Nel vocabolario del potere, la deumanizzazione non è mai un semplice scivolone. Lo abbiamo visto nella Germania degli anni Venti, con gli ebrei chiamati ratti, in Rwanda negli anni Novanta, con i Tutsi definiti scarafaggi e lo vediamo in Palestina, oggi, con i palestinesi definiti animali e parassiti.
Il 15 maggio scorso, nell’aula della Corte Suprema d’India e nel bel mezzo di un’udienza, Surya Kant, giudice della Corte, ha liquidato la disperazione di una generazione definendo i giovani disoccupati e gli attivisti digitali come “scarafaggi che, non trovando lavoro, si buttano sui social media e sull’attivismo per attaccare tutti”, marchiandoli infine come “parassiti della società”.
Ora, per quanto non certamente utilizzata ai fini della spersonalizzazione usata come arma promotrice di un genocidio, la frase, pronunciata da un’istituzione in un luogo istituzionale, ha rappresentato una retorica feroce, intrisa di classismo, specismo e antropocentrismo. Nella tradizione coloniale e capitalista, lo scarafaggio è l’intruso per eccellenza: una vita sacrificabile e priva di valore, un’infestazione da eradicare con la disinfestazione. Andando contro le leggi della natura e dell’ordine socio-politico indiano (e globale), anziché lasciarsi schiacciare, un giovane “parassita”, dopo essere venuto a conoscenza dell’atrocità pronunciata da Kant, ha postato una frase semplice quanto sprezzante: “E se questi scarafaggi si unissero?”.
È così che Abhijeet Dipke, trentenne fresco di studi alla Boston University, ha creato il Cockroach Janta Party (CJP), un meteorite politico-satirico che in meno di una settimana ha scardinato la narrazione del BJP, partito di maggioranza, superando gli 11 milioni di follower su Instagram e raccogliendo 350.000 tesserati prima che la scure della censura governativa oscurasse i loro canali digitali. I principali canali di comunicazione filogovernativi, prima dei deliranti interventi complottisti di politici vicini a Narendra Modi, secondo cui Dipke sarebbe una pedina nelle mani del Pakistan, formata e inviata per destabilizzare l’India, hanno cercato di derubricare il CJP a mero fenomeno per ragazzi “cronicamente online”. La realtà, tuttavia, è molto più profonda e poggia su fondamenta fatte di dati macroeconomici drammatici. La gioventù indiana si identifica nello scarafaggio perché il sistema economico l’ha ridotta a vivere ai margini sociali, scartata dai circuiti della vita del Paese.
Il rapporto Azim Premji sui giovani laureati indiani
A fotografare questa crisi strutturale è il devastante Rapporto sul Lavoro in India 2026, redatto dai docenti della prestigiosa Università Azim Premji. Lo studio rivela come, in India, l’istruzione superiore sia stata ridotta a un puro simulacro: a causa del collasso delle infrastrutture scolastiche e del crollo del rapporto docenti-studenti, le lauree non certificano più competenze reali, ma fungono da mero biglietto di presentazione per colloqui di lavoro che, sistematicamente, non portano a nulla per la grande maggioranza dei neolaureati.
I numeri del rapporto sono spietati, mostrando come la disoccupazione tra i laureati indiani sia strutturalmente bloccata a livelli insostenibili, oscillando tra il 35% e il 40%. L’illusione di poter ottenere un lavoro che permetta uno stile di vita dignitoso si infrange contro la realtà del mercato: entro un anno dal conseguimento del titolo, meno del 7% dei giovani indiani riesce a ottenere un’occupazione retribuita regolare. Questo vuoto scaraventa milioni di ragazzi nella cosiddetta fallback trap (la trappola del ripiego), costringendoli ad accettare lavori informali, precari e, inevitabilmente, anche privi delle più basilari tutele.
Per i giovani appartenenti alle comunità storicamente oppresse, come le caste marginalizzate, il peso di questa crisi è doppio; il rapporto documenta come l’istruzione universitaria rappresenti per loro una disperata ricerca di dignità sociale e un tentativo di fuga dal determinismo della casta. Il tentativo di fuga da una vita preimpostata senza possibilità di ascesa è testimoniato dal fatto che la presenza di questi giovani nei settori tradizionali e sottoposti a regimi semischiavistici (come la lavorazione del cuoio) è scesa dal 40% al 24%; eppure, i settori tecnologici e finanziari ad alta densità di capitale rimangono fortificazioni all’interno delle quali possono risiedere solo i membri dei ceti privilegiati della società e questi neolaureati non riescono ad entrare, seppur qualificati. L’economia indiana, drogata dai sussidi statali ai mega-conglomerati industriali che accumulano profitti senza generare occupazione, ha scientemente svuotato il tessuto delle Micro, Piccole e Medie Imprese (MSME), ampliando sempre di più la forbice economica e quella sociale.
In questo clima, proprio una frase che per i più, seppur sgradevole, avrebbe dovuto essere in breve tempo derubricata dalle cronache, potrebbe essere stata quella che agli studiosi di fenomeni storici piace sempre definire come goccia che fa traboccare il vaso. La metafora dello scarafaggio, invece di offendere ulteriormente la dignità dei giovani indiani, ha dato loro forza, con la blatta divenuta manifesto di resistenza antispecista e anticlassista. Lo scarafaggio è l’organismo resiliente e resistente per eccellenza, capace di sopravvivere alle situazioni più complicate negli ambienti più ostili.
Se l’élite neoliberale indiana vede nei giovani disoccupati degli elementi “infestanti” che disturbano il decoro della crescita economica, la Gen Z, attraverso un trentenne fresco di studio sui libri universitari, ha ribaltato la prospettiva: gli scarafaggi, se uniscono le proprie forze, possono inceppare gli ingranaggi di una macchina oppressiva e paludosa.
Dalla censura online alle piazze di Delhi
In queste ore, la rabbia e la voglia di liberazione sembrano star superando i confini della censura digitale; dopo il blocco dei server e il sequestro degli account social ordinato dal governo Modi in nome della “sicurezza nazionale”, il CJP sta reagendo provando a farsi carne e ossa. Oltre che la riapertura dei canali social (al momento in cui si scrive seguiti da circa cinquantaquattromila account, ma in rapida crescita) sono state organizzate le prime assemblee e rilasciati i manifesti con gli obiettivi di un movimento che appare già maturo per divenire partito. Appare, non è, perché bisognerà capire se al seguito online si sostituirà quello reale. Per ora, Dipke sembra volerci provare, rivolgendo ai seguaci del movimento un invito semplice e bellissimo per ogni romantico amante delle lotte di liberazione: “È ora di trasformare questo piccolo scherzo in una rivoluzione. Preparatevi a invadere le strade di Delhi con una protesta pacifica e amorevole”. Ed effettivamente, una prima grande prova generale per le proteste fisiche si è avuta il 6 giugno, con migliaia di giovani scesi in piazza per la denuncia dei brogli riguardanti gli esami universitari che ha travolto il sistema indiano e la richiesta di dimissioni del ministro dell’istruzione.
Ad ogni modo, se anche il governo riuscisse ad evitare catastrofi politiche, arginando il movimento e limitandone l’azione a qualche marcia e manifestazione, ostacolandone l’ingresso ufficiale nel mondo partitico, la rivolta degli scarafaggi è la risposta più avanzata alla politica indiana post-coloniale, incarnando e concretizzando il rifiuto di essere carne da macello per il PIL, il rifiuto di accettare la precarietà come destino biologico.
Anna Farina
















































