
Ogni estate le città italiane affrontano il caldo come se fosse una calamità improvvisa con bollettini e ordinanze ad accompagnare le immancabili raccomandazioni a non uscire nelle ore centrali della giornata. Ma quando l’emergenza ritorna puntuale, anno dopo anno, può ancora essere chiamata emergenza?
È la domanda che mi pongo mentre scrivo, chiusa nella mia stanza, con il ventilatore acceso da ore – perché senza è quasi impossibile far lavorare il cervello – e il rumore di un trapano che arriva da non troppo lontano. Un rumore che mi ricorda come, nella mia “sfortuna” di non avere a disposizione un sistema di refrigerazione adeguato a estati sempre più estreme, io sia comunque più fortunata dell’operaio costretto a lavorare all’aperto, sotto il sole cocente di mezzogiorno.
Ma, a ben pensarci, la sfortuna con questa storia ha ben poco a che vedere. Il problema, infatti, ha smesso da tempo di essere soltanto meteorologico per riguardare, piuttosto, il modo in cui costruiamo le città, organizziamo il lavoro, distribuiamo la possibilità di proteggerci dalle temperature estreme e scegliamo su quali politiche investire. È diventato, insomma, una questione politica. E anche una questione di classe.
Una crisi climatica, molte disuguaglianze
Il nostro è il continente che si riscalda più rapidamente. Nel 2025, circa il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media. Un fenomeno i cui effetti tendono ad amplificarsi nelle città, dove asfalto e cemento, edifici datati, scarsità di vegetazione e veicoli a combustione contribuiscono ad accumulare e trattenere il calore.
In un recente sondaggio di Eurocities Pulse sulla resilienza climatica, proprio le ondate di calore e le alte temperature sono apparse come la principale minaccia climatica percepita dalle città europee, seguite da inondazioni e, al terzo posto, da vento e tempeste. Se si considera che le città ospitano oltre i tre quarti della popolazione dell’Unione europea e generano più della metà del suo PIL, è facile comprendere quanto alta sia la posta in gioco.
Una posta in gioco che, però, non è uguale per tutti.
Infatti, il caldo estremo non colpisce una società indistinta, ma si innesta su disuguaglianze già esistenti. A essere maggiormente esposti agli effetti del caldo estremo sono almeno quattro gruppi di persone: chi lavora all’aperto o in ambienti non climatizzati; anziani, bambini e persone con patologie pregresse; chi vive in abitazioni inefficienti dal punto di vista energetico; e chi risiede nei quartieri con meno alberi, meno parchi e meno servizi pubblici.
Il caldo uccide, ma i dati restano incompleti
L’esposizione prolungata a temperature molto elevate può compromettere la capacità del corpo umano di regolare la propria temperatura e causare stress ed esaurimento da calore, colpi di calore e aggravamento di patologie preesistenti, fino ad arrivare alla morte prematura. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, fino al 95% delle morti associate agli eventi meteorologici e climatici estremi registrate in Europa tra il 1980 e il 2023 è stato collegato alle ondate di calore. E il rischio è destinato ad aumentare: anche limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C, entro la fine del secolo circa 100 milioni di persone nell’UE e nel Regno Unito potrebbero essere esposte ogni anno a ondate di calore estreme. Un aumento di dieci volte superiore rispetto al periodo di riferimento 1981-2010.
Eppure, nonostante in Europa le ondate di calore siano diventate più frequenti, lunghe e intense a causa del cambiamento climatico di origine antropica, il monitoraggio dei loro effetti sulla salute resta ancora incompleto. Nei Paesi privi di sistemi di sorveglianza possono mancare perfino dati affidabili sul numero di decessi associati alle alte temperature. Ma anche dove questi sistemi esistono, informazioni come gli accessi al pronto soccorso e i ricoveri legati al caldo vengono raccolte solo in modo sporadico.
Il risultato è che operatori sanitari e, soprattutto, decisori pubblici rischiano di avere una conoscenza parziale non solo dell’entità del problema, ma anche di come i suoi effetti si distribuiscono nel tempo, nei territori e tra i diversi gruppi sociali. Per questo, disporre di dati tempestivi, dettagliati a livello geografico e suddivisi per caratteristiche demografiche permetterebbe di individuare con maggiore precisione le persone più esposte e progettare di conseguenza politiche di protezione più efficaci.
Il privilegio di potersi raffrescare
Infatti, la carenza di informazioni produce effetti anche sulle scelte politiche. Se non si conosce con precisione quanto il caldo incide sulla salute della popolazione, interventi di adattamento e misure di mitigazione rischiano di ricevere minori attenzioni e minori risorse. Ciò che non viene adeguatamente misurato rischia più facilmente di non diventare una priorità pubblica o di essere affrontato nel modo sbagliato.
