
Il 24 aprile, tra le passerelle della Fashion Week e i grattacieli di Milano, svettavano cartelli con la scritta “Non sulla nostra pelle”. Per la prima volta nella storia del loro popolo, una delegazione Ayoreo è arrivata in Italia per manifestare, con il sostegno di Survival International Italia, davanti alla sede di UNIC – Concerie Italiane. Tra i suoi componenti figuravano anche Piorai Picanerai e Darajidi Picanerai, rappresentanti delle comunità indigene. La protesta denunciava l’assenza di un impegno concreto e di un’assunzione di responsabilità da parte del settore conciario italiano di fronte alla deforestazione del Gran Chaco, la vasta foresta che si estende tra Paraguay, Bolivia, Argentina e Brasile e nella quale una parte del popolo Ayoreo continua a vivere in isolamento, in condizioni sempre più precarie.
La deforestazione nel Chaco e il Regolamento europeo contro la Deforestazione
Le mobilitazioni della popolazione indigena contro la deforestazione risalgono almeno al 1998, quando alcune comunità Ayoreo decisero per la prima volta di uscire dalla foresta e cercare attivamente un contatto con il mondo esterno. Le loro rivendicazioni, sostenute anche da Survival International, hanno condotto nel 2004 al riconoscimento, da parte del governo paraguayano, di circa 550 mila ettari – oggi compresi nel PNCAT – come patrimonio naturale e culturale del popolo Ayoreo. Nel 2015, inoltre, la Commissione interamericana dei diritti umani (IACHR) ha disposto misure cautelari per proteggere la foresta. Questi provvedimenti, tuttavia, non sono risultati sufficienti ad arrestare la deforestazione: agli Ayoreo è stata infatti riconosciuta la proprietà collettiva di appena 110 mila ettari, peraltro distribuiti in aree non contigue. Il resto della foresta paraguayana continua così a essere esposto a un tasso di deforestazione elevatissimo. Secondo una ricerca dell’Università del Maryland relativa al periodo 2000-2024, il Gran Chaco è risultato, in proporzione, il territorio più deforestato al mondo; mentre secondo il rapporto del 2021 di Global Forest Watch il Paraguay si colloca al secondo posto in Sud America per tasso di deforestazione, dopo il Brasile.
Come causa trainante della riduzione delle foreste troviamo gli allevamenti e le connesse coltivazioni di foraggio e soia. Allevamenti di proprietà di uno sparuto gruppo di aziende latifondiste paraguyane e brasiliane. Oltre all’evidente impatto ambientale e allo sfruttamento dei corpi degli animali non umani, gli allevamenti, causando la deforestazione, stravolgono la vita dei popoli nativi del Chaco, che vedono il loro territorio rimpicciolirsi e le fonti del proprio sostentamento deperirsi o venire distrutte. Parte della popolazione Ayoreo si è trovata addirittura costretta a lavorare come bracciante negli stessi allevamenti di bestiame, causa prima della dispersione delle loro tribù.
Le proteste del popolo Ayoreo, oramai quasi trentennali, sono un esempio di quello che Alier definisce ecologia dei poveri: sono una lotta continua delle popolazioni indigene per la propria terra, per quella che rappresenta la loro sola forma di sostentamento, e contro quel processo di assimilazione forzata alla società industriale dei loro territori e delle loro vite, causato dalla continua espansione del capitalismo globale.
Perché, però, questa storia di protesta ha portato proprio adesso i rappresentanti Ayoreo a denunciare in Italia il processo di deforestazione e a manifestare contro il settore conciario italiano? Per due ragioni. Per quel che riguarda la scelta del paese, l’Italia è stata individuata come meta in quanto il settore conciario nostrano, come emerge da alcune inchieste dell’ONG Earthsight, importa circa il 50% di tutte le esportazioni paraguayane di cuoio e rappresenta la sostanziale totalità – si parla di una percentuale attorno al 99% – delle importazioni di cuoio paraguayano in Europa. Invece, per quel che riguarda le tempistiche, si è discusso in Europa, nel più ampio quadro del Green Deal europeo, del Regolamento contro la Deforestazione (EUDR). L’EUDR, approvato nel 2024 ma non ancora pienamente entrato in vigore in tutti i settori, è la normativa europea per contrastare la deforestazione e prevede che le merci di sette diversi settori produttivi, tra cui quello bovino, possano essere vendute nel mercato europeo solo a seguito di controlli e attestazioni che certifichino il prodotto come “a deforestazione 0”.
