E se anche il più moderno degli artisti si fosse lasciato sedurre dall’arte antica? In scena al Palazzo Reale, fino al 17 febbraio, Picasso Metamorfosi svela il debito dell’artista spagnolo più famoso di tutti i tempi nei confronti del mondo greco-romano.

In una scena del film “Totò a colori” del 1952, Totò si improvvisa eccentrico critico d’arte e sputa in un occhio di un malcapitato artista, colpevole di aver riprodotto un quadro di Picasso. Ecco questa scena rappresenta – in modo esilarante – il sentire comune, che ha identificato la paura dell’arte moderna in unico grande uomo: Pablo Picasso.

Eppure, tra le forme scomposte e destrutturate delle opere dell’artista spagnolo troviamo simboli, segni, idee e suggestioni che arrivano da lontano (nel tempo) e ci sono familiari: riferimenti alla mitologia e alla cultura greca e latina. Insomma, anche l’artista che più di ogni altro ha sovvertito i canoni dell’arte classicamente intesa, si è ispirato ad essa per formarsi e modellare la sua opera.

Picasso Metamorfosi fa parte della manifestazione triennale Picasso Méditerranée, un’iniziativa del Museo Picasso di Parigi che coinvolge più di 60 istituzioni culturali in vari Paesi del Mediterraneo, ed è curata da Pascal Picard. In un’alternanza tra antico e moderno, che accosta a quadri e sculture di Picasso capolavori dell’arte classica, è possibile ammirare oltre 200 opere provenienti dai maggiori musei, come il Louvre di Parigi, i Musei Vaticani e il Museo Archeologico di Napoli.

Perché Picasso Metamorfosi?

Picasso è legato alle Metamorfosi per due motivi: innanzitutto, nel 1931, gli fu chiesto di illustrare un’edizione delle Metamorfosi, quelle letterarie di Ovidio – il testo con le illustrazioni è presente in mostra – ma, soprattutto, le Metamorfosi rappresentano una chiave di lettura dell’opera di Picasso: infatti, secondo l’autore di “Les demoiselles d’Avignon” – il quadro manifesto del Cubismo – l’artista non dovrebbe fissare sulla tela il prodotto finale del processo creativo, ma appunto la sua metamorfosi, per far comprendere al pubblico il cammino che compie la mente dell’artista verso la concretizzazione del suo sogno.

La mostra invita a guardare all’arte moderna con meno timore e più simpatia, partendo dai canoni artistici che ci sono più familiari. Picasso era sì un rivoluzionario che amava dire «c’è un solo modo di guardare le cose, fino a quando arriva qualcuno e ci mostra come guardarle con occhi diversi», ma le influenze della mitologia e dell’arte classica lo hanno accompagnano per tutta la sua vita di artista, dalla giovinezza, periodo in cui sta ancora affinando la tecnica del disegno, fino agli ultimi anni. Picasso personalizzò queste influenze utilizzando le proprie tecniche, fino a farle scomparire, in un dualismo tra il potere della seduzione che il patrimonio classico ha avuto su di lui e la volontà reazionaria di superarne i canoni.

Le sei sezioni tematiche in cui è suddivisa la mostra Picasso Metamorfosi accompagnano per mano il visitatore in un percorso che ha come obiettivo la comprensione di questo genio bizzarro. Nei capolavori dell’artista spagnolo, a cui si affiancano opere di epoca greca e latina, ritroviamo la ieraticità dei sorrisi, le pose plastiche, l’onnipresenza dei nudi tipici di quel periodo della storia dell’arte. Certo, sono nudi di donne spigolose, dalle forme scomposte, perché è pur sempre di Picasso che stiamo parlando: un artista che ha amato profondamente le donne, lungo tutta la durata della sua esistenza, e che si divertiva a infrangere le regole: «l’arte non è l’applicazione di un canone di bellezza ma ciò che l’istinto e il cervello elabora dietro ogni canone. Quando si ama una donna non si comincia sicuramente a misurarle gli arti».

E ancora in Picasso ritroviamo altri temi ricorrenti dell’arte classica – come quello del bacio – e, soprattutto, i personaggi della mitologia, primi fra tutti il Minotauro, alter ego dell’artista, il Fauno, rappresentazione del dualismo tra uomo e bestia, e il dio Pan che rappresenta la sessualità.

Infine, nell’ultima opera della mostra, accade una magia: la metamorfosi prende vita. È “La femme au jardin”, una scultura che rappresenta una donna che si trasfigura in elementi vegetali, proprio come le ninfe antiche, che mutavano forma tra i boschi del Citerone.

 

Antonella Di Lucia

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