Ne costituisce un esempio la diffusione incontrollata dei climatizzatori in abitazioni e luoghi di lavoro. Naturalmente, l’impiego dei climatizzatori non va di per sé demonizzato ma occorre riconoscere che una città che si affida quasi esclusivamente a questi sistemi di refrigeramento non è una città più resiliente e nemmeno più sostenibile. È, piuttosto, una città in cui la possibilità di sottrarsi al caldo dipende dalla disponibilità economica dei suoi abitanti e, nello specifico, dalla loro capacità di pagare bollette esorbitanti. E chi questa possibilità non ce l’ha, nel frattempo, muore – letteralmente – di caldo, soprattutto se vive in quartieri meno alberati e più cementificati.
La disuguaglianza legata alla povertà energetica tra chi – durante i periodi di caldo estremo – può permettersi di mantenere una temperatura confortevole in casa, ricorrendo a fonti di raffrescamento e chi, invece, non ha questa possibilità si definisce cooling poverty, ossia povertà da raffrescamento.
Questo fenomeno, però, non riguarda soltanto chi può permettersi o meno un climatizzatore. Riguarda anche il contesto urbano in cui si vive: quartieri densamente costruiti, poveri di verde e di zone d’ombra, possono trattenere il calore fino alle ore serali, rendendo più difficile trovare sollievo anche all’esterno delle abitazioni. A fare la differenza è poi la qualità stessa degli edifici. Una parte consistente del patrimonio abitativo europeo, soprattutto quello più vecchio e scarsamente isolato, tende infatti a surriscaldarsi e a trattenere il calore durante l’estate. In queste condizioni, il raffrescamento diventa al tempo stesso più necessario e più difficile da ottenere, mentre sistemi poco efficienti possono tradursi in consumi energetici e costi più elevati per le famiglie.
Ripensare le città: dalla protezione individuale a quella collettiva
La vulnerabilità al caldo estremo, dunque, non dipende soltanto dalla disponibilità di un condizionatore, ma anche dall’efficienza dell’abitazione e dalle caratteristiche del proprio quartiere, tratti che in ultima analisi risultano strettamenti collegati al reddito personale.
Affidarsi prevalentemente alla climatizzazione individuale è dunque una scelta problematica sotto diversi aspetti. Da un lato, significa trasferire una parte consistente dei costi della crisi climatica sui singoli individui, trasformando la possibilità di proteggersi dal caldo estremo in una risorsa legata alla capacità economica e, al tempo stesso, riducendo la pressione sui decisori pubblici. Dall’altro, il ricorso crescente ai sistemi di raffrescamento comporta un aumento della domanda di elettricità. Una circostanza che, soprattutto nei sistemi energetici ancora dipendenti dalle fonti fossili, può tradursi in maggiori emissioni di gas serra. A ciò si aggiunge il calore disperso all’esterno dagli impianti, che può accentuare localmente l’effetto isola di calore, alimentando un circolo vizioso: più le città si riscaldano, più cresce il bisogno di raffrescamento e più il raffrescamento stesso contribuisce ad aumentare il carico termico.
Esiste però un altro modello possibile. Non una città semplicemente climatizzata, ma una città più fresca per come è progettata: con più alberi, superfici permeabili, zone d’ombra, parchi, acqua e materiali capaci di assorbire meno calore. In questo secondo caso il raffrescamento non è soltanto una soluzione privata, confinata all’interno di abitazioni, uffici o negozi, ma diventa una caratteristica dello spazio pubblico e, dunque, una forma di protezione collettiva. In questo nuovo modo di ripensare gli spazi urbani si inseriscono anche idee semplici ma efficaci, come quelle di aumentare le zone d’ombra generate dalle chiome degli alberi. Il verde urbano, infatti, non rappresenta solo un elemento decorativo ma un’infrastruttura climatica naturale, efficace contro il caldo estremo.
Un esempio di cosa significhi concretamente ripensare il verde come vera e propria infrastruttura climatica arriva da Medellín, in Colombia, dove l’amministrazione ha trasformato la città attraverso una rete di corridoi verdi. Gli interventi hanno interessato soprattutto aree caratterizzate da una particolare carenza di spazio pubblico verde, portando ombra e capacità di raffrescamento laddove erano maggiormente assenti. E i risultati sono stati misurabili: secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, nelle aree interessate dagli interventi sono state registrate riduzioni della temperatura superiori ai 2 °C, che in alcuni casi hanno raggiunto i 4 °C. Nel frattempo, la città ha continuato ad ampliare la propria infrastruttura verde, aggiungendo nuovi corridoi alla rete esistente.
