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A Saint-Denis, nei prefabbricati del liceo Paul-Éluard, le lezioni si fanno tra i 40 gradi d’estate e i 10 d’inverno, con le sedie che si rompono. È da qui, dalle crepe di un’edilizia scolastica allo sbando, che è divampata la protesta che da due settimane tiene sotto scacco le scuole superiori francesi.

Quello che è iniziato come un autunno caldo fatto di picchetti davanti ai cancelli si è trasformato in un caso nazionale. Il bilancio del ministero dell’Interno parla chiaro: più di mille istituti coinvolti, migliaia di fermi, quasi duemila in un solo giorno, in gran parte minorenni, e scontri in decine di città. E mentre a Parigi il governo cerca disperatamente una via d’uscita, la scintilla ha iniziato a viaggiare veloce, attirando l’attenzione anche degli studenti italiani.

Tutto è partito a metà settembre a Créteil, nella periferia sud-est di Parigi. Al liceo Saint-Exupéry mancavano docenti di sostegno e l’infermiere (in Francia i licei hanno di norma una propria infirmerie, con personale dedicato: è un punto di riferimento per le emergenze mediche e anche per l’ascolto degli studenti). Risultato? Intere classi restavano ore senza nessuno in cattedra. Il 17 settembre hanno scioperato i professori, e il giorno dopo gli studenti hanno incrociato le braccia anche loro. Dopo una decina di giorni hanno strappato alla scuola l’impegno concreto su infermiere, vicepreside e rimpiazzi. Vittoria! Ma i video di quel blocco erano già finiti sui social, facendo da miccia per Lione, Marsiglia, Lille, Bordeaux, Nantes, Tolosa e Strasburgo.

A dare un’ulteriore spinta alla protesta ci ha pensato, indirettamente, il governo stesso: il 29 settembre c’è stato lo sciopero del pubblico impiego contro una manovra che nel 2027 taglia 54 miliardi e congela gli stipendi statali per il quarto anno di fila. Risultato inevitabile: insegnanti e ragazzi si sono ritrovati a marciare fianco a fianco nello stesso corteo.

“Più topi che insegnanti”, recita uno degli slogan più crudi dei cortei. E la rabbia non nasce dal nulla. La verità è che i ragazzi non chiedono la luna: vogliono qualcuno che gli insegni, classi meno affollate, e quindi vivibili, e aule dove non si muoia di caldo a giugno o di freddo a gennaio. D’altronde, i numeri parlano chiaro: tra cattedre vuote e supplenti fantasma, lo scorso anno i licei hanno perso quasi un’ora di lezione su dieci. I presidi stessi lo ammettono, allargando le braccia: senza soldi, infilare 35 ragazzi in una sola aula è l’unica scorciatoia possibile. E nella sola regione di Parigi più di un liceo su cinque è in condizioni fatiscenti.

A dare il colpo di grazia ci si mette pure Parcoursup, il sistema nazionale per l’accesso all’università. I ragazzi lo vivono come una lotteria buia e opaca, una tagliola che penalizza chi parte già indietro. Specialmente nelle banlieue, dove le scuole annaspano e i test internazionali lo confermano nero su bianco: a ogni nuova edizione i risultati calano. Ma come si fa a garantire un’istruzione di qualità, se prima di tutto non c’è un luogo dove poter imparare?

All’inizio è stata una protesta pacifica, fatta di voci e cancelli sbarrati. Poi il copione è cambiato. A Créteil lo raccontano bene: a un certo punto sono spuntati una quindicina di esterni, facce nuove, molto più duri e radicali. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha puntato subito il dito contro i gruppi organizzati, quelli che saltano da un liceo all’altro per trasformare la contestazione in guerriglia. Il primo ottobre si è toccato il fondo. A Marsiglia sono stati aggrediti il preside e il vicepreside del liceo Victor Hugo, e un camion dei vigili del fuoco è stato dato alle fiamme. A Nantes il fuoco ha devastato l’ingresso del liceo Nelson Mandela, costringendolo a un mese di chiusura. A Marsiglia e Strasburgo è stato sospeso il trasporto pubblico.

