Palazzo Braschi nel 1934, Roma, 1934: la facciata di Palazzo Braschi, sede del Partito Nazionale Fascista
Palazzo Braschi nel 1934, Roma, 1934: la facciata di Palazzo Braschi, sede del Partito Nazionale Fascista (fonte: Wikimedia Commons)

Il 18 marzo scorso circola online un video di Giorgia Meloni che pronuncia frasi mai dette. È un deepfake e l’account che lo ha caricato per primo lo aveva persino etichettato come “simulazione” in didascalia, ma non è bastato a fermarlo. Secondo l’analisi pubblicata da NewsGuard il 4 maggio 2026, le dichiarazioni false attribuite a Meloni da inizio anno avevano già raccolto 18 milioni di visualizzazioni su X e 1,6 milioni su TikTok. La cosa interessante non è la tecnica – i deepfake sono ormai routine – ma chi lo ha condiviso: sia i sostenitori della premier, che vi hanno letto una prova di fermezza politica, sia i suoi oppositori, che lo hanno usato per attaccarla. Stessa clip, letture opposte, stessa diffusione virale. Il video è stato verificato anche da Facta, mentre La Repubblica ne ha ricostruito la genesi e la viralità e Wired Italia ha approfondito il fenomeno dei deepfake a fini politici.

È il meccanismo che Umberto Eco aveva già descritto nel 1995, senza i social network, senza l’intelligenza artificiale, senza sapere che un giorno sarebbe stato possibile.

Il fascismo storico è morto, ma l’Ur-Fascismo no

Proprio nel 1995, sulla New York Review of Books, Umberto Eco pubblicava Ur-Fascism (Il fascismo eterno in italiano). La domanda di fondo era semplice: perché il fascismo, sconfitto militarmente nel 1945, continua a tornare sotto forme diverse?

La risposta di Umberto Eco è che il fascismo storico è morto, ma l’Ur-Fascismo no, perché non è mai stata una dottrina compatta. È una lista di quattordici tratti che possono comparire da soli o in combinazione: culto della tradizione, rifiuto del pensiero critico, paura della differenza, ossessione del complotto, disprezzo per il debole, esaltazione della morte come sacrificio, il “Popolo” trattato come blocco unico anziché come insieme di opinioni diverse, e una lingua povera fatta di slogan. «Basta che uno di essi sia presente», scriveva Eco, «per far coagulare una nebulosa fascista».

Non serve un regime per attivarli, basta un ambiente che li renda convenienti. Oggi l’ambiente è quello dei feed infiniti, delle notifiche continue e delle timeline costruite per massimizzare il tempo di permanenza. In questo contesto, un post che evoca un nemico interno, che semplifica la realtà in “noi contro loro”, che trasforma ogni notizia in conferma di un complotto, è un contenuto ottimizzato.

Copertina del libro "Il fascismo eterno" di Umberto Eco
Copertina del libro “Il fascismo eterno” di Umberto Eco (fonte: La nave di Teseo)

La propaganda oggi è in formato social

Nel Novecento, orchestrare la retorica del nemico, del complotto e della polarizzazione richiedeva un’imponente macchina propagandistica, con costi economici e logistici altissimi. Oggi, nell’era digitale, quegli stessi meccanismi si attivano a costo zero e non hanno più bisogno di essere imposti dall’alto. Le piattaforme li producono da sole, come sottoprodotto di un sistema che premia ciò che trattiene lo sguardo: l’indignazione.

Il caso Meloni lo dimostra bene. Il video ha funzionato non perché fosse credibile, ma perché era condivisibile da entrambe le parti politiche contemporaneamente. È lo stesso schema del Pizzagate e di QAnon un decennio fa, con una variante: prima bastava un forum, oggi basta un post e un algoritmo che lo spinge a chiunque, indipendentemente dall’orientamento politico di chi lo guarda.

Anche la lingua ne risente. Il quattordicesimo tratto della lista di Umberto Eco – la Newspeak orwelliana, povera e ripetitiva – oggi coincide semplicemente con il formato: il post breve, la citazione tolta dal contesto, la reazione affidata a un’emoji. Nessuno l’ha imposta dall’alto, è l’interfaccia stessa a selezionare il lessico.

In questo senso, l’Ur-Fascismo è un effetto collaterale conveniente per chi monetizza le reazioni delle persone. Le piattaforme non sono neutre. Il loro modello di business si basa sul vendere attenzione agli inserzionisti. Più indignazione genera più tempo sullo schermo, più tempo sullo schermo significa più ricavi. Il capitale, insomma, non ha abolito i tratti descritti da Umberto Eco, li ha resi più efficienti.

Uno slogan fascista su un muro di Lavenone (Provincia di Brescia): «Noi sognamo [sogniamo] l'Italia romana»
Uno slogan fascista su un muro di Lavenone (Provincia di Brescia): «Noi sognamo [sogniamo] l’Italia romana» (fonte: Wikimedia Commons)

Attenzione alle accuse e alle etichette

Va detto con chiarezza, perché è il punto in cui questo tipo di discorso rischia di scivolare: riconoscere un tratto ur-fascista in un contenuto non significa dare del fascista a chi lo condivide. Umberto Eco insisteva proprio su questo. La lista serve perché quei tratti sono diffusi e possono annidarsi anche in chi si crede immune. Usare “fascista” come sinonimo generico di “avversario politico” produce l’effetto opposto. Svuota la parola e regala a chi la merita davvero la possibilità di dirsi vittima di un’etichetta.

Come combattere l’Ur-Fascismo

Umberto Eco chiudeva il suo saggio ricordando che la vigilanza contro questi meccanismi non è mai un compito concluso una volta per tutte. Oggi si può aggiungere una constatazione che nel 1995 non era ancora vera: l’Ur-Fascismo non torna per destino, torna perché qualcuno ci guadagna a ogni condivisione.

Verificare una fonte prima di rilanciarla, ricostruire da dove viene davvero un contenuto, resistere alla tentazione di condividere ciò che conferma quello che già si pensa è il modo più economico per rendere il falso più costoso da produrre. Umberto Eco lo scriveva già nel 1995: «L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, a volte in abiti civili» e il nostro dovere è «smascherarlo e puntare il dito su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo».

A livello collettivo, servono redazioni che rendano visibili le correzioni e piattaforme che smettano di trattare il falso come contenuto qualsiasi. In un’epoca in cui gli algoritmi premiano l’indignazione e i video manipolati diventano arma politica, questa vigilanza è l’unica forma di antifascismo che non si può delegare a nessuno. Bisogna cominciare dai piccoli gesti, come un click in meno e una fonte controllata in più.

Catia Somma

Catia Somma
Raccolgo immagini, voci e storie, esplorando i territori di confine tra arte, ricerca e memoria visiva. Il mio lavoro si muove tra il documentario, la fotografia e la scrittura audiovisiva, indagando come le narrazioni contemporanee plasmano l’identità e la percezione del mondo.

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