Il settore conciario, rappresentato da UNIC in Italia e da COTANCE a livello europeo, ricorrendo ad attività di lobbying ha spinto affinché il cuoio, in quanto prodotto di scarto, non venisse inserito tra i prodotti soggetti all’EUDR. Così facendo ha ottenuto un passo importante: nel documento di modifica del 13 luglio della Commissione Europea, il cuoio viene di fatto escluso dal Regolamento EUDR. Se la bozza venisse approvata a settembre, le aziende del settore conciario non avrebbero quindi obblighi nel dimostrare che la materia prima utilizzata non stia distruggendo il Gran Chaco e lo stile di vita Ayoreo.
Un copione coloniale per una filiera presentata come orgoglio italiano
A Milano si sono quindi concretizzati interessi politici e visioni contrapposte per quel che riguarda la pelle lavorata in Italia e il suo impatto in termini di deforestazione: da un lato, il settore conciario che, definendo la pelle un prodotto di scarto, nega la sua diretta influenza sulle deforestazioni, tra cui quella in atto nel Gran Chaco; dall’altro, i popoli nativi che spingono affinché la pelle rientri tra i prodotti sotto la normativa EUDR, chiedendo allo stesso tempo al settore conciario l’interruzione delle importazioni dal Paraguay.
Parallelamente alle dichiarazioni con cui hanno respinto ogni responsabilità per la deforestazione, UNIC e COTANCE hanno adoperato diversi strumenti volti a promuovere la deregolamentazione del settore conciario.
Come denunciato da Global Witness, UNIC e COTANCE hanno portato avanti un’attività di lobbying lunga, costosa – circa 1,5 milioni spesi – e spesso non trasparente, attraverso una serie di incontri a cadenza mensile con europarlamentari ed esponenti politici nazionali. Tra le figure politiche italiane contattate spiccano il leader del neopartito Futuro Nazionale, Vannacci ed europarlamentari come Salvatore di Meo (FI) ed Elena Donnazzan (FdI). Tra i risultati dell’attività di lobbying, Global Witness include anche una lettera, inviata a maggio di quest’anno, del Vicepremier Tajani alla Commissione Europea dell’EUDR, in cui si richiede di escludere la pelle nel novero dei prodotti interessati dalla normativa sulla deforestazione. Global Witness, inoltre, elegge a figura centrale, sia degli interessi del settore conciario sia della relativa attività di lobbying, Fabrizio Nuti, presidente di UNIC, vicepresidente di COTANCE e AD di Nuti Ivo S.P.A. Oltre a essere una figura di spicco delle principali associazioni di categoria, Fabrizio Nuti è a capo di una delle S.p.A. più importanti per la lavorazione di pelle di alta qualità e che detiene la quota maggioritaria di LVMH – gruppo che possiede azioni di brand di lusso come Louis Vuitton, Fendi e Dior – e di Parpelli S.P.A. Quest’ultima è una società paraguayana specializzata nelle prime fasi di lavorazione delle pelli, le quali, dopo questo primo processo, vengono poi esportate in Italia per i successi passaggi di produzione. Nelle inchieste di Global Witness, Parpelli è accusata di comprare pelli da due grandi proprietà di conglomerati di macelli, Minerva Foods e Frigorifico Concepciòn, che a loro volta acquistano capi di bestiame da allevamenti responsabili della deforestazione di 110 mila ettari del Gran Chaco. Da quest’ultimo collegamento è evidente, quindi, la complessa e stratificata rete di interessi, che rendono il settore conciario italiano indissolubilmente intrecciato alla pelle paraguayana e agli allevamenti causa della deforestazione.
