Libia, migranti e zona SAR

Una Libia lontana eppure così vicina, da cui si sentono le urla delle atrocità nei campi di detenzione. Una Libia che è al contempo speranza e morte per i migranti, illusi di trovare la libertà e condannati ad essere seppelliti dalle ingiustizie dei criminali. Urla occultate nel silenzio tombale dell’UE, preoccupata a non farli partire più che a metterli in salvo.

Dalla Libia provano a fuggire, su gommoni, motoscafi o su qualunque cosa gli scafisti garantiscano possa galleggiare per traghettarli dall’inferno al purgatorio. Un viaggio caro e scomodo per il quale si vende corpo ed anima, a volte per l’eternità. La sala d’attesa delle partenze è ubicata in lager, in campi di detenzione che i più fortunati riusciranno ad abbandonare. Una Libia insicura, pericolosa, lottizzata. 

Ma in Italia si è ben pensato di “aiutarli a casa loro”: accordi nazionali e finanziamenti europei confluiscono nel potenziamento della Guardia costiera libica, nella SAR, nel favorire economicamente il Governo libico purché si tenga a casa i fastidiosi ospiti.

Cos’è una SAR e perché si istituisce

La Libia ha di recente istituito una propria zona SAR (Search And Rescue), ovvero una zona di controllo e di soccorso che si estende ben oltre le proprie acque costiere, fino a 12 miglia nautiche. Una zona di stretto monopolio della Guardia costiera libica, l’unica che può decidere le sorti dei profughi in mare, l’unica legittimata a soccorrerli.

La responsabilità e la competenza a soccorrere vite umane in quelle acque non spetterà più alle ONG governative e istituzionali europee, le quali dovranno tenersi a debita distanza per lasciar spazio alla Guardia costiera.

Se nel 2017 Tripoli aveva rinunciato ad una propria SAR (come si legge nel documento SAR Convention), non avendo centri sicuri di soccorso, di recente invece l’IMO (Organizzazione marittima internazionale) ha ratificato il MRCC (il centro di coordinamento e soccorso) la cui base è stata vagamente individuata nell’aeroporto di Tripoli, gestito da forze militari e sotto il controllo di un centro autonomo, ovvero la RCC-Libya. Al momento tuttavia il centro SAR, ossia il luogo di soccorso di profughi e immigrati in fuga, è sprovvisto di indicazioni precise, di coordinate, di dettagli.

L’istituzione di tale Centro Nazionale di Soccorso Marittimo a Tripoli è stato benedetto e finanziato dalla Comunità Europea, in particolare dall’Italia che ha capeggiato il progetto LMRCC (intrapreso nel maggio del 2017). La Comunità europea ha investito 1,8 milioni di euro per procurare ai libici attrezzature e forniture necessarie alla creazione del centro. Il termine del progetto era stato fissato nell’agosto 2018, ma realizzato, per la prima volta nella storia dei progetti europei, con due mesi di anticipo.

Il paradosso di recuperare gli immigrati in mare per riportarli nel luogo da cui fuggono

Dunque, la responsabilità del soccorso e della messa in sicurezza dei migranti che intraprendono la via del mare quale unica via di salvezza spetta a rigor di carte alla Libia, una nazione che non è stata definita “Place of Safety”, che non ha firmato la Convenzione Onu del diritto del mare, né la Convenzione di Ginevra, né la Convenzione SAR di Amburgo. Ovvero la nazione da cui i “clandestini” fuggono.

Il tanto decantato slogan “Aiutiamoli a casa loro” si concretizza dunque in forme di finanziamento e collaborazione che suonano più come un “Immigrati föra da i ball” piuttosto che in effettive forme di solidarietà e umanità. Salvini, di recente in trasferta, ha salutato la Libia con un regalo di 10 corvette italiane (in attesa delle altre 12 promesse) per bloccare le partenze e scongiurare l’arrivo di altri immigrati in Italia.

La diminuzione dei flussi migratori, dunque, dipende dalla permanenza forzata degli immigrati a casa loro e non da un’effettiva scelta di restare dovuta al miglioramento delle condizioni in Libia (o in Africa in generale).

