Bisogna tornare a parlare di lotta di classe?
Dopo trent’anni di neoliberismo, trent’anni in cui i rapporti di forza sono cambiati, è cambiato il modo di pensare e sono mutati gli immaginari collettivi, la lotta di classe e la coscienza di classe sembrano ormai nozioni superate.
Male.
Questa è una riflessione nata dopo aver letto un editoriale, scritto da una giovane donna in carriera che riconosce sì il proprio privilegio, ma fino a un certo punto.
Qual è la questione? La casa. Di proprietà. In centro città. A 30 anni.
Ma la questione è anche – e soprattutto – il background di ciascuno di noi. Non partiamo dalle stesse condizioni culturali, sociali ed economiche. Fin qui, mi pare, “nulla quaestio”. Se da una parte c’è il ceto proletario, dall’altro c’è la borghesia.
E no, questo non è un romanzo russo: non ci sono nobili, non ci sono contadini, non c’è Rivoluzione d’Ottobre: c’è una generazione esaurita, quella dei millenials.
Il punto non è la casa di proprietà in centro. Il punto non è il desiderio – legittimo! – di avere una casa a 30 anni ma non potersi permettere il loft a Porta Venezia. Il punto è la dissociazione dalla realtà.
Il privilegio della borghesia istruita, quella borghesia dove il trisavolo è laureato (!!!), ci vuole spiegare che anche i ricchi piangono. Perché papà primario non ti può comprare la villa Liberty? (Capisco il dolore, sia chiaro, chi non vorrebbe vivere in una villa Liberty.)
Potremmo ignorare cause e conseguenze; ma non è questo il giorno! La politica ferma, immobile, che nulla fa se non una propaganda dove l’inflazione cala (ahahahahahaahahahahahah sure, Jan). La verità? Gli stipendi però sono bloccati, i prezzi aumentano, la guerra è dietro l’angolo, la sinistra è radical chic, siamo fondamentalmente dei democristiani travestiti da sinistra – e non abbiamo manco il coraggio di lanciare monete quando la misura è colma.
Chi sta “sopra” – le cosiddette élite economiche – si vede come una guida naturale di un sistema considerato altrettanto naturale; mentre operai/e, precari/e, lavoratori/lavoratrici a basso reddito, la piccola borghesia impoverita, si vedono come una miscellanea che finisce sotto il nome di ceto medio, componente naturale e pacificata di questo sistema che pare ormai immodificabile.
«La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi».
Ha ragione Marx. Aveva ragione e ha ancora ragione. Questo timore reverenziale nei confronti di chi ha i soldi (pecunia non olet), il potere, un certo tipo di status sociale. Basta così.
Ci hanno fatto credere che se avessimo studiato, lavorato duramente, se ci fossimo specializzati, saremmo state/i al sicuro. Invece piangiamo davanti all’ennesimo contratto, apriamo partite iva per farci assumere, andiamo via da casa perché non c’è lavoro.
Sto facendo la drammatica? Probabilmente sì, ma chi ha il coraggio di dire che non è vero?
Non per tutti è così. Certo, ma l’eccezione conferma la regola.
Quindi il problema per la maggior parte dei millennials non è “non ho i soldi per comprare casa in centro a Milano affaccio Duomo” (Milano, Napoli, Roma, Firenze, città impossibili, is this gentrificazione? – ma pure Potenza ha dei prezzi folli. Sì, Potenza.). Ma proprio la sopravvivenza in un sistema che ci sta fagocitando e rendendo schiavi, dove lavoriamo per arrivare a pezzi il fine settimana, in una società che ci vuole performanti e performativi, felici allegri sorridenti profumati. Quando in realtà prendiamo ansiolitici perché ci viene l’angoscia pure per fare la spesa (vogliamo parlare del prezzo delle verdure?).
Ritorniamo quindi alla necessità della lotta di classe.
Sarebbe così divertente poter affermare che siamo tutte e tutti inguaiat*. E invece non è così.
I problemi sociali sono innanzitutto problemi culturali, e la lotta di classe è un elemento strutturale del capitalismo. Ma non si gioca su campi già tracciati: il materialismo dialettico è antidogmatico. La realtà è complessa, piena di contraddizioni, piena di problemi che vanno analizzati e risolti di volta in volta. Ma resta una regola per chi “comanda”: il mantenimento dello status quo.
Del resto mia cara, di che si stupisce
anche l’operaio vuole il figlio dottore
E pensi che ambiente ne può venir fuori
Non c’è più morale, contessa
Il ricco non piange per le disuguaglianze sociali, ma perché a un certo punto si è reso conto che il suo privilegio non è più tanto privilegio. L’ingiustizia non è solo – o soltanto! – quella di avere un padre primario costretto a lavorare a 70 anni perché i risparmi non bastano più ad ammortizzare la vita (semi cit.), ma quella di avere problemi da PLEBE.
Qu’ils mangent de la brioche.
Valentina Cimino















































