George Floyd Wikimedia Commons
da Wikimedia Commons

Il 25 maggio 2020 George Floyd moriva a Minneapolis, soffocato sotto il ginocchio dell’agente Derek Chauvin. Per molti americani, il video della sua uccisione, riprodotto, secondo le stime, oltre un miliardo di volte, ha rappresentato uno spartiacque: il momento in cui gli occhi dell’opinione pubblica si sono aperti definitivamente sul razzismo sistemico e sulla violenza della polizia. Da lì, il movimento Black Lives Matter si è trasformato in un fenomeno globale, capace di portare milioni di persone in piazza. Sei anni dopo, però, gli Stati Uniti sembrano aver preso la direzione opposta.

Donald Trump e il rafforzamento della ICE

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato al centro la retorica del “law and order”, della repressione e della sicurezza come bandiera e fine ultimo. In questo nuovo clima politico, Black Lives Matter appare indebolito: meno presente nelle piazze, meno influente nel dibattito pubblico e schiacciato da un riflusso conservatore che lo ha reso il suo bersaglio polemico. Ma le ragioni che hanno alimentato quella mobilitazione sono non soltanto ancora vive ma anzi, più gravi e urgenti che mai.

Da gennaio Minneapolis, proprio la città dove George Floyd fu ucciso, è tornata al centro delle tensioni per l’omicidio di Renée Good per mano di Jonathan Ross, un agente della ICE (Immigration and Customs Enforcement), un’agenzia federale che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione negli Stati Uniti e che negli ultimi tempi è stata rafforzata da Donald Trump.

Le immagini di agenti in assetto antisommossa, arresti di massa e quartieri militarizzati hanno evocato inevitabilmente il trauma del 2020, ma rispetto ad allora il contesto è cambiato. Oggi la repressione gode infatti di una legittimazione politica e di una minore resistenza istituzionale. Dopo l’ondata di proteste seguita alla morte di Floyd, molti democratici avevano promesso una riforma profonda delle forze dell’ordine. Quasi nulla, però, si è tradotto in cambiamenti strutturali. Il George Floyd Justice in Policing Act è rimasto bloccato al Congresso.

Black Lives Matter: il cambiamento dopo sei anni dalla morte di George Floyd

Nel frattempo il movimento Black Lives Matter ha attraversato una crisi interna e politica. La spinta emotiva del 2020 si è esaurita, molte organizzazioni locali hanno perso fondi e la narrazione conservatrice ha associato il movimento ai disordini urbani e all’aumento della criminalità post-pandemia. Trump e i repubblicani hanno sfruttato questa percezione per consolidare una linea apertamente securitaria, dipingendo proteste e attivismo come minacce all’ordine pubblico.

Sarebbe però sbagliato considerare Black Lives Matter un’esperienza conclusa. Più che scomparire, il movimento si è trasformato. Oggi opera spesso attraverso reti locali, mutualismo e campagne contro la repressione federale, soprattutto quella legata all’immigrazione. La crescente aggressività dell’ICE ha infatti creato un terreno comune tra movimenti antirazzisti e organizzazioni per i diritti dei migranti, unite dalla denuncia di uno Stato percepito come sempre più militarizzato.

Anche culturalmente qualcosa è cambiato in modo irreversibile, a partire dalla morte di Floyd. Sei anni fa espressioni come “razzismo sistemico” o “profiling razziale” erano considerate radicali da una larga parte dell’opinione pubblica americana; oggi fanno parte del linguaggio politico e mediatico quotidiano.

L’America del 2026 appare così sospesa tra memoria e rimozione. La stagione della “racial reckoning”, la resa dei conti sul razzismo esplosa dopo la morte di George Floyd, sembra essersi chiusa senza aver prodotto le riforme promesse. Al suo posto è tornata la politica della forza: più polizia, più controllo federale, più repressione. Eppure il nome di George Floyd continua a riemergere ogni volta che un nuovo video mostra un abuso, ogni volta che Minneapolis torna a riempirsi di blindati, ogni volta che una persona di colore o migrante denuncia prevaricazioni. Tutto ciò è segno che la ferita aperta nel 2020 non si è mai davvero rimarginata, e non si rimarginerà mai.

Gabriele Bartolini

Gabriele Bartolini
Gabriele Bartolini (Roma, 2003) studia Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. È presidente della sezione ANPI di Trastevere e membro del Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma. Fa parte del gruppo dell’ANPI Nazionale che lavora sulle giovani generazioni. Cura per Patria Indipendente una inchiesta sul tentativo di riscrittura della Storia tramite le intitolazioni di vie e spazi pubblici a Giorgio Almirante.

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