Sergio Costa, il Generale e una guerra che non può essere persa
Immagine: formiche.net

«L’ambiente è una cosa seria, centrale, e appartiene a tutti. Non c’è maggioranza o opposