Crisi del Papeete, un anno dopo: il tempo fugge, noi non possiamo
Lo scatto, risalente al 2016, rimane eloquentemente senza tempo. Fonte: giornalettismo.com

«Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo», scriveva Publio Virgilio Marone. Ma forse nemmeno la letteratura classica ha mai eguagliato il livello di estrosità creativa e di serrata intensità de “la politica italiana del Papeete“, con la crisi di governo del Conte I che ne scaturì. Uno spettacolo grottesco, dite? Trattasi sempre di spettacolo. E così, senza che ce ne avvedessimo, il ferragosto della nevrastenia e del trucidume oppure della liberazione e del riscatto, dipende dalle propensioni politico-filosofiche, che si è provato a descrivere con diverse sfumature di entusiasmo e/o riprovazione, porta sulle spalle già un anno.

La scorsa estate, un rampante Matteo Salvini, galvanizzato da un anno di successi politici culminati nell’eloquente 34% alle elezioni europee del 2019, si prende una meritata vacanza in Romagna, a Milano Marittima: per uno svago disinibito e senza fronzoli, sceglie il celeberrimo Papeete Beach. Forse esagera coi mojito, oppure accoglie frettolosamente i suggerimenti di cubiste e DJ. Sicuramente si lascia trascinare, oltre che dalla psichedelica ritmica del remix disco dell’Inno di Mameli, dall’ebbrezza dell’onnipotenza politica data da quella che ritiene ormai un’inarrestabile cavalcata verso i “pieni poteri”. La prospettiva di poter afferrare il “sogno proibito”, spinge il Capitano ad annunciare la fine del sostegno della Lega all’esecutivo di cui era Ministro dell’Interno e Vice-Premier, innescando la crisi di governo di ferragosto, la prima praticamente in diretta dalla spiaggia.

E dire che con gli scandali delle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi e del suo entourage pensavamo di aver assistito all’acme degli istrionici colpi di scena politici dal decadente sapore felliniano. L’obiettivo, monetizzare con spregiudicatezza il consenso elettorale, rompendo traumaticamente con gli alleati/zavorra del MoVimento 5 Stelle, in affanno e in perdita di consensi. Un piano perfetto, non fosse per lo scarso senso strategico del borioso leader leghista e per la mancata considerazione delle imprevedibili reazioni alchemiche che sempre peculiarmente dimostra la politica del Bel Paese.

Salvini, appunto, non aveva fatto i conti con l’istinto di sopravvivenza dei pentastellati, e con Giuseppe Conte, l’ignavo premier “uomo in più” del compromesso di governo, creduto – erroneamente – vaso di coccio tra quelli di ferro. Il 20 agosto, dallo scranno più alto dei banchi del governo di Palazzo Madama, il dimissionario avvocato del popolo, composto, forbito ed elegante, ma affilato come una lama, lascia sgomenti e attoniti i presenti esibendosi in un’arringa infuocata contro il comportamento umano e politico del segretario del Carroccio, che siede impotente al suo fianco. Quell’efficacissimo castigo dialettico sarà la più vivida umiliazione politica subita dall’astro nascente leghista, in diretta e senza possibilità immediata di replica: forse il coup de théâtre più sensazionale mai avvenuto nel parlamento della Repubblica Italiana, che farà balzare il remissivo “Giuseppi” agli onori della cronaca.

Papeete
Conte umilia Salvini in Senato: l’apice della crisi del Papeete. Fonte: agi.it

