Napoli napoletano lingua intraducibile

Con la sua storia e la sua cultura, il napoletano è stato riconosciuto dall’UNESCO una lingua piuttosto che un dialetto, secondo solo all’italiano per diffusione nella penisola, visto che ancora si parla più o meno diffusamente e viene compreso in quelle zone che un tempo formavano il Regno delle due Sicilie, ossia in tutte quelle regioni che oggi compongono l’Italia meridionale.

Esportata anche oltre i confini nazionali grazie al grande patrimonio della musica partenopea, la lingua napoletana presenta tuttavia una sezione esclusiva, un vocabolario fatto di espressioni ben note soltanto a chi a Napoli ci è nato o vissuto. È il repertorio formato da parole, mimica facciale e gestuale, cadenza e tono di voce; il repertorio che è indice della teatralità connaturata al popolo napoletano, intraducibile senza il ricorso a sforzi che ne offrano un significato approssimativo, che non sarà mai identico a quello espresso dalla nostra lingua e favorito dal contatto visivo e dalla situazione circostanziale.

In napoletano infatti, la stessa parola pronunciata con tono diverso o in un’occasione piuttosto che in un’altra può indicare stati d’animo agli antipodi; basti pensare al nostro “e jamm“, che può essere espressione di entusiasmo oppure di noia. Con una piccola variazione può diventare “e jamm bell ja” e stare ad indicare una molteplicità di sfumature di significato diverse: è l’espressione che viene utilizzata dinanzi ad un fatto o una diceria che risulta poco credibile, ma può indicare un’esortazione ripetuta a qualcuno oppure a se stessi per infondere coraggio e voglia nel fare qualcosa, proprio come “e jamm a c’mover“. “Muoviamoci”, “andiamo!”, “ma dai”, “cosa dici?!”, “diamoci una mossa”, “ma per cortesia”… e chi più ne ha più ne metta.

Forse altrettanto enigmatico quanto simpatico è il nostro “aumm aumm” che solo a Napoli significa propriamente “di nascosto”, ma non può essere pronunciato senza il classico immancabile gesto della mano e del viso… Ma questo soltanto i napoletani lo capiranno!

Tra i termini propri del napoletano difficilmente traducibili nella madrelingua, troviamo anche “sbariare“, un verbo utilizzato per indicare l’atto di distrarsi da un impegno gravoso, la possibilità di concedersi un attimo di svago, ma anche l’insistenza su qualcosa che risulta difficile nella comprensione o nella soluzione: sbariare su un problema, sbariare con qualcuno, sbariare su un marchingegno.

Incontriamo poi un insulto che risulta effettivamente intraducibile, ossia “zompapereta“, che è un’offesa rivolta al genere femminile e rimandante alle flatulenze… Non significa nulla nella sua traduzione italiana, eppure a Napoli offende … e non poco!

Come dimenticare il “figlio ‘e ‘ntrocchia“, espressione ripresa dal latino intra oculos, che denota una persona furba e sveglia, ma anche capace di ingannare qualcun altro davanti ai suoi stessi occhi: ha una duplice accezione, positiva o negativa a seconda delle situazioni e del modo in cui vine pronunciata.

Un altro termine appartenente al gergo piuttosto basso è “guallara“, nato come calco dal termine arabo “adara“, che significa “ernia”. A Napoli chi ha la “guallara” è una persona che ha noia e dà noia, scocciata e priva di iniziative e di stimoli.

Nella categoria delle offese tipicamente partenopee troviamo “mappina“, che nel nostro dialetto indica lo strofinaccio da cucina, ma se rivolto ad qualcuno, specie ad una donna, indica una persona del valore di uno straccio, per cui leggera e poco seria. Abbiamo anche “tofa“, che indica sia il suo delle imbarcazioni all’entrata nel porto sia l’appellativo destinato ad una donna poco gradevole, pesante. Senza dimenticare il “cantero“, che è sia il vaso da notte sia l’espressione che indica un uomo col valore di … un vaso da notte.

Abbiamo poi “o’ntalliato“, la persona che risulta incapace di prendere posizione o di sbrigarsi, colui o colei che vive uno smarrimento o una distrazione in virtù della quale sembra non recepire quanto gli viene detto.

E poi c’è la nostra parola, quella intraducibile per eccellenza, che è “cazzimma“. A Napoli chi ha la cazzimma può essere una persona che nella vita ha quella grinta e quella sana aggressività che caratterizza chi ha la capacità di farsi strada da sé o al contrario, potrebbe indicare quel pizzico di cattiveria egoistica e ingiustificata. Un significato magistralmente espresso da Alessandro Siani che alla domanda “che cos’è la cazzimma?!” suggerisce una risposta più che adeguata “nun t’o vogl dicere, chesta è a’ cazzimma“.

Piuttosto chiaro, no?!

Sonia Zeno