Laura Giordano, la lungimiranza di innovarsi rimanendo sé stessa
Fonte: www.lauragiordano.com

Si può, senz’ombra di dubbio, definire un talento della lirica Laura Giordano, nota soprano che ha avuto modo di esibirsi nelle maggiori platee nazionali e non solo, dimostrando in scena un’indicibile inclinazione per il canto, riuscendo, ogni qualvolta chiamata in causa, a dimostrarsi all’altezza del soggetto impersonato. La sua voce si è messa in viaggio, in lungo e in largo, verso repertori da perlustrare per filo e per segno.

La cantante lirica palermitana, tra le più encomiate, spicca per il virtuosismo del canto basato su una solida tecnica e per l’assoluto dominio della colorature e dei sovracuti, peculiarità che le hanno consentito, già in fase di debutto, di svolgere ruoli da protagonista ne “I pazzi per progetto” musicata da Gaetano Donizzetti e nella farsa in atto di Gioacchino Rossini “Adina”, figure con le quali si sono misurate le più grandi interpreti di caratura internazionale a carriera ormai avviata.

Quando si trova sul palcoscenico affiora in lei il suo incommensurabile trasporto e la sua totale dedizione per il lavoro svolto, ormai da svariati anni, con grande professionalità e quell’umiltà combinata alla competenza che la qualificano. Al di là dell’esperienza teatrale, Laura Giordano si è cimentata in svariate apparizioni televisive e, in molteplici circostanze, davanti alle cineprese del grande schermo, mantenendosi la persona piacevole e affabile che è sempre stata.

La nostra redazione, ha avuto modo, grazie alla sua disponibilità, di ripercorrere il vissuto artistico di Laura Giordano.

Laura, da tempo porti il Belcanto all’italiana in giro per il globo. Ci racconti come e quando è nata questa affinità elettiva con l’Opera?

«È stato, come si suol dire, un amore a prima vista, o meglio, a primo udito. Nella noia di un pomeriggio invernale, sola in casa, decisi di ascoltare un compact disc della Traviata che mia madre acquistò tempo prima in un negozio di dischi. Incantata dalla voci sublimi della cantante soprano Renata Scotto e del tenore José Carreras, mi ritrovai, nel mio immaginario, catapultata in casa di Violetta Valery a vivere insieme a lei le emozioni descritte in note dal maestro Verdi. All’epoca avevo tredici anni; da allora capii che la lirica era la mia strada, la mia principale vocazione.»

Hai iniziato a calcare i primi palchi da giovanissima. A che età è avvenuto il tuo debutto in scena?

«Il mio esordio in scena avvenne all’età di sedici anni: ottenni una parte ne “ I pazzi per progetto” di Donizetti. Lo giocare in casa nella mia Palermo e il conoscere, anche se indirettamente, la realtà locale mi facilitarono di molto il compito, anche se la pressione fu forte. Allora non prendevo ancora lezioni di canto, né avevo mai recitato alcuna parte a teatro. Ricordo ancora come, agli inizi, mi sentii un pesce fuor d’acqua, seppur in un mondo che già sentivo mio.»

Col senno di ora, com’è fare la cantante d’Opera?

«È un lavoro totalizzante, anche se non d’immediato svolgimento: bisogna ragguardarsi ed aver cura delle proprie corde vocali per non incombere in problematiche alla voce, studiare di continuo la tecnica e sapersi reinventare in vesti sempre nuove. Altri aspetti di vitale importanza da tenere conto sono la corretta gestione dello stress e il saper accettare le critiche; ebbene sì, anche quest’ultime arrivano di tanto in tanto!»

Più e più volte hai interpretato Musetta ne la Bohème”. Ti ritieni, in qualche modo, conforme per caratteristiche personali al personaggio?

«Sin dagli albori della mia carriera ho imparato a conoscere Musetta, non riesco proprio a distaccarmene e tuttora mi accompagna. Sebbene a primo impatto possa apparire frivola e sciocchina, non la definirei tale: dotata di grande carisma e generosità, non si è fatta piegare né dalla povertà, né dalle vicissitudini di cui è stata vittima.»

A tuo parere, si può definire tale figura un’emblema per chi esercita la professione di cantante lirica? Se sì, potresti fornirci delle motivazioni?

«Sinceramente, non mi sono mai posta il quesito. Ripensando bene al personaggio verdiano nella sua interezza, potrebbe anche darsi: in barba al suo status sociale dimostra fierezza, un gran senso di adattamento alle situazioni, solidarietà da vendere nei confronti dell’amica Mimì e, nonostante i riflettori puntati addosso – mi riferisco alla sua entrata in scena nel secondo quadro quando gli uomini presenti al Caffè Momus la guardano ammaliati – un totale senso di agio. Non si può che non apprendere da lei, specialmente per chi svolge un mestiere da palcoscenico come il nostro!»

Vincenzo Nicoletti

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