
All’epoca dei fatti di Genova del 2001 avevo solo 4 anni, e ne ricordo molto poco. Mi vengono in mente soltanto delle sfumatissime immagini del TG delle 20:00 in cui si alternavano le immagini di questo ragazzo steso a terra col volto coperto e una canotta bianca e le vie della città colme di gente e di fumo.
Venti anni dopo vidi per la prima volta il film Diaz, che parlava di quella notte maledetta in cui una semplice scuola genovese divenne teatro di massacro, cambiando il destino della città e dell’Italia intera. Quella fu una notte con cui ancora oggi facciamo fatica a convivere.
Le immagini delle mani alzate di persone che urlavano un impaurito “NO VIOLENCIA” mentre i reparti speciali di polizia e carabinieri entrati nella scuola Diaz, intervenuti per sgomberare la struttura, compivano quella che nei giorni a seguire verrà ricordata come uno dei momenti più bassi del nostro paese. A distanza di 25 anni, nonostante quello di Genova fu giudicato come massacro di civili, c’è chi ancora rinnega la sentenza e sceglie il silenzio pur di pronunciarsi.
Manifestazione e contromanifestazione
Il G8 di Genova si inseriva nello scenario del nuovo millennio dove la rivoluzione tecnologica era agli albori e il fenomeno della globalizzazione iniziava a dare i suoi primi frutti. I temi sul tavolo erano semplici: la lotta alla povertà per restringere la forbice tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, la protezione dell’ambiente contro i cambiamenti climatici e la tutela delle risorse naturali, fino al controllo delle nuove (all’epoca) tecnologie informatiche.
Se da un lato questi incontri diplomatici intendevano trovare soluzioni istituzionali a queste tematiche dall’altro prendeva vita, in quei giorni di fine luglio, una “contro-manifestazione” organizzate da persone che vivevano nel quotidiano quei problemi. Il Genoa Social Forum, la rete di movimenti, sigle e associazioni, aveva visto nel Summit di Genova (e nei precedenti di Napoli e Goteborg) l’occasione per cercare di far cambiare prospettiva a più persone possibili, di convincere le persone che un’alternativa c’era ed era quella opposta ai processi della globalizzazione e del neoliberismo finanziario che i Big 8 portavano avanti.
Nei giorni del G8, mentre nella “zona rossa”, quella ad accesso proibito e circoscritta da barriere di ferro e forze dell’ordine, si svolgevano gli incontri diplomatici, nel resto della città e nella “zona gialla” avvenivano manifestazioni e assemblee pubbliche e (almeno nell’intenzione) pacifiche che fungevano da contraltare popolare.
Purtroppo l’esito, come ben sappiamo, fu tutt’altro che pacifico e si verificò quello che Amnesty definì come “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”: nei giorni centrali del G8 le strade di Genova divennero teatro di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e portarono alla morte di Carlo Giuliani il 20 luglio 2001 e l’irruzione della polizia nella Scuola Diaz (sede del Genoa Social Forum, dove alloggiavano manifestanti e giornalisti provenienti da tutto il mondo) la notte tra il 21 e 22 luglio. All’interno di quella scuola le forze dell’ordine, con il mandato di sgomberare l’edificio dagli occupanti, attuarono quello che negli anni a seguire fu definito dalla corte di Strasburgo come tortura.
Il silenzio come risposta
I processi giudiziari iniziati all’indomani del G8 di Genova furono il vero colpo di grazia alla democrazia così come alla tutela dei diritti umani.
Le sentenze definitive arriveranno non prima del 2009 e condanneranno i soggetti responsabili dei fatti di Piazza Alimonda e della Caserma di Bolzaneto (dove furono tenuti in stato di fermo decine di manifestanti e giornalisti prelevati dalla scuola Armando Diaz e a cui, anni dopo, la Corte di Strasburgo riconobbe che fu inflitto il reato di tortura). Solo il processo contro la morte di Carlo Giuliani fu archiviato senza una condanna. Risultò che colui che sparò, il carabiniere appena ventenne Mario Placanica, lo fece per legittima difesa nonostante avesse travolto due volte il corpo del ventenne (a terra e incosciente) con il defender dei carabinieri dopo aver sparato ad altezza uomo.
All’indomani di una delle pagine più vergognose per il nostro paese il governo allora in carica, il governo Berlusconi II, dopo qualche momento di ingiustificato silenzio mostrò solidarietà alle forze dell’ordine che fecero, a detta loro, il loro dovere garantendo la sicurezza dei capi di Stato presenti al summit e addossando la colpa dei disordini al precedente governo, quello di Massimo D’alema, per aver scelto la città di Genova (secondo loro non all’altezza di affrontare una manifestazione come questa).
A 25 anni da quei fatti, il silenzio torna protagonista. Se da un lato associazioni, movimenti ed esponenti politici continuano a mantenere viva la memoria di Genova e di Carlo Giuliani, dall’altro c’è chi sceglie di non pronunciarsi. C’è chi sceglie un silenzio strategico che cancelli dalla memoria quei giorni. Nessuna parola sulle vittime, nessuna parola di cordoglio per la famiglia Giuliani, nemmeno la vicinanza ai cittadini che in quei giorni furono testimoni involontari di violenze e torture.
Sostenere che le forze dell’ordine abbiano agito esclusivamente per la difesa dell’ordine pubblico senza riconoscere gli abusi accertati dalle sentenze rappresenta una scappatoia meschina. Tacere di fronte alla storia diventa così la strada più facile per evitare di ammettere che furono commessi errori, rinunciando così a un atto di onestà intellettuale verso il proprio Paese.
Benedetta Gravina















































