentari
Fonte immagine: laredazione.eu

Il 20 e il 21 settembre prossimi si voterà per il referendum di riforma costituzionale relativo al taglio del numero dei parlamentari. La consultazione avrebbe dovuto tenersi il 29 marzo scorso, ma è stata rinviata dal decreto Cura Italia a causa dell’emergenza coronavirus. Contestualmente al referendum si voterà anche per le elezioni amministrative in diverse città italiane, di cui tre capoluogo di regione, ossia Aosta, Trento e Venezia, e per il rinnovo di sette consigli regionali (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto).

La legge di riforma costituzionale, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle ed approvata durante il governo Conte I dell’asse Di Maio – Salvini, non ha soddisfatto le forze politiche sin dai primi passaggi parlamentari. Non hanno tardato a manifestarsi i primi tentennamenti proprio degli allora alleati di governo del Movimento; anche alcuni esponenti del partito hanno infatti richiesto il referendum approvativo, insieme ad altre forze politiche (Italia Viva, Forza Italia, Gruppo Misto).

L’oggetto del referendum

Nella sua formulazione attuale, la Costituzione italiana fissa il numero dei deputati in seicentrotrenta e quello dei senatori in trecentoquindici (articoli 56 e 57) e prevede la facoltà per il Capo dello Stato di nominare i senatori a vita, senza specificarne il numero (articolo 59). Se la modifica costituzionale dovesse essere approvata, il numero di deputati si ridurrebbe a quattrocento e quello dei senatori a duecento, mentre il Capo dello Stato potrebbe nominare un massimo di cinque senatori a vita.

Il quesito su cui verranno chiamati a votare i cittadini italiani riguarderà l’approvazione di queste modifiche, per cui il equivale ad assenso alla riforma, mentre il No ad un dissenso. Trattandosi di un referendum confermativo (e non abrogativo), non è richiesto un quorum: questo significa che affinché la consultazione sia valida non è necessario che si rechi alle urne la maggioranza degli elettori.

Il quesito referendario su cui verranno chiamati a votare i cittadini italiani. Fonte immagine: sito del ministero dell’Interno.

Il del governo e del M5S, il delle forze politiche

La linea governativa è quella dell’approvazione della modifica costituzionale sottoposta a referendum. Si legge sul sito istituzionale che la riduzione serve, da un lato, a migliorare il processo decisionale del Parlamento, dall’altro a ridurre i costi della politica, stimando il risparmio in 500 milioni di euro in una legislatura. Nel Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha riconfermato la linea del partito, affermando che il taglio dei parlamentari è solo il primo atto di una più ampia riforma del processo di funzionamento delle Camere.

Ma a meno di un mese dal referendum, serpeggiano le indecisioni fra i restanti partiti sulla posizione da prendere. In primis la Lega, con Salvini che sembra non voler fare campagna elettorale per un convinto. In seno a Forza Italia esponenti di spicco come Brunetta e Mulè hanno fatto sapere che voteranno contro la riforma, e dalla dirigenza è stata data libertà di coscienza.

Il Pd preme affinché la modifica costituzionale si inserisca in un processo di riforma organico, a partire dall’avvio dell’iter di approvazione di una nuova legge elettorale. Se però il segretario Zingaretti ha affermato che il partito non tradirà gli impegni di governo, facendo intendere (senza però dirlo chiaramente) un al taglio dei parlamentari, alcuni dem – Vincenzo De Luca, Matteo Orfini, Lorenzo Guerini – hanno già preannunciato il loro No al referendum. Idem Romano Prodi, che ha sostenuto che il taglio del numero dei parlamentari non sarebbe risolutivo e sufficiente. Per l’economista il vero problema sta nelle attuali modalità di elezione di deputati e senatori, troppo condizionata da giochi di partito piuttosto che legarsi saldamente al territorio di riferimento e ai cittadini rappresentati. Italia Viva per il tramite di Matteo Renzi sembra opporsi alla riforma, ma agli esponenti del partito ha dato libertà di voto.

L’appello per il No di 200 costituzionalisti

Nel frattempo, 183 (poi diventati più di 200) fra costituzionalisti e studiosi del diritto hanno firmato un appello invitando a votare No ed illustrandone le ragioni in cinque punti. Stando al parere degli studiosi, se la modifica passasse si avrebbe un deficit di rappresentatività delle Camere senza un reale guadagno in termini di efficienza e di taglio di spesa pubblica. In secondo luogo il Parlamento, per costante giurisprudenza costituzionale, ha funzioni infungibili: non possono supplirvi altri organi elettivi, come invece affermato dai sostenitori del .

Inoltre col taglio alcune regioni non verrebbero adeguatamente rappresentate. Si cita il caso dell’Abruzzo che, su una popolazione di 1 milione e trecentomila persone, avrebbe diritto solo a quattro senatori, mentre il Trentino, meno popoloso, ne avrebbe sei per la condizione di autonomia di Trento e Bolzano. Ci sono poi il problema di una riduzione a bicameralismo invariato e la logica “punitiva” che avrebbe animato la riforma posta al vaglio del referendum: un tagliare per tagliare propagandistico («Non è dato riscontrare […] un rapporto inversamente proporzionale tra il numero dei parlamentari e il livello qualitativo degli stessi»).

Il referendum si avvicina: cosa dicono i sondaggi

Stando all’ultimo sondaggio diffuso da Winpoll sulle intenzioni di voto dei cittadini al referendum, si sta registrando una crescita dei No che raggiungono il 34%, mentre i si attestano al 66%. Una rimonta che è specchio di un più generale caos tra le forze politiche: solo l’elettorato pentastellato sembra mostrare coerenza con la (relativamente) chiara linea del Movimento, visto che il 100% degli intervistati ha dichiarato che voterà per l’approvazione della riforma, diversamente dagli elettori del Pd, divisi tra il (53%) e il No (47%). Sul fronte della Lega, i sostenitori dell’approvazione della modifica si attestano al 67%, mentre in Forza Italia sono sei su dieci. Una lieve spaccatura si registra, invece, fra gli elettori di Fratelli d’Italia (59% , 41% No).

Nonostante il fronte più compatto del Movimento 5 Stelle si stia rivelando risolutivo per l’esito del referendum, la riforma costituzionale sembra dividere fino all’ultimo esponenti politici ed elettori. Del resto il perenne navigare a vista, le opinioni cangianti e i possibili ribaltoni sono il leit motiv della politica italiana. Ed anche se stavolta la parola spetta al popolo, rimane quell’immancabile chi vivrà vedrà di sottofondo.

Raffaella Tallarico

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