Dal 24 al 29 aprile 2026, a Santa Marta, Colombia e Paesi Bassi hanno organizzato la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili. Questo nuovo esperimento di diplomazia climatica è stato reso possibile grazie a una “coalizione globale larga, plurale ed orizzontale composta da migliaia di soggetti”. Infatti, oltre ai 57 Stati presenti e all’Unione europea, a Santa Marta si sono riuniti movimenti sociali, nazionalità indigene, ONG, esponenti del mondo accademico, attivisti per il clima ed esperti dei sistemi finanziari.
Insieme hanno dato vita a un’agenda di lavoro che non vuole essere un nuovo pacchetto di obiettivi da raggiungere, ma si configura piuttosto come uno strumento per attuare e accelerare gli impegni già esistenti. È in quest’ottica, pertanto, che bisogna leggere Santa Marta come un processo complementare e non alternativo alle più tradizionali Conferenze delle Parti (COP).
I limiti delle COP e il nodo del consenso
Una complementarità avvertita da tempo come necessaria, soprattutto alla luce dello stallo che sembra ormai radicato nella stessa architettura delle COP, durante le quali la presenza di Paesi apertamente schierati a tutela degli interessi fossili contribuisce sempre più spesso a rallentare — se non addirittura ostacolare — l’adozione di decisioni realmente ambiziose.
Nel meccanismo appena descritto sono rimaste impantanate anche le conferenze sul clima degli ultimi anni. Per esempio nel 2023, durante la COP28 di Dubai, era stata riconosciuta la necessità di avviare una transizione dei sistemi energetici per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Eppure, da quell’anno, poco o nulla è cambiato e nemmeno la tanto attesa conferenza di Belém — arrivata a dieci anni dall’Accordo di Parigi — si è dimostrata all’altezza delle aspettative, fallendo nell’obiettivo di definire una roadmap credibile per l’abbandono dei combustibili fossili. Anche in quell’occasione, come spesso è accaduto, il processo decisionale si è arenato di fronte all’opposizione di un ristretto numero di Paesi: un esito reso possibile dalla regola del consenso che governa i negoziati climatici, finendo spesso per attribuire a pochi attori un potere di blocco sproporzionato rispetto all’urgenza imposta dalla crisi climatica.
Ma se le COP, malgrado una serie di limiti, continuano a rappresentare uno strumento necessario per la diplomazia climatica, la Conferenza di Santa Marta ne ha costituito uno strumento facilitatore. Infatti, snellita dall’assenza della regola del consenso e con una partecipazione plurale ma volutamente limitata, la Conferenza ha favorito un dialogo costruttivo e ambizioso su un tema divenuto ormai ineludibile: accompagnare l’uscita dai sistemi energetici fondati sulle fonti fossili.
La scienza al centro della responsabilità politica
La scelta di non coinvolgere Paesi come Cina, Russia e Stati Uniti, spesso restii a sostenere progressi significativi in questa direzione, ha contribuito a rendere il confronto più concreto e orientato all’azione. Un’azione sulla quale la scienza ha messo il proprio marchio di fabbrica, non perché la crisi climatica sia una questione meramente scientifica, ma perché nessuna risposta politica può essere credibile se ignora ciò che la scienza mostra da anni con crescente chiarezza.
Riguardando, tra le altre cose, la distribuzione dei costi della transizione, le responsabilità storiche, i modelli produttivi e i rapporti di forza tra Stati, il cambiamento climatico resta un problema di natura politica, ma proprio per questo le sue soluzioni devono poggiare su basi scientifiche solide, capaci di definire tempi, scenari e limiti entro cui l’azione politica può ancora risultare efficace. Da qui l’importanza della costituzione dello Scientific Panel for the Global Energy Transition, pensato per accompagnare i governi nella costruzione di percorsi personalizzati di uscita dalle fonti fossili, fondati sull’evidenza scientifica e tarati sulle diverse esigenze ed esperienze nazionali.
Attraverso la produzione di rapporti annuali e potendo lavorare su chiamata di singoli Paesi e settori economici, il Panel rappresenta – come si legge su Areale di Ferdinando Cotugno – un attivatore di concretezza. In questo senso, Santa Marta ha provato a rimettere la scienza al centro del processo non come autorità esterna alla politica, ma come attore da ascoltare affinché la politica possa assumersi fino in fondo la responsabilità della crisi climatica.
Tre assi di lavoro per rendere concreta la transizione
Altra eredità particolarmente significativa è rappresentata dai 3 filoni di lavoro che sono stati sviluppati durante la Conferenza di Santa Marta. Il primo riguarda la progettazione di tabelle di marcia nazionali e regionali per attuare la transizione energetica. Realizzate tramite discussioni bottom-up e partecipative, che tengano conto delle diverse risorse e condizioni di partenza di ogni paese, le roadmap saranno allineate agli Ndc (i Contributi determinati a livello nazionale), istituiti dall’Accordo di Parigi e proveranno ad affrontare anche il problema insoluto delle emissioni legate al mondo delle esportazioni.
Il secondo filone, invece, si propone l’ambizioso obiettivo di provare a riformare l’architettura finanziaria, lavorando su sussidi fossili, vincoli fiscali, investimenti e debito. Cioè sull’insieme di quei meccanismi economici che oggi mantengono i Paesi, specialmente quelli più vulnerabili o più dipendenti dalle fonti fossili, intrappolati nell’attuale sistema energetico.
Il terzo asse, infine, riguarda commercio internazionale e cooperazione tra Paesi produttori e consumatori per ripensare il sistema commerciale globale in chiave di decarbonizzazione.
Nessun nuovo impegno, dunque, ma nuovi e più concreti modi di dare attuazione a obiettivi già esistenti. È questo il senso del percorso avviato a Santa Marta, che proseguirà nel 2027 a Tuvalu, dove la seconda conferenza sarà co-ospitata insieme all’Irlanda, portando il processo nel cuore del Pacifico. Cioè in una regione in cui le conseguenze della crisi climatica non appartengono alle narrazioni più catastrofiste del climate change, ma alla materialità quotidiana dell’innalzamento del livello del mare e della perdita di territori abitabili. Nel mezzo, le riunioni preparatorie dell’UNFCCC e la COP31 in Turchia, dove sarà restituito il contenuto del report ufficiale della Conferenza di Santa Marta, il cui valore non sta tanto nella promessa di una svolta immediata, ma nell’aver saputo indicare una direzione: uscire dall’era fossile non più come semplice slogan, ma come una traiettoria di passi condivisi, fondati su scienza, giustizia climatica e responsabilità politica.
Virgilia De Cicco
















































