
La scomparsa di Carlo Petrini segna la perdita dell’uomo che ha rivoluzionato il modo di vivere la tavola. Carlin, come era noto a tutti, ha cambiato in modo indelebile e irreversibile la concezione del cibo e l’approccio all’alimentazione. Petrini ha trasformato il desiderio di mangiare “bene”, spingendolo oltre il mero piacere legato al sapore per radicarlo in una scelta cosciente, fondata sulla consapevolezza degli effetti legati alla sua produzione e al suo consumo. Ed è così che il “bene” si è trasformato in “buono, pulito e giusto”.
Se oggi, sedendosi a tavola, il consumatore si interroga su cosa si stia mangiando, sulla sua provenienza e sui suoi produttori, gran parte del merito va a Carlo Petrini. Lui è l’uomo che ha dimostrato come l’atto del mangiare sia un’esperienza da vivere con consapevolezza, conoscendo le origini del prodotto, sostenendo l’ambiente e compiendo una scelta equa, dunque un’azione fondamentale non solo per la salute umana, ma per l’intera Terra.
La rivoluzione “lenta” di Carlo Petrini negli anni del fast food
Questa visione ha preso forma in un momento storico ben preciso, gli anni ’80, quando il concetto di gastronomia stava scivolando verso le abitudini dettate dall’industria alimentare mondiale. Un decennio caratterizzato dalla globalizzazione dei consumi, dal boom delle catene di supermercati e dei fast food, con la conseguente omologazione dei gusti. Era l’epoca in cui mancava il tempo: la priorità era produrre, fatturare e consumare, in un perfetto circolo vizioso che alimentava lo sfruttamento di lavoratori, risorse, animali e ambiente.
In un contesto in cui non c’era tempo nemmeno per i pasti, che andavano consumati il più velocemente possibile, Carlo Petrini è emerso in un mondo frenetico suggerendo di andare piano, di rallentare. L’obiettivo non era arrestare il progresso, ma arrivarci gradualmente e consapevolmente, valorizzando l’azione del pasto e trasformandola da semplice gesto privato a vero e proprio modello di gastronomia sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale. Ha così creato un modello rispettoso della biodiversità, attento alla salute e fondato su tecniche di coltivazione naturali e non invasive.
Il nome della sua idea, sfociata in una delle associazioni gastronomiche più influenti al mondo, porta con sé un intrinseco significato politico. “Slow food” va letto infatti in netta contrapposizione al concetto di “fast food”. L’organizzazione valorizza e promuove un cibo che sia buono per chi lo consuma, pulito per l’ambiente e giusto per chi lo produce. In altre parole: un cibo buono racconta la propria storia e le proprie origini, quello pulito ha un impatto ambientale e animale ridotto al minimo, quello giusto è pagato per il reale valore che rappresenta. Queste tre parole descrivono un’intera visione del mondo.
Nonostante fosse definito da molti un gastronomo di professione, Petrini non è mai stato un edonista del cibo. Al contrario, ha diffuso l’idea che la gastronomia non sia un lusso per pochi, ma un concetto trasversale e comune a cui tutti partecipano. Dalla terra all’animale, dal produttore al cuoco, fino al cliente, tutti sono parte integrante di un sistema in cui mangiare diventa un atto agricolo e politico. Il piatto portato in tavola è il risultato di un insieme di sforzi, lavoro, cultura e amore per il pianeta.
Le battaglie contro l’agroindustria e lo spreco alimentare
Carlo Petrini era un rivoluzionario che ha fatto dell’azione politica la sua vita. E la politica, inevitabilmente, è fatta anche di lotta. Carlin ha combattuto contro l’equazione per cui “rapidità” debba significare “efficienza”. Si è schierato apertamente contro i giganti delle multinazionali alimentari, preferendo stare al fianco dei piccoli produttori, coloro che vivono la Terra ogni giorno attraverso i suoi frutti. Ha avuto il coraggio di porre al centro del dibattito temi allora scomodi come il rispetto degli ecosistemi.
Non sono mancate le aspre critiche quando si è opposto fermamente agli OGM, agli allevamenti intensivi, all’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. Ha sollevato il paradosso inaccettabile di un sistema che genera sovrapproduzione, portando a gettare via un terzo del cibo globale, in un pianeta ancora afflitto da malnutrizione e povertà. Ha puntato il dito contro lo spreco alimentare e l’inquinamento, in particolare nel settore della carne, la cui produzione incontrollata fa impennare le emissioni di anidride carbonica, denunciando parallelamente lo sfruttamento della manodopera nei paesi meno sviluppati, costretta alla miseria per garantire prodotti fuori stagione a migliaia di chilometri di distanza.
Dall’utopia alla realtà: l’eredità di un visionario
Se oggi l’opinione pubblica conosce queste questioni e si impegna affinché vengano risolte, gran parte del merito è del suo lavoro. Oggi vi è una maggiore coscienza pubblica sul fatto che il benessere umano dipenda dalla salute del Pianeta. È ormai assodato che una maggiore consapevolezza dei cittadini possa condurre a scelte d’acquisto capaci di tutelare i diritti dei lavoratori, la salute dei consumatori e la salvaguardia della biodiversità.
Sebbene i fast food continuino a proliferare, è innegabile che, come da lui stesso ammesso, senza le grandi catene di cibo rapido slow food non esisterebbe. E se oggi il “cibo spazzatura” non regna incontrastato, se i prodotti a chilometro zero trovano sempre più spazio e se si combatte lo spreco, è grazie a quel messaggio che difficilmente verrà dimenticato.
«Chi semina utopie, raccoglie realtà» recita una delle sue frasi più celebri. Quell’utopia, seminata a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1986, si è radicata ed è oggi più viva che mai. Questa realtà si declina in slow food, ormai diffusa in 160 Paesi con 1.500 “condotte” locali, in Terra Madre, la rete internazionale di comunità del cibo che dà voce a chi rifiuta l’approccio industriale all’agricoltura, e nel Salone del Gusto di Torino, vetrina per centinaia di eccellenze autentiche. Ha inoltre preso forma istituzionale con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la prima al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo, che ha portato nel 2017 al riconoscimento statale della figura del gastronomo: un professionista che studia l’alimentazione attraverso i suoi processi culturali, storici, socio-economici e ambientali.
La realtà petriniana non è più un’utopia, ma un’eredità in continua evoluzione che la società civile è ora chiamata a raccogliere e portare avanti.
Amedeo Polichetti
















