Un altro strumento adoperato da queste associazioni al fine di ottenere la deregolazione del loro settore consiste nel finanziamento di ricerche allineate ai loro interessi produttivi: in opposizione a inchieste come The Hidden Price of Luxury e Gran Theft Chaco di Earthsight, viene infatti citato dalle associazioni conciarie l’articolo del 2024 dell’Istituto di Management della Scuola Sant’Anna di Pisa. La ricerca è stata finanziata proprio da UNIC e COTANCE. Secondo questo studio la pelle – in quanto non prodotto primario dell’allevamento come la carne e in quanto elemento poco valutato negli studi sull’impatto ambientale – non influenzerebbe il volume degli allevamenti e di conseguenza non altererebbe il tasso di deforestazione a essi connesso. Earthsight ha preparato una serie di risposte ai punti sollevati dalla ricerca e dal settore conciario in generale. Oltre a rimarcare la natura viziata da un conflitto di interessi del report scientifico della Sant’Anna e a evidenziare alcune ambiguità terminologiche, l’ONG ribadisce come un prodotto di scarto come la pelle non sia una semplice appendice scoordinata e infruttuosa dell’imponente sistema produttivo degli allevamenti e dei macelli; anzi, in quel margine di circa il 5% di valore totale che la pelle rappresenta nel settore bovino, si gioca spesso il discrimine tra una perdita e un profitto. Nell’industria, infatti, i prodotti di scarto sono ormai una parte essenziale del ricavato, creando nuovi mercati ed evitando agli imprenditori di perdere capitale nello smaltimento inattivo dei resti. A questa constatazione va aggiunta l’estrema redditività di una materia come la pelle. Il valore globale della carne bovina, di circa 500 miliardi, supera di 10 volte il valore della pelle grezza, che ammonta invece a circa 48 miliardi; ma, se si aggiunge anche il valore globale dei prodotti lavorati, il mercato globale si attesta anch’esso intorno ai 500 miliardi. Contando quindi il margine di profitto della pelle per macelli e allevamenti e l’alta redditività della sua lavorazione, comprendiamo come la domanda di cuoio del settore conciario e il margine della pelle per allevatori e mattatoi siano tutto fuorché slegati dal volume degli allevamenti. Sempre secondo Earthsigt, per fornire una comparazione dell’impatto di questo e altri settori, la pelle, a parità di prezzo, impatta per deforestazione più di cacao, soia e olio di palma.
Dunque, con la ricostruzione fornitaci da Survival International e dalle ONG Eartsight e Global Wittness, è possibile ricomporre quel che è a tutti gli effetti un rapporto neocoloniale tra il settore conciario italiano e le terre indigene degli Ayoreo. Assistiamo infatti a una forte ingerenza di potenze economiche straniere nelle economie locali e a un’appropriazione dei territori indigeni – land grabbing – completamente trasformati nella loro fisionomia dalle esigenze produttive. La distribuzione di costi e benefici è completamente spostata a favore dei mercati esteri, con vantaggi minimi ma disagi molteplici per le comunità locali. A ciò si accompagna un ampio dispiegamento di strumenti tecnici e politici finalizzati a mantenere le materie prime accessibili e a basso costo, nonché a orientare la legislazione in favore degli interessi economici del settore. Le attività di lobbying e il finanziamento della ricerca universitaria contribuiscono, inoltre, a conferire a tali interessi una legittimazione istituzionale e scientifica.
La ricerca finanziata e allineata a UNIC e COTANCE, insieme alle strategie di greenwashing adottate dal comparto conciario italiano, contribuisce in modo decisivo a legittimare e mantenere l’attuale regime di scambio tra Italia e Paraguay: in primo luogo, viene legittimata la produzione conciaria da una delle più importanti istituzioni universitarie, cambiando anche il peso politico delle dichiarazioni di UNIC di fronte alla Commissione Europea; dall’altro, viene ridotto lo spazio politico delle popolazioni indigene che, viste come non allineate alla scienza, vedono quindi più difficile un loro coinvolgimento nei processi decisionali. Inoltre, la pelle, presentata come non impattante e addirittura ecologica nel suo riutilizzo dello scarto, viene naturalizzata – cioè presentata come perfettamente integrata nei ritmi naturali – e sottratta a uno sguardo critico e a una possibile contestazione. Il settore conciario si presenta quindi come artigianale e di alta qualità, sostenibile e virtuoso esempio del Made in Italy: ma la verità è che, per poter mantenere il suo volume commerciale e la sua redditività, una buona parte della produzione italiana, anche quella che si vanta di essere Made in Italy, deve sfruttare le terre di altri paesi con uno schema coloniale, mantenendo la materia prima a basso costo.
