Palestina
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Parlare di Palestina è un dovere morale. Lo si deve fare in ogni spazio possibile, in tutti i momenti in cui si può dare voce a chi è oppresso: bisogna essere una cassa di risonanza, per contrastare i boati assordanti delle bombe e le voci arroganti di chi è connivente con la barbarie.

Ci si deve ricordare di essere umani. Poco meno di un secolo fa si disse mai più: ora la storia sta chiedendo conto delle promesse fatte dalle generazioni precedenti. Benjamin Netanyahu è un democratore fascista e l’Occidente gli sta consentendo la versione israeliana della soluzione finale nazista: un disegno di sterminio di un’intera popolazione per insediarne un’altra, in un territorio fertile e ricco di risorse minerarie (che in tempo di crisi energetica, climatica ed economica sono essenziali). La notizia è di pochi giorni fa: l’intento di Israele sarebbe l’occupazione totale della striscia di Gaza e l’allontanamento della popolazione palestinese attraverso l’operazione militare – approvata all’unanimità dal gabinetto di guerra israeliano – chiamata “Carri di Gedeone”. 

Secondo il Ministero della Salute palestinese sono cinquantacinquemila i morti palestinesi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, e più di centomila gli sfollati. Ma la devastazione in Palestina non si esaurisce con le decine di migliaia di morti e le città rase al suolo (ricordate All eyes on Rafah, l’immagine creata con l’intelligenza artificiale che divenne un trend sui social network qualche tempo fa? Quella città, adesso, non esiste più). L’esercito israeliano impedisce da più di due mesi l’ingresso di aiuti umanitari all’interno della Striscia. Se non si muore per le bombe, si muore di stenti. Quando non si muore, si è malnutriti e si soffrono la fame e la sete. Mentre, ai piani alti, Netanyahu e Trump progettano e realizzano case per i coloni israeliani, lavorano per far diventare Gaza City una meta del turismo di lusso. 

Eppure, una parte dell’opinione pubblica di fronte a questo scempio fatica a riconoscere una matrice razzista e nazista nel disegno di pulizia etnica israeliano. La società civile è scissa, ambo le parti sostengono di essere dalla parte giusta della storia, come farebbero due tifoserie avversarie, mentre la partita dell’ideologia si gioca sulla pelle della povera gente. Parte dell’opinione pubblica se ne lava le mani, parte fa appello a un residuo di coscienza e riflette, ragiona, discute, pur confrontandosi con uno schiacciante senso di impotenza. Ed ecco che nascono iniziative dal basso, proprio da quella parte della cittadinanza che non vuole arrendersi all’impotenza: per non incorrere nelle accuse di violenza che spesso subiscono i manifestanti a favore del popolo palestinese, è stato lanciato un appello alla creazione di una mobilitazione sui social per il 9 maggio, la Giornata dell’Europa. Artisti e artiste, intellettuali e civili hanno partecipato con la propria voce all’Ultimo Giorno di Gaza. Nel comunicato della pagina si legge: “Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultano la violenza: quella fatta a Gaza. […] Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei – verrà chiesto conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele“. 

Siamo noi, italian3 ed europe3 a doverci porre il problema di una eventuale soluzione, e “due popoli due Stati” non è la via per arrivare a una pace giusta e duratura, come si sente spesso dire. Una proposta fu avanzata all’UNSCOP, come riportato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, ma si trattava di una risoluzione di minoranza che non fu approvata all’ONU. Questa prevedeva la creazione di uno Stato federale israelo-palestinese, con Gerusalemme come capitale comune. Si sarebbe trattato di uno stato binazionale che per un periodo di tempo limitato sarebbe stato governato da un organo dell’ONU, che avrebbe contribuito a fare convivere i due popoli secondo principi di uguaglianza economica e sociale: infatti, il territorio palestinese sarebbe stato suddiviso equamente e ognuno dei due popoli avrebbe ricevuto una porzione di territorio feritle e ricca di risorse, a differenza di quanto sarebbe accaduto con la risoluzione a due Stati. 

Naturalmente, questa fu solo una proposta mai approvata dall’ONU. Un tentativo di risoluzione del conflitto in Palestina attraverso vie diplomatiche. Certamente non si tratta della soluzione migliore, quella di liberare la Palestina definitivamente dall’oppressore israeliano. Però sarebbe un buon punto di partenza per iniziare a immaginare il territorio palestinese come una terra pacificata nel silenzio delle armi, la più auspicabile delle utopie.

Giulia Imbimbo

Giulia Imbimbo
Nata a Napoli a ridosso del nuovo millennio, sono una studentessa di Lettere Moderne, divoratrice di album e libri. Credo nella capacità della cultura umanistica e dell'espressione artistica di rifondare i valori della società contemporanea.

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