La fiammata di Conte condanna definitivamente all’effimero le ambizioni di Salvini quando, insospettabilmente, i 5S si attivano alacremente per evitare un frettoloso ricorso alle urne: si prospetta un ritorno al primo forno, ossia partono i negoziati per costruire una alleanza con quello che fino a qualche giorno prima veniva bollato come il “Partito di Bibbiano“, alias un Partito Democratico ancora confuso dagli eventi, conteso tra Renzi e Zingaretti. Dall’euforia del Papeete e dal cadavere fumante della crisi di governo fiorisce nuova vita: è il governo giallorosso. Sorprendentemente, unicum assoluto, il Presidente del Consiglio sarà di nuovo Conte, il cui leggendario e magnificato intervento in Senato gli è valso nel rapidissimo frattempo la stima di ogni anti-salviniano. Proprio quell’anti-salvinismo che era ed è il principale, se non l’unico raccordo possibile tra due forze politiche fino ad allora in guerra aperta. Un cemento a presa rapida, rozzo ma essenziale ad edificare qualcosa fino ad allora solo segretamente sospirato: l’esecutivo più a sinistra della storia repubblicana.

Si favoleggia l’ipotesi madrileña, quella ispirata all’accordo tra Sanchez e Iglesias, quella della ricomposizione della frattura dei riformisti e dei radicali: una visione per il futuro, disegnata dallo stesso Conte, che mettesse al centro diritti sociali, progresso tecnologico e sviluppo ecosostenibile. Aspettative fin troppo entusiastiche per essere verosimili: impossibile cancellare differenze marchiane con un colpo di spugna mediatico e una coabitazione più o meno forzata. La convivenza tra PD e M5S si sarebbe infatti fin da subito mostrata faticosa, complicata dalla protagonistica scissione verso il centro di Renzi e dalle continue fibrillazioni interne ai pentastellati. L’impressione di un esecutivo che naviga più che altro a vista, che esiste perché minor male possibile per i contraenti e nel paragone con un monocolore sovranista che sembrava inevitabile, ha finito col prevalere. Un’esperienza politica per ora asfittica e in continua gestazione.

Infatti, un anno dopo Salvini è tornato al Papeete, e non è un caso, quanto piuttosto una minacciosa rivendicazione. Nonostante la pandemia, ha rinverdito la retorica dei “porti chiusi”, affiancandole quella delle discoteche aperte: le fragilità intrinseche del Conte-bis gli hanno consentito di riorganizzarsi, e se i consensi pre-crisi di governo sono un ricordo sfumato, in ipotetiche nuove elezioni il tandem con Giorgia Meloni gli consegnerebbe ancora, verosimilmente, il timone del paese. Anche noialtri siamo ancora in vacanza a Milano Marittima, non siamo in realtà mai andati via. Quando ci si interroga sui lasciti in termini politici della crisi del Papeete, non ci si può che abbandonare allo sconforto: sul mercato della sfera pubblica imperversano gli stessi sotto-prodotti politici a cui siamo ormai fin troppo avvezzi, guidati da leadership roboanti e mediatizzate, ma inconsistenti e narcisistiche. Destra, populisti e sinistra sono esattamente dove erano un anno fa tanto nella distribuzione dei consensi e nelle alleanze, quanto nella progettazione politica, eccezion fatta per movimenti minori la cui significatività sul medio periodo è tutta da riscontrare.

Non ci resta che lo spettacolo, consolazione al contempo amara e glucidica: le emozioni ancora vivide di quei dieci giorni che sconvolsero (ma non cambiarono) l’Italia, per prendere in prestito l’espressione dello storico John Reed, quando tutto sembrava davvero possibile. Lo spiccato senso dell’intrattenimento circense della nostra inadeguatissima classe dirigente, così adesiva al logoro stereotipo della peggiore commedia all’italiana, conferisce una fasulla ma densa patina dell’epica ai momenti più bassi e più elevati della vita pubblica, indissolubilmente intrecciati, e comunica l’illusione della “storia che si sta facendo”, senza poi mai farsi. Quantomeno la politica italiana non manca mai di emozionare e di appassionare cronisti e tifosi. Quando cala il sipario, non ci rimane altro.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

2 Commenti

    • Davvero troppo lusinghiero/a Luizaida. Rimane la soddisfazione di essere riuscito ad arrivare al cuore e alla mente di una persona attenta ed appassionata come lei. Un grazie commosso, sincero e sentito!

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