
Sei un insegnante o un educatore nel 2026. Immagina di essere in classe, concentrato a spiegare qualcosa a cui tieni e di accorgerti che qualcuno ti sta filmando di nascosto. Quel video finirà online tra poche ore: magari tagliato male, preso in giro, usato per strappare due risate o per partecipare a una sfida social pericolosa, solo per racimolare qualche visualizzazione in più. È una situazione che sta capitando sempre più spesso nelle scuole italiane, e fa male perché ribalta completamente il senso dello stare insieme. La classe non è più un luogo sicuro dove si impara e si cresce, ma diventa un palcoscenico spietato. Da una parte ci sono ragazzi che cercano disperatamente attenzione, riducendo tutto, anche la dignità di un insegnante, a un contenuto da consumare e buttare. Dall’altra, c’è un professore che si ritrova improvvisamente esposto, deriso e incredibilmente solo davanti a uno schermo. Ma a volte il confine tra lo scherzo e la realtà si spezza del tutto, trasformandosi in una violenza inaccettabile. Non si tratta purtroppo di casi isolati, come dimostrano i fatti di cronaca più recenti. È accaduto in una scuola media di Roma, dove un tredicenne ha prima spruzzato dello spray urticante al volto della sua insegnante di italiano e poi l’ha accoltellata, arrivando a trasmettere l’aggressione in diretta per una manciata di visualizzazioni o per rancore. Una ferita che richiama immediatamente alla mente quanto successo in provincia di Bergamo, dove un altro studente di terza media ha aggredito con un coltello una professoressa, riprendendo la scena con il cellulare mentre sulla sua maglietta compariva la scritta “Vendetta”.
Non possiamo liquidare tutto questo come una semplice “ragazzata”, o alimentare la comoda propaganda dei “maranza”. È il segnale di un vuoto enorme, di una tecnologia usata per anestetizzare l’empatia e trasformare le aule in un ring. È lo specchio di una società che corre a velocità supersonica verso l’avanzamento tecnologico e l’intelligenza artificiale, ma che nel frattempo ha deciso di lasciare indietro ciò che ci rende profondamente umani: l’elaborazione delle emozioni, la capacità di stare in relazione con il prossimo e il coraggio di confrontarsi, anche quando non si è d’accordo.
Al di là dei casi di violenza estrema, il quotidiano si muove dentro una trincea fatta di video decontestualizzati, audio tagliati e immagini condivise su piattaforme come TikTok e Instagram per delegittimare chi è in cattedra. E le conseguenze di questa gogna non restano confinate al piano psicologico: troppo spesso i docenti si ritrovano alla berlina di commenti feroci da parte di estranei e, nei casi peggiori, costretti a subire procedimenti disciplinari interni avviati sulla scia di quel materiale manipolato online, prima ancora che venga fatta chiarezza sui fatti. È il simbolo di una figura, quella del docente, oggi tragicamente persa e svuotata: non più riconosciuta come guida o punto di riferimento autorevole, ma ridotta a bersaglio vulnerabile, isolato e privato di ogni protezione simbolica e istituzionale davanti a una classe che ha smesso di vederne il ruolo.
Ecco perché dobbiamo dircelo senza filtri: quando una cattedra diventa un bersaglio e una classe un set digitale, non stiamo più educando nessuno. Resta da capire quanto a lungo potremo permettere che la scuola si trasformi in una trincea, svuotando la società di quegli strumenti educativi ed emotivi che dovrebbero proteggerci, e finendo invece per farci crescere ostaggi della paura o costretti a piegarci alle situazioni meno scomode. Il prezzo da pagare? Sacrificare il futuro dei nostri figli e la dignità di chi insegna o aiuta nell’educazione per un pugno di visualizzazioni.
Elisabetta Vinci















































