Striscia di Gaza
Fonte immagine: wikimedia.org

Sotto le bombe della più grande democrazia del Medioriente muoiono le persone e, con loro, la possibilità che terminate le ostilità nella Striscia di Gaza possa rifiorire la vita. Vittima silenziosa della cultura della morte d’Israele è infatti anche l’ambiente, il cui progressivo deterioramento non può considerarsi un effetto collaterale della guerra risultando, piuttosto, funzionale al genocidio portato avanti da Israele.

Già prima degli attacchi del 7 ottobre, infatti, la pratica israeliana di distruggere le piantagioni di ulivo palestinesi era parte integrante della più ampia strategia per mettere in ginocchio chi grazie a quelle piante viveva e lavorava. Ma con il genocidio in corso non sono stati solo gli uliveti a essere distrutti. I campi di fragole, i frutteti e le altre piante sono stati contaminati dai residui delle bombe. La fauna selvatica decimata. L’aria contaminata da sostanze chimiche provenienti dalle armi. Le risorse idriche definitivamente compromesse.

La distruzione capillare di ospedali, abitazioni, reti fognarie e di ogni altro tipo di infrastruttura esistente ha lasciato dietro di sé un paesaggio di rovine e polvere: milioni di tonnellate di detriti, in parte contaminati da amianto, ordigni inesplosi e sostanze tossiche. Un’eredità silenziosa e letale, che continuerà a minacciare la salute di esseri umani e animali per molti anni a venire.

Come si legge sul sito di Emergency “Tutto rende difficile la vita e quindi tutto favorisce le malattie e anche la morte […] Se vivete in una famiglia di quattro persone guardatevi intorno: a Gaza uno su quattro sarebbe morto”.

A essere in pericolo, però, non sono solo le persone che oggi vivono nella Striscia. Secondo uno studio del Social Science Research Network, pubblicato in anteprima sul quotidiano britannico Guardian, il genocidio israeliano a Gaza comporterà l’emissione di circa 31 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, mettendo ulteriormente a rischio la salute del pianeta e dei suoi abitanti. Infatti, la regione del Golfo – già tra le più vulnerabili al mondo a eventi meteorologici estremi e a disastri climatici a lenta insorgenza – non sarà la sola a risentire dei drammatici effetti di un così massiccio aumento delle emissioni di gas serra in atmosfera. Le emissioni di CO₂ e di altri gas serra infatti non restano relegate ai confini nazionali, ma alterano l’equilibrio del sistema climatico terrestre nel suo complesso.

Inoltre, come si legge sul Guardian: “I bombardamenti incessanti, il blocco e il rifiuto di Israele di conformarsi alle sentenze dei tribunali internazionali hanno evidenziato l’asimmetria della macchina bellica di ciascuna parte, nonché il sostegno militare, energetico e diplomatico pressoché incondizionato di cui Israele gode da parte di alleati, tra cui Stati Uniti e Regno Unito. Secondo lo studio, il carburante dei bunker e i razzi di Hamas sono responsabili di circa 3.000 tonnellate di CO2e, pari ad appena allo 0,2% delle emissioni dirette totali del conflitto, mentre il 50% è stato generato dalla fornitura e dall’uso di armi, carri armati e altri equipaggiamenti da parte dell’esercito israeliano (IDF)”.

Nel complesso, gli autori dello studio hanno incluso nelle loro stime sia l’impatto in termini di emissioni delle attività militari israeliane, sia il costo ambientale della distribuzione di aiuti, delle operazioni propedeutiche ai bombardamenti (come i trasferimenti di materiale militare) e della futura ricostruzione di Gaza, oggi ridotta a un cumulo di macerie. L’insieme di questi dati –  unitamente a quelli derivanti dai recenti scambi militari con lo Yemen, l’Iran e il Libano – equivarrebbe a ricaricare 2,6 miliardi di smartphone o a far funzionare 84 centrali elettriche a gas per un intero anno.

In questo scenario, il costo climatico più significativo deriverà dalla ricostruzione di Gaza, che Israele ha ridotto a circa 60 milioni di tonnellate di macerie tossiche. Il costo, in termini di emissioni di CO2, per il trasporto dei detriti e la successiva ricostruzione di 436.000 appartamenti, 700 scuole, moschee, cliniche, uffici governativi e altri edifici, nonché 5 km di strade di Gaza, genererà circa 29,4 milioni di tonnellate di eCO2. Una cifra che – per restituire un’idea della portata reale dell’impatto – equivale alle emissioni totali generate dall’Afghanistan nel corso del 2023.

Verosimilmente, tuttavia, i reali costi ambientali causati dalle operazioni militari isreaeliane potrebbero essere molto più elevati visto che le informazioni impiegate dai ricercatori sono state raccolte in un contesto quasi inaccessibile dall’esterno a causa del blocco mediatico imposto da Israele. Ciononostante è comunque possibile formulare una serie di considerazioni.

La prima, non in ordine di importanza, riguarda la necessità di una revisione delle norme che regolano il funzionamento dell’UNFCCC che attualmente rimettono alla volontà dei singoli Stati la possibilità di rendicontare e comunicare le emissioni prodotte dai rispettivi settori militari (limitata ad ora al solo consumo di carburante). Una maggiore trasparenza, in tal senso, potrebbe forse rendere più agevole imputare agli Stati la responsabilità dei costi climatici e ambientali di guerre e occupazioni, inclusi i danni a lungo termine inferti al territorio, alle fonti alimentari e a quelle idriche, come pure delle operazioni di bonifica e ricostruzione post-conflitto.

La seconda, alla luce di quanto detto, è che l’appoggio fornito dai governi occidentali allo stato coloniale israeliano non si configurerà solo come come complicità in un genocidio, ma anche come una minaccia a quei diritti il cui godimento è compromesso dal cambiamento climatico. La devastazione ambientale sistematica della Striscia di Gaza – dalle risorse idriche danneggiate ai milioni di tonnellate di macerie tossiche, fino al colossale impatto in termini di emissioni – rappresenta infatti un crimine contro la Terra e chi la abita. Sarebbe tempo, pertanto, che la comunità internazionale si impegnasse a riconoscere questi atti come ecocidio perchè in assenza di giustizia ambientale non può esserci né pace duratura né sicurezza climatica. E nel silenzio delle diplomazie, anche il pianeta continua a morire.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui