Con il referendum del 29 agosto 2026 l’elettorato islandese ha respinto la proposta di riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea: il 52,8% ha votato No, contro il 47,2% dei Sì, con un’affluenza dell’82,6%. Ovviamente il voto non autorizza letture semplicistiche, non è possibile attribuire il No a una singola causa; dietro quella che per i votanti è una scelta di difesa della sovranità nazionale vanno a intrecciarsi diversi interessi, su tutti quelli economici, a partire dalla struttura della pesca, e quelli geopolitici, con una collocazione del Paese profondamente legata alla NATO e agli Stati Uniti.
La storia del rapporto tra Islanda e Unione Europea è più complessa di quanto suggerisca la semplice alternativa tra entrare o restare fuori dall’Organizzazione. L’Islanda è membro dell’EFTA e dello Spazio Economico Europeo, e partecipa allo Spazio Schengen: è dunque profondamente integrata nel mercato e negli spazi europei, pur non essendo membro dell’UE. I negoziati di adesione erano stati avviati già nel 2010 e sospesi dal governo islandese nel 2013; successivamente, nel 2015, Reykjavík comunicò alle istituzioni europee di non considerarsi più un Paese candidato, con la questione che, tuttavia, mai è scomparsa definitivamente dall’agenda politica. Va da sé che il risultato del referendum di agosto non può essere letto automaticamente come un rifiuto dell’Europa né, al contrario, come un semplice riflesso conservatore.
Tra le ragioni del No: concentrazione ittica e sovranità sulle risorse
L’economia islandese è nel tempo rimasta fortemente legata alle risorse marine e alle esportazioni ittiche. A partire dal 1991 il Paese ha introdotto un sistema di quote individuali trasferibili, le cosiddette ITQ, concentrando nel tempo la detenzione dei diritti di pesca nelle mani di un numero relativamente ristretto di imprese.
Questo assetto rende la questione europea particolarmente sensibile e spinosa; l’adesione all’UE comporterebbe, infatti, l’ingresso nella Politica Comune della Pesca, con una parte fondamentale delle decisioni sulla conservazione delle risorse marine che verrebbe quindi trasferita al quadro istituzionale europeo. Ad esempio, i limiti complessivi di cattura (i cosiddetti TAC) verrebbero stabiliti non più solo internamente alla nazione, ma principalmente dal Consiglio dell’Unione Europea sulla base delle proposte della Commissione e di pareri scientifici.
Certamente esistono regimi specifici per le acque costiere, comprese le restrizioni stabilite dal diritto del mare per l’ingresso dei soggetti stranieri entro le 12 miglia nautiche, ma queste non equivalgono a una completa sottrazione di tali acque alla Politica Comune della Pesca. Per il settore ittico, in breve, l’ingresso nell’UE ridisegnerebbe il rapporto tra sovranità nazionale e gestione delle risorse.
La caccia alle balene
Da una prospettiva ecosocialista chiaramente la questione non può essere ridotta alla difesa dell’attuale autonomia nazionale, essendo evidente una problematica di natura ecologica e antispecista di non poco conto: quella della caccia commerciale alle balene. Negli anni Ottanta, la Commissione Baleniera Internazionale introdusse una moratoria sulla caccia commerciale alle balene; anche per questo motivo, nel 1992 l’Islanda aveva lasciato l’IWC (International Whaling Commission), per poi rientrare nel 2002, mantenendo comunque una riserva alla moratoria e continuando a permettere, nonostante le forti proteste nazionali ed estere, questa pratica. La specie principalmente interessata è la balenottera comune, classificata ad oggi come Vulnerable dalla Lista Rossa dell’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) e, seppur sia stata annunciata dal governo islandese la volontà di presentare un disegno di legge entro febbraio 2027 che potrebbe vietare la caccia alle balene nel territorio nazionale, permane una radicale diversità con il quadro comunitario. Per l’UE i cetacei sono sottoposti alla tutela rigorosa prevista dalla Direttiva Habitat, e il diritto dell’Unione non consente la caccia commerciale ai cetacei nelle acque degli Stati membri. Anche durante i precedenti negoziati tra Islanda e UE la questione della caccia alle balene era stata individuata come uno dei dossier maggiormente problematici, e l’allineamento alle politiche comunitarie avrebbe richiesto un cambiamento della legislazione islandese.
La questione dei cetacei è cruciale per comprendere una delle contraddizioni strutturali che un eventuale processo di adesione avrebbe dovuto affrontare; con un interrogativo che, però, non dovrebbe essere soltanto legato a quale istituzione debba amministrare la risorsa marina: la vera domanda è se il mare debba essere considerato una riserva di valore economico da cui estrarre senza sosta, prima che un luogo naturale che, in fin dei conti, non appartiene a noi, ma a chi lo abita.
