
Quando se ne va una leggenda, a piangerla non sono solo i tifosi dei colori che questa ha vestito, non sono solo le altre società dello sport di riferimento, ma è lo sport nella sua interezza. Con Franco Baresi non ci ha lasciati solo un calciatore, considerato tra i più forti di tutti i tempi, ma l’archetipo del capitano, oltre che del difensore perfetto.
Capitano per antonomasia, che preferì il Milan all’Inter, che non abbandonò i colori rossoneri nemmeno con la retrocessione in Serie B, che scelse di scendere stoicamente in campo per la finale dei Mondiali del 1994, nonostante la rottura del menisco avvenuta venticinque giorni prima, Baresi ha saputo concretizzare in pelle, ossa, pantaloncini e calzettoni tutto ciò che un difensore dovrebbe essere. Lo ha fatto, prima di tutto, reinventando (anche grazie alle intuizioni calcistiche di Arrigo Sacchi) il ruolo del libero, trasformando la posizione in quella di regista arretrato, abbandonando l’impostazione tattica secondo cui il libero avrebbe dovuto essere un semplice spazzapalloni. Un difensore non è solo un mordicaviglie cacciatore dei parastinchi dell’attaccante. Un difensore deve essere elegante, deve saper toccare il pallone come un violinista pizzica le corde del suo strumento: è questo che ci ha insegnato Franco Baresi.
Non aveva una stazza imponente, eppure appariva insuperabile. Il suo segreto era la lettura anticipata delle intenzioni altrui, arrivando sul pallone prima che l’attaccante potesse anche solo concepire il movimento. Interveniva con una pulizia maniacale, rubando la palla con la grazia di chi compie un gesto naturale, mai violento.
LA STIMA DEL PIÙ GRANDE
Non si può, scrivendo del talento di Franco, non riportare le parole a lui riservate dal calciatore più talentuoso di sempre; Diego Armando Maradona aveva incontrato Baresi per la prima volta in un’amichevole del 1981. Qualche anno dopo avrebbe rilasciato un’intervista al Corriere dello Sport, in cui avrebbe ricordato: «In una circostanza, saltai tre o quattro di loro, stavo per entrare in area, ma arrivò Franco, e mi rubò la palla con una eleganza unica. Si girò verso Battistini e gli disse: “Si fa così… Ora ci penso io!!!” […] Io e Franco eravamo giovani, ma capii subito che quello non era uno qualsiasi. Quando arrivai in Italia, me lo ritrovai davanti molte volte, e tra di noi non c’è mai stato un litigio. Mi ha fatto molti falli, ma mai per fare male… alla fine era il primo a rendermi la mano per rialzarmi. In Italia non era sempre così, c’erano difensori che volevano annullarti solo con i calci. In campo ti insultavano, ti umiliavano, ma lui era diverso».
Negli anni, la stima tra i due aumentò, fino a raggiungere l’apice quando, presentandosi ad un’intervista post-partita giocata contro il Milan nel 1989, con addosso la maglia rossonera numero sei del capitano, Maradona disse: «Questa maglia è di un grandissimo giocatore; penso che Franco Baresi sia il massimo come difensore, un ricordo che porterò con me per tutta la vita».
VERTICE DI UNA PIRAMIDE
Ripercorrendo la storia calcistica italiana, è evidente come il piscinin sia stato probabilmente la punta di diamante di una preziosa ed inimitabile collezione di difensori divenuti campioni. L’accademia difensiva italiana ha reso per anni l’Italia il centro gravitazionale del calcio mondiale e parlare di Baresi significa parlare di un’epoca in cui difendere era la più alta forma di riuscita tattica, un patrimonio collettivo fatto di studio, memoria e coordinazione impeccabile. Era l’Italia di Gaetano Scirea, maestro supremo di correttezza e senso della posizione; l’Italia di un giovanissimo Paolo Maldini, che da Baresi avrebbe ereditato l’eleganza nei movimenti e il titolo di leggenda milanista; era l’Italia che poi sarebbe stata di Alessandro Nesta e Fabio Cannavaro, capaci di dominare l’Europa semplicemente annullando i fuoriclasse avversari. In quegli anni, la Serie A era il banco di prova definitivo: chi riusciva a segnare nei nostri stadi, poteva segnare ovunque. La scuola difensiva italiana non era una semplice dicitura tattica, ma un marchio di garanzia riconosciuto nel mondo intero.
LA FINE DEL MITO DELLA MIGLIOR DIFESA
Oggi la teoria della miglior difesa non esiste più. Il calcio è cambiato, con il gioco che ha una nuova priorità: divertire il pubblico. I tifosi che soffrono al gol subito, per i quali una partita terminata con un 4-3, 2-2 ecc. rischia di trasformarsi nella causa di un attacco cardiaco o un calo di pressione, oggi sono sempre meno, sostituiti da spettatori paganti che guardano una partita di calcio come si guarda un concerto. Con la scomparsa di Franco Baresi non salutiamo soltanto uno dei più grandi calciatori della storia, ma facciamo i conti con una sottile forma di nostalgia per un calcio più autentico, in cui la leadership si conquistava con la coerenza, con la pulizia, con la correttezza e con la disciplina.
L’eredità che lascia Baresi va oltre i trofei e le coppe sollevate al cielo, ma sta nella consapevolezza che la difesa non è mai stata una semplice linea di trincea, ma un luogo di pensiero, strategia ed eleganza, ginnasio di un’arte d’altri tempi, che oggi piangiamo con commozione, sapendo che interpreti di tale grandezza non torneranno più.
Anna Farina















