Frattanto in Libia la situazione non è cambiata. La Guardia costiera che dovrebbe garantire sicurezza ha un curriculum opinabile. Francesca Mannocchi, in un documentario per La7 , mostra come gli scafisti scendano facilmente a patti con la Guardia costiera tramite favoritismi e complicità. Dai tempi di Gheddafi ai tempi di Salvini il traffico di esseri umani ruotava e ruota solo attorno ai soldi. I soldi che generano omertà, che mettono a tacere controlli e legalità.

Basti citare Al Bija, il boss di Zawiya, arrestato come capo della Guardia costiera libica (finanziata dall’UE), leader indiscusso del traffico di essere umani. Una testimonianza riportata per Al Jazeera afferma: «Le guardie costiere corrotte danno i migranti ai miliziani e i miliziani li tengono in centri di detenzione illegali. Qui iniziano a ricattare i migranti. Gli prendono soldi, telefoni e documenti. Dai telefoni chiamano le famiglie per chiedere riscatti. I miliziani li vendono anche ai caporali della zona come forza lavoro gratuita».

Per non parlare della disorganizzazione della Guardia costiera libica, assoggettata alle milizie armate presenti a Tripoli. «Per entrate nel porto commerciale di Tripoli ad esempio si deve chiedere il permesso alla milizia di un certo Taha, che sostiene di essere la vera guardia costiera» (ibidem).

La trappola mortale dei campi di detenzione in Libia

Ma oltre ai deficit strutturali della Guardia costiera libica c’è il grande pericolo dei campi di detenzione. C’è chi li ha definiti un insulto all’umanità, chi un grido d’indignazione: sta di fatto che i campi di detenzione libici (in cui sono detenuti i migranti in attesa di raggiungere l’Europa) erano e restano una fabbrica di schiavismo e disumanità che prosegue indisturbata.

Da quando si è tentato di porre un freno ai flussi migratori verso l’Europa, i campi di detenzione si sono moltiplicati. Dopo secoli di colonizzazioni, l’occidente effettua un altro tentativo di depauperamento in Africa. Un altro fallimento.

Già nel 2017 il presidente internazionale di Medici Senza Frontiere Joanne Liu denunciò le violenze nei campi di detenzione libici: «Le donne incinte vengono stuprate. Vengono particolarmente prese di mira e violentate». Gli uomini vivono ammassati in stanze buie e sudicie. Seviziati, picchiati con sbarre di metallo e lasciati morire in quei lager con le ferite aperte e non medicate. Uomini e donne senza diritti, senza protezioni, alla mercé di criminali che spesso sono gli stessi cui spetta il compito di non far partire i barconi verso l’Europa (ovviamente dietro lauto compenso).

Da tutta l’Africa giungono in Libia, il porto più vicino alla terra di speranza (l’Europa), per trovarsi incarcerati in quelli che i trafficanti chiamano “mezra”, “magazzini” in arabo, “lager” in tedesco, “campi di detenzione” in italiano. Qui succede di tutto: uomini, donne e bambini sfruttati fino all’ultima goccia di sangue. Quell’ultima goccia di sangue alcuni la perdono in mare, sui gommoni, altri la perdono all’arrivo in Italia, insultati e sgraditi.

libia

Come l’Italia e l’Europa aiutano i migranti a casa loro?

Impegnandosi in primis sul fronte economico, non certo umanitario. Nell’incontro tra Salvini e il vicepresidente del Consiglio presidenziale libico Ahmed Maitig sono stati stabiliti dei patti per arginare i flussi migratori verso l’Europa:

  • più mezzi alla guardia costiera libica: un contratto di fornitura di apparecchiature dal costo di 2 milioni stanziati dall’Italia, con conseguente addestramento delle forze militari libiche da parte dei militari italiani;
  • riduzione dei permessi umanitari ai soli casi eccezionali: eliminando il terzo tipo di protezione umanitaria.

Poco o niente si è discusso circa lo scempio umanitario all’interno dei mezra: l’obiettivo è non farli giungere in Italia, senza badare a spese. 

Quindi, anche se vedremo diminuiti gli sbarchi, se gli immigrati non approderanno più sulle italiche coste, non ci sarà nulla da rallegrarsi. Non li staremo aiutando a casa loro, ma li avremo condannati lì, in quei campi di concentramento, bloccati e torturati.

Melissa Aleida

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Melissa Aleida
Attivista. Antifascista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell'Associazione "Omnia". Credo che l'attivismo socio-politico, in specie l'interesse verso questioni collettive, sia l'unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.