Il fattore geopolitico: la pedina di USA e NATO
L’Islanda non possiede forze armate permanenti, ma è membro fondatore della NATO. La sua sicurezza si fonda sulla partecipazione all’Alleanza Atlantica e su un accordo bilaterale di difesa con gli Stati Uniti firmato nel 1951. La presenza militare permanente statunitense a Keflavík è terminata nel 2006, ma la cooperazione di sicurezza tra i due Paesi non è venuta meno, con l’Islanda che continua a rappresentare un punto strategico per la sorveglianza e la sicurezza dell’Atlantico settentrionale, anche in relazione al cosiddetto GIUK Gap, il corridoio marittimo tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito.
Si è dunque di fronte a un Paese privo di un esercito permanente, che affida una parte essenziale della propria sicurezza a un’alleanza militare nella quale gli Stati Uniti svolgono un ruolo dominante e a un accordo bilaterale, sempre con gli Stati Uniti, risalente alla Guerra fredda. Ora, non sembra errato affermare che, secondo una chiave di lettura più espansiva, una delle ragioni del No potrebbe aver avuto a che fare proprio con questo rapporto di dipendenza. In quest’ottica, assume un interessante significato quella che inizialmente è passata solo come l’ennesima gaffe egoriferita di Donald Trump. Solo alcuni giorni dopo il referendum, il 7 settembre, il presidente statunitense ha pubblicato una mappa nella quale l’Islanda appariva insieme alla Groenlandia e ad altri territori sotto i colori statunitensi; l’episodio deve inserirsi in una più ampia politica dell’amministrazione Trump verso l’Artico e il Nord Atlantico, segnata dalla pressione statunitense sulla Groenlandia e da una crescente attenzione alle infrastrutture e alle rotte strategiche della regione.
Per l’Islanda il paradosso è evidente: mentre il Paese discute se approfondire l’integrazione con l’Unione Europea, rimandandola in nome della propria autonomia, la sua collocazione geografica lo rende contemporaneamente un territorio di enorme interesse strategico per Washington e per la NATO.
Oltre UE e USA per la vera libertà
Non intendendo in alcun modo sostituirsi al pensiero dei cittadini islandesi, liberi di autodeterminarsi e decidere se il proprio Paese debba restare estraneo all’UE (o comunque dall’elenco dei membri) o meno, a causa delle politiche sulla caccia alle balene o nel rispetto del ruolo nelle strategie nordamericane, va fatta una precisazione. La questione non è scegliere tra Europa o nazionalismo, ma è costruire un’idea diversa di autodeterminazione, a cui migliaia di islandesi aspirano, che sia democratica, ecologica, sociale e internazionalista. In Europa o meno, la trasformazione dell’Islanda dovrebbe, e probabilmente potrebbe, cercare di emanciparsi da qualsiasi altro gigante politico. Il modello ittico dovrebbe partire dalla redistribuzione delle risorse e dal superamento della loro concentrazione, accompagnandosi alla tutela degli ecosistemi marini, con la caccia commerciale alle balene che andrebbe definitivamente abbandonata, non soltanto per adeguarsi a una normativa europea, ma per mettere in discussione una concezione puramente estrattiva del rapporto tra esseri umani e altri animali. Riguardo la sicurezza, l’Islanda dovrebbe poi necessariamente interrogarsi sul proprio rapporto con la NATO e con gli Stati Uniti d’America, mettendo in discussione la militarizzazione dell’Artico e dell’Atlantico settentrionale.
Ad ogni modo, gli islandesi hanno espresso un chiaro rifiuto della riapertura dei negoziati con l’Unione Europea, e questo risultato – pur non dicendo cosa sia effettivamente meglio tra l’entrare o il restare fuori da un’organizzazione sovranazionale – ha rappresentato, per chi ha votato, un’affermazione della preminenza della libertà nazionale. Occorrerebbe, tuttavia, tenere presente che la sovranità di un Paese non coincide davvero con il concetto di autodeterminazione se le risorse restano concentrate nelle mani di pochi, se gli ecosistemi vengono trattati come giacimenti, se altri animali sono ridotti a merci e se la sicurezza dipende dagli equilibri militari delle grandi potenze.
L’alternativa non è tra Bruxelles e Reykjavík. È tra la conservazione dei rapporti di potere esistenti e la possibilità di costruirne di nuovi.
Anna Farina















































