The Legend of Zelda Ocarina of Time Remake
Nintendo Direct del 9 giugno 2026

Per chi lo ha vissuto, Ocarina of Time non è semplicemente il miglior videogioco di tutti i tempi (perché su questo siamo tutti d’accordo, credo). È il mondo che gira intorno a un mondo, il tempo che gravita intorno a un tempo. Nel mio caso, è un ragazzino di appena dodici anni che cerca di fuggire dalla malattia del nonno rifugiandosi in una foresta abitata da Kokiri.

È la banconota da cinquantamila lire messa faticosamente da parte per quello che tutti annunciano come un gioco speciale, da provare a ogni costo. E allora compriamolo. Solo che, arrivati al negozio, mi rendo conto che il costo è di novantamila. È, allora, zio Luigi che senza batter ciglio tira fuori le altre quarantamila per permettermi di acquistare la cartuccia, e si raccomanda di non dire niente a nessuno.

Ocarina of Time è questo, ma è anche il Ferragosto a casa di zia Concetta, con le angurie a mollo nelle bacinelle di acqua ghiacciata e la cedrata di fianco. È sgattaiolare su, lungo le scale, mentre tutti mangiano e parlano in allegria, per imparare la Song of Storms e scendere nel pozzo del villaggio Kakariko. Un misto di serenità e soddisfazione che non avrei mai più provato.

È rimanere bloccati per un anno nel Tempio della Foresta finché un compagno di classe, Marcello, mi dice di possedere la guida ufficiale del gioco e me la presta (non c’era mica internet a risolverci ogni cosa, all’epoca), e colpire finalmente quei dannati quadri con le frecce per proseguire. Ma come avrei dovuto capirlo da solo?

Ocarina of Time è l’ispirazione per i racconti scialbi che scrivevo sul balcone, durante le vacanze estive a Marina di Camerota, in compagnia dell’albero di ulivo e qualche poesia venuta male. A quell’età non ci si avvede così tanto dello stile: quello che importa è riempire le pagine e lasciar scorrere l’immaginazione, fino a che uno tra il giorno e il quaderno non è giunto alla fine.

Non è mica semplice descrivere cosa sia stato quel gioco, arrivato fra le mani in una custodia nera con scritte dorate nel lontano 1999. Sono passati ventisette anni dal giorno in cui Navi la fatina andò a sbattere sulla recinzione di legno davanti ai miei occhi colmi di stupore e meraviglia; non ci sono più né il nonno né la zia, con gli amici di scuola i contatti sono ormai persi: ma quella magia, quella magia non si è mai dissipata. Esiste ancora in un angolino remoto dei ricordi, come un istinto pronto a riemergere, una melodia pronta a scattare nella testa dopo una sola nota.

È mettere in fila tre oggetti in casa e aspettarsi che compaia uno scrigno del tesoro. Osservare una crepa in un muretto e pensare di farlo esplodere con le bombe in cerca di un passaggio segreto. Desiderare una pozione blu per curare i malanni di stagione e i mal di schiena, oppure far cascare i vasi nella speranza che ne esca fuori qualche soldo.

The Legend of Zelda compie quarant’anni, e a breve anch’io farò lo stesso: forse era destino che percorressimo questo cammino insieme, in parallelo, come un sentiero che da quel negozio, da quelle scale, da questa camera ricolma d’ombre porta fino al ponte levatoio del castello di Hyrule. Perché per me e per almeno tre generazioni Ocarina of Time è stata la capacità di valicare i confini dell’apparenza, di proiettarsi con la mente oltre la cupa sagoma della realtà, vestire la tunica dell’eroe quantomeno nel tempio della nostra libertà. E come ventisette anni fa attenderemo il gallo che annuncia l’alba per andare (o tornare?) incontro a quel fato.

Emanuele Tanzilli

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