Di fronte a questo massiccio dispiegamento di forze economiche e politiche, le strategie messe in atto dal popolo Ayoreo e da Survival International possono far apparire lo scontro politico come una lotta impari. Le richieste dei rappresentanti del popolo Ayoreo, sia a livello internazionale sia in riferimento al settore conciario, sono chiare: i titoli di proprietà di tutta la zona del PNCAT devono essere trasferiti al loro popolo; lo IACHR deve fare pressione sul governo paraguayano; le aziende europee, soprattutto quelle italiane, devono smettere di acquistare pellame dal Paraguay. Per ora la politica europea pende tutta a favore degli interessi e delle posizioni di UNIC e COTANCE e non sembra, per i molteplici interessi intrecciati, che il settore conciario italiano possa rinunciare facilmente al cuoio a basso costo paraguayano.
Contestazione e intersezionalità contro un unico sistema di profitto
A Milano, nelle stesse giornate in cui i rappresentanti Ayoreo manifestavano per la loro terra sotto la sede di UNIC, si poteva assistere ad altre proteste: le manifestazioni portate avanti dal collettivo milanese Antispecist3 Unimi contro l’uso delle pellicce nel settore della moda.
Da antispecista, questa convergenza temporale non può che farmi riflettere su quanto queste lotte siano intrecciate. Seppur i rappresentanti Ayoreo e Survival International Italia non attacchino l’industria del cuoio in sé, facendo convergere giustamente la loro protesta sulla devastazione dei territori, e anche se i prodotti oggetto di critica delle due diverse manifestazioni sono in un caso la pelle e nell’altro le pellicce, vi sono comuni problemi, possibili convergenze di lotta e alleanze che necessitano approfondimento. Innanzitutto, da questa vicenda che interessa il mondo della pelle, possiamo constatare l’insostenibilità di un modello produttivo, spacciato per autoctono ma che necessita di una base di approvvigionamento internazionale per poter funzionare.
Carne e derivati, soprattutto, hanno bisogno di vastissime coltivazioni, tanto che, secondo Our World in Data, l’80% delle terre coltivate nel mondo sono destinate all’allevamento o alla coltura di cibi per animali. Ma da antispecista, so che non è possibile fermarsi al solo consumo di suolo e all’impatto ambientale dei prodotti zootecnici per rendere giustizia ai corpi che ogni giorno vengono uccisi nelle mura dei macelli. L’antispecismo rigetta, infatti, lo sfruttamento dei corpi animali, visti dalla nostra società come una risorsa disponibile ai nostri interessi e alle attività produttive, e rigetta lo specismo, cioè la differenza di valore attribuita agli individui sulla base della divisione di specie. Anche se i prodotti zootecnici impattassero come o meno delle alternative vegetali, rimarrebbe lo stesso il carattere problematico dello sfruttamento animale.
Tuttavia, la deforestazione del Gran Chaco non tratta solo dei danni ambientali degli allevamenti, ma mostra a noi europei un presente che non rispetta le vite degli animali e delle popolazioni indigene e un possibile futuro in cui avere un rapporto più equo con queste popolazioni. Ci mostra come un unico modello di profitto si appropri delle terre, producendo deforestazione; sfrutti lǝ lavoratorǝ e uccida gli animali per i loro corpi. La distruzione ambientale e l’iniquità dei costi sociali e ambientali del nostro sistema colpisce senza distinzione i soggetti maggiormente oppressi e sfruttati, siano essi umani o non umani; al contempo, mantiene i privilegi di chi più guadagna da questo sistema produttivo. E in questa prospettiva risulta chiara l’intersezionalità delle lotte, la necessità di unire la lotta antispecista a quella contro lo sfruttamento neocoloniale per un modello produttivo più equo e ridistributivo. Per costruire insieme un mondo più vivibile e respirabile per tutte le soggettività oppresse.
Fabrizio Ferraro















