L’esperienza di Medellín assume un significato particolarmente interessante proprio perché nella città colombiana il verde non viene pensato soltanto come elemento ornamentale destinato alle zone già privilegiate, ma come un’infrastruttura da portare anche negli spazi urbani che ne sono maggiormente privi, dimostrando come una politica apparentemente semplice possa diventare uno strumento di promozione di giustizia climatica.
Un aspetto tutt’altro che secondario visto che anche il verde urbano può diventare un fattore di disuguaglianza. La realizzazione di nuovi parchi, alberature e spazi pubblici più vivibili può infatti aumentare l’attrattività di un quartiere e, con essa, il valore degli immobili e degli affitti, alimentando quel processo che viene definito ecogentrification: la riqualificazione ambientale finisce così per favorire l’arrivo di residenti più abbienti e rischia di espellere proprio le fasce di popolazione che avrebbero dovuto beneficiare degli interventi.
Lavorare nell’era del caldo estremo
Aumentare le zone d’ombra generate dalle chiome degli alberi significa, dunque, ridurre la temperatura degli spazi pubblici e offrire luoghi di sollievo accessibili indipendentemente dalla possibilità individuale di entrare in un ambiente climatizzato. E significa proteggere non soltanto chi quegli spazi li abita o li attraversa, ma anche chi per lavoro è costretto a trascorrere ogni giorno una parte consistente del proprio tempo all’aria aperta.
In un simile scenario, continuare a considerare immutabili gli orari di lavoro significa ignorare che le condizioni nelle quali alcune tipologie di lavoro vengono svolte stanno cambiando irrimediabilmente. Per alcune categorie professionali – dagli operai edili ai braccianti agricoli, fino agli addetti alla logistica e ai rider – evitare le ore più calde, aumentare le pause, garantire acqua e zone d’ombra e riorganizzare i turni può diventare una vera misura di tutela della salute.
Non a caso, negli ultimi anni, il lavoro sta diventando uno degli ambiti nei quali il cambiamento climatico sta imponendo con maggiore evidenza una revisione delle modalità organizzative. Nell’estate del 2026, per esempio, diverse Regioni italiane hanno adottato ordinanze che vietano alcune attività all’aperto nelle ore centrali della giornata quando le mappe previsionali del progetto Worklimate (di INAIL e CNR) indicano un livello di rischio elevato. In molti casi, il divieto interessa la fascia compresa tra le 12:30 e le 16:00 e riguarda settori particolarmente esposti come agricoltura, florovivaismo, edilizia, cave e logistica. Alcuni provvedimenti sono stati poi estesi anche ai rider e ad attività come la manutenzione del verde e i cantieri stradali. Accanto alla sospensione del lavoro nelle ore più calde, le indicazioni di prevenzione comprendono anche la rimodulazione dell’attività lavorativa in termini di ritmi e turni, pause programmate, preferibilmente in zone ombreggiate o raffrescate, e la possibilità di reidratarsi frequentemente.
Queste misure, per quanto necessarie, rientrano – è bene ricordarlo – nel campo dell’adattamento climatico: intervengono cioè sugli effetti di un clima che è già cambiato, con l’obiettivo di limitarne i danni e proteggere persone e territori più esposti. Da sole, tuttavia, non possono rappresentare una risposta sufficiente. Infatti, se non vengono affiancate da strategie di mitigazione, che agiscono invece sulle cause del cambiamento climatico – a partire dalla riduzione delle emissioni di gas serra – rischiano di trasformarsi in una rincorsa continua agli effetti di un riscaldamento che, nel frattempo, continua ad aggravarsi.
Possiamo cambiare l’orario di un cantiere, sospendere il lavoro nelle ore più calde, piantare più alberi e rendere più freschi case e quartieri. Ed è ormai necessario farlo. Ma se contemporaneamente non riduciamo le emissioni climalteranti, continueremo ad adattare le nostre città, le nostre abitazioni e la nostra vita (lavorativa e non) a temperature sempre più elevate, sostenendo costi economici, sociali e soprattutto umani insostenibili. La sfida, allora, non passa soltanto dall’imparare a convivere con il caldo, ma nel limitarne l’aggravarsi, evitando che ogni estate diventi più difficile da affrontare della precedente.
Virgilia De Cicco















































