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Ci sarebbe da parlare del referendum (sì, anche se è stato rinviato)

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L'aula della Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio, Roma. Fonte: Ansa

Il monopolio mediatico del coronavirus ha fatto passare in ultimo piano il referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari, che avrebbe dovuto tenersi il prossimo 29 marzo. Il 5 marzo scorso il Consiglio dei Ministri, su pressing di Radicali e +Europa, ha deciso di rinviare l’appuntamento referendario. Le ragioni sono evidenti: l’emergenza sanitaria e i conseguenti divieti di assembramenti e manifestazioni rendono impossibile avere un confronto serio sulle ragioni del e del no alla riforma e quindi informare adeguatamente i cittadini.

Per quanto riguarda la data del rinvio, questa sarà fissata con esattezza il 23 marzo prossimo. Ci sono polemiche relative alla possibilità di accorpare il referendum con le prossime elezioni amministrative. Chi si oppone alla riforma, infatti, sostiene che il voto referendario non possa essere inquinato o strumentalizzato durante le campagne elettorali dei partiti per le regionali e le comunali.

La genesi del referendum e il contenuto della riforma

La legge di riforma, promossa dal M5S nella scorsa legislatura, è stata approvata dalle due Camere a maggioranza assoluta con due successive deliberazioni. Il testo di legge costituzionale prevede anzitutto la modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, che fissano il numero dei deputati in 630 e dei senatori in 315 e che, con la riforma, passerebbero rispettivamente a 400 e 200. Oggetto di modifica sarebbe anche l’articolo 59, con l’inserimento di un numero massimo di senatori a vita – pari a cinque – nominabili dal Capo dello Stato.

Il testo di legge in seconda votazione non è stato approvato dai 2/3 dei componenti del Senato. Proprio per il mancato raggiungimento di questa maggioranza speciale e come prevede l’articolo 138 della Costituzione, un gruppo di 71 senatori di diverse forze politiche (da Italia Viva alla Lega, a Forza Italia, al Gruppo Misto) ha potuto chiedere un referendum approvativo della riforma.

I pro

Il Movimento 5 stelle ha più volte sostenuto la bontà della riforma perché darebbe un consistente taglio ai costi della politica, con un risparmio stimato in 500 milioni di euro per legislatura. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha però ridimensionato la cifra, prevedendo un risparmio netto di 285 milioni per legislatura, pari allo 0,007 % della spesa pubblica. La riforma interverrebbe sì sui costi della politica, ma solo su alcune voci: certamente sulle indennità dei parlamentari e le relative spese di esercizio del mandato, ma non sulle spese di funzionamento delle Camere.

Il comitato per il alla riforma sostiene che l’approvazione della legge costituzionale è a tutto vantaggio di una più sana democrazia rappresentativa. Questo perché il taglio del numero dei parlamentari, si legge in un post visibile sul sito ufficiale del comitato, “rende più snello discutere e decidere” in Parlamento, considerando che “l’inflazione numerica di una carica pubblica la depotenzia“. Il comitato inoltre sostiene che il taglio renderà più trasparenti gli atti parlamentari, e questo consentirà ai cittadini di svolgere un controllo più efficace dei lavori delle Camere. Infine, la riduzione dei parlamentari “consente allo Stato un risparmio certo, seppure di ammontare assai limitato” e “contrasta alla base la campagna ultradecennale dei media contro il parlamento“.

… e i contra della riforma

Le opinioni contrarie alla riforma della Costituzione poggiano su un’argomentazione semplice, la stessa che ha portato i Costituenti ad individuare una proporzione tra numero di elettori e di eletti. In sede di Assemblea Costituente si decise che ogni deputato dovesse rappresentare ottantamila cittadini, mentre ciascun senatore duecentomila. La legge costituzionale n. 2 del 1963 mantenne per grandi linee questa proporzione in rapporto alla popolazione dell’epoca, ed ha fissato in Costituzione il numero di deputati in 630 e di senatori in 315. Se il referendum dovesse approvare la riforma, ciascun membro del parlamento rappresenterà un numero di elettori maggiore rispetto a quello attuale; un deputato per centocinquantamila abitanti, un senatore per trecentomila. Questo significa minore intensità della rappresentanza politica a legge elettorale invariata.

Il costituzionalista Francesco Clementi in un suo contributo ha parlato in particolare di una “de-territorializzazione” della rappresentanza politica. Infatti, visto che il taglio dei parlamentari provocherà un ampliamento delle circoscrizioni elettorali, specie al Senato, sarà favorita la disomogeneità tra aree più e meno urbanizzate, entrambe rappresentate dallo stesso interlocutore politico. Se le prime avranno la forza di far presenti le loro istanze – perché realtà socialmente più organizzate, più ricche e maggiormente fruitrici di servizi – le seconde non ne avranno altrettanta. Dal lato degli eletti, ciascun membro del parlamento rischierà di dover rappresentare zone economicamente e socialmente disomogenee, perdendo il legame col territorio. Le conseguenze saranno una ancor più grave disaffezione per la politica e un aumento dell’astensionismo, come insegna l’ultima tornata delle regionali in Calabria.

Anche il costituzionalista Massimo Villone si è opposto alla riforma. Infatti il taglio proposto ai cittadini è lineare perché non si inserisce in un quadro di riforma organico, ma semplicemente riduce la rappresentatività delle Camere, “[…] condannata come lesiva del sommo bene della governabilità”. Un’idea che sembra essere condivisa, e che è anche alla base delle critiche del principale comitato per il no del referendum.

Referendum o meno, le modifiche alla Costituzione vanno prese sul serio

A prescindere dalla bontà delle opinioni favorevoli e contrarie alla riforma sul taglio dei parlamentari, merita attenzione un dato. Le modifiche alla Costituzione sono una cosa seria. Talmente seria che le relative leggi di riforma sono sottoposte a un procedimento deliberativo aggravato (due passaggi in entrambe le camere) e, appunto, a un eventuale referendum. Ora, la stessa gestazione del testo di legge che verrà sottoposto ai cittadini è stata “travagliata”. Il Governo nel 2019 è stato perennemente a rischio caduta, cosa nei fatti avvenuta. Poi ci sono stati i rinvii della seconda approvazione e, infine, esponenti di vari partiti che in aula hanno votato a favore, salvo poi sottoscrivere la richiesta di referendum. È poi innegabile che ci sia stata una strumentalizzazione delle ragioni del taglio (sforbiciare i costi della politica, argomento che fa appeal) e che le opinioni contrarie siano state piegate a logiche di convenienza politica (la Lega avrebbe voluto puntare a governare col numero di deputati attuali).

L’intenzione dei Costituenti era quella di far sì che le Camere del futuro avessero potuto modificare la Costituzione, ma con una logica condivisa dal più largo numero possibile di parlamentari e slegata da questioni propagandistiche e/o di convenienza politica. Inoltre l’intervento di modifica richiede grandi doti di ponderazione, contrariamente alla frenesia che impone la contemporaneità. Una Costituzione guarda al lungo periodo, ed è solo così che esiste e resiste, perché contiene impegni da mantenere per gli elettori e gli eletti, e regole capaci di rendere efficaci e stabili gli assetti organizzativi di uno Stato.

I latini avrebbero detto quieta non movere (non agitare ciò che è tranquillo), specie se non c’è una logica di sistema alle spalle. Ecco, forse il non modificare qualcosa di nobile, per mancanza di ragioni altrettanto nobili, è la più grande forma di rispetto che è possibile tributare ad una Costituzione. In ogni caso, l’ultima parola spetterà ai cittadini.

Raffaella Tallarico

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