Dall’altra parte della barricata, però, sul banco degli imputati è finita la mano pesante della polizia: cariche, lacrimogeni davanti ai cancelli e proiettili di gomma. A Saint-Ouen-l’Aumône un ragazzo è stato ferito al volto da un proiettile sparato a distanza ravvicinata con un lanciagranate, a Tours un altro è stato ferito gravemente a un occhio. Di fronte a questa deriva, il ministero ha dovuto aprire tre inchieste interne. Nel frattempo il bilancio dei feriti è un bollettino di guerra: si parla di 170 studenti, 65 lavoratori della scuola, tra cui quaranta presidi, e centinaia di agenti.

A sette mesi dalle elezioni presidenziali, la scuola è diventata una polveriera politica. Il governo si muove in ordine sparso. Da una parte c’è il ministro dell’Interno Laurent Nuñez, che manda i reparti antisommossa promettendo tolleranza zero. Dall’altra c’è il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, che ammette che alcune richieste dei ragazzi sono legittime, apre una piattaforma online per raccogliere le segnalazioni e punta il dito contro i gruppi ultraviolenti.

Venerdì scorso il faccia a faccia tra il ministro, i genitori e gli studenti si è chiuso con un nulla di fatto. Le associazioni liceali, ora spalleggiate anche da grandi sindacati come CGT e Solidaires, hanno rilanciato convocando una nuova mobilitazione nazionale per martedì 6 ottobre.

La scuola è ormai l’epicentro della corsa all’Eliseo. Mancano pochi mesi al voto, Macron non può ricandidarsi e Marine Le Pen, favorita nei sondaggi, invoca un reato ad hoc per punire chi partecipa a manifestazioni violente. Il governo punta il dito contro la sinistra radicale di La France Insoumise, accusata di soffiare sulle braci, mentre Jean-Luc Mélenchon si schiera apertamente con i ragazzi, puntando l’indice contro la deriva repressiva dello Stato.

E in Italia?

In Italia, per il momento, non ci sono scuole blindate o bloccate. Ma le organizzazioni studentesche hanno fiutato l’aria in un battibaleno, capendo perfettamente la portata simbolica di quello che sta succedendo Oltralpe. La Rete degli studenti ha mandato un messaggio netto di solidarietà ai coetanei francesi, lanciando lo slogan «soldi alle scuole, non alle armi» e tracciando la rotta verso lo sciopero studentesco internazionale del 20 novembre.

Le prime avvisaglie si sono viste già nei primi giorni di ottobre. A Genova studenti e portuali si sono dati appuntamento per un’assemblea nazionale organizzata dal collettivo Cambiare rotta. A Roma si è scesi in piazza alla Bocca della Verità contro la legge elettorale. A Napoli gli universitari sono tornati a piantare le tende nel cortile della Federico II contro il caro affitti, e Torino si prepara a fare lo stesso. Nelle scuole superiori, intanto, la data cerchiata in rosso è il 17 ottobre: la Rete degli studenti medi l’ha scelta per scendere in piazza contro il decreto scuola. Il decreto, approvato dal governo il 24 settembre, fissa un tetto. Dall’anno scolastico 2027-2028, nelle classi prime gli alunni stranieri che non conoscono abbastanza l’italiano non potranno superare il 30 per cento. Il giorno dopo, sul cancello di una scuola di Genova è comparsa la scritta «Qui nessuno è straniero», diventata in pochi giorni lo slogan della protesta. Del resto, chi ha vissuto o vive la scuola italiana riconosce immediatamente un copione dolorosamente familiare. E i numeri lo confermano, a volte superando i francesi, a volte smentendo i luoghi comuni.

Gli intonaci che cadono, per esempio, non sono un modo di dire. Secondo l’ultimo rapporto di Cittadinanzattiva, tra settembre 2025 e agosto 2026 nelle scuole italiane ci sono stati 68 crolli, con 12 feriti. Il 59 per cento dei quasi 40mila edifici scolastici non ha il certificato di agibilità. Le scuole hanno in media sessant’anni e solo il 7 per cento ha un impianto di climatizzazione. Nella regione di Parigi si denuncia che un liceo su cinque è fatiscente; da noi, nell’indagine TALIS dell’OCSE, quasi un preside su due segnala strutture inadeguate, il dato peggiore dell’Unione europea.

Sugli insegnanti il problema è diverso. In Francia si perde quasi un’ora di lezione su dieci perché chi si ammala non viene sostituito. In Italia i professori ci sono, ma spesso cambiano ogni anno. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso: quest’anno, tra concorsi e graduatorie, sono stati assunti a tempo indeterminato 37.430 docenti. La norma voluta dal ministro Valditara, che permette alle famiglie di chiedere la conferma dell’insegnante di sostegno, ha tenuto al loro posto 55.814 supplenti, quasi diecimila in più dell’anno prima. Ma queste misure non bastano: il precariato resta strutturale. Le supplenze sono state circa 118mila, e sul sostegno più di 100mila posti vengono autorizzati di anno in anno «in deroga», senza mai diventare cattedre stabili. In dieci anni la quota di insegnanti non di ruolo è passata da uno su otto a uno su quattro.

Le classi-pollaio, invece, esistono soprattutto nelle grandi città, ma in media le classi italiane sono più piccole di quelle francesi: alle elementari 17,9 alunni contro 21,6. Il motivo è che in Italia gli insegnanti sono tanti, ma pagati poco. Tra il 2015 e il 2024 il loro stipendio reale è calato di oltre il 10 per cento, mentre quello dei colleghi francesi è rimasto quasi fermo.

Dietro tutto c’è la stessa questione da cui sono partiti i francesi: i soldi. Nel 2024 l’Italia ha speso per l’istruzione il 4 per cento del Pil, contro il 5,1 della Francia. È ultima nell’Unione europea per la quota di bilancio pubblico destinata alla scuola. Alle superiori uno studente costa allo Stato circa 8.500 euro l’anno, contro i 10.600 della Francia.

E poi c’è l’eterno, incolmabile divario tra Nord e Sud, e tra licei e istituti professionali. Nei test PISA del 2025 i quindicenni italiani sono finiti per la prima volta sopra la media OCSE, ma più per il calo degli altri che per meriti propri. In matematica gli studenti del Nord-Ovest hanno fatto 55 punti più di quelli del Sud, quasi tre anni di scuola. Tra i liceali e gli studenti dei professionali, in lettura, la distanza arriva a 130 punti.

Eppure, anche se le piazze italiane si stanno scaldando attorno al tetto agli studenti stranieri e al decreto scuola, la forma che prendono queste proteste è profondamente diversa.

La prima differenza sta nella genesi. In Francia il motore si è acceso in un liceo di periferia, all’indomani di uno sciopero degli insegnanti, e si è propagato come un incendio grazie ai social. In Italia, al contrario, la regia è saldamente in mano alle reti studentesche strutturate, che fissano date, parole d’ordine e piattaforme con settimane di anticipo. Cambiano anche i bersagli. I liceali francesi battono su tasti immediati, materiali, quasi fisici: un docente in classe, una sedia che non si rompe, un’infermeria aperta. In Italia, pur nascendo vertenze mirate come quella contro il tetto agli alunni stranieri, la protesta tende ad allargarsi a cerchi concentrici. Abbraccia temi più grandi, come la spesa militare, la guerra o la crisi abitativa dei fuorisede.

C’è infine una questione legata alla cultura della piazza. In Francia la contestazione a oltranza, la barricata e lo scontro frontale hanno una tradizione recente e muscolare: i gilet gialli, le proteste del 2023 contro la riforma delle pensioni, la rabbia esplosa nelle periferie dopo che il diciassettenne Nahel M. fu ucciso da un agente durante un controllo stradale. In Italia lo stesso malessere giovanile si è finora espresso soprattutto con cortei, occupazioni e scioperi di un giorno. Pesa anche la demografia. In nove anni le scuole italiane hanno perso oltre mezzo milione di alunni, e questo in parte allenta la pressione su aule e insegnanti, anche senza nuovi investimenti.

Chissà se la miccia accesa Oltralpe riuscirà a contagiare anche le aule di casa nostra. Gli studenti italiani a volte scendono in piazza per i compagni stranieri, contro la guerra, per cause più grandi di loro. Per le aule in cui passano le loro mattine, quasi mai. Chissà se l’esempio francese basterà a risvegliare una scuola che sembra essersi assuefatta a tutto, pronta a subire qualsiasi stangata senza quasi più una scossa, con una cronica e laconica rassegnazione.

Elisabetta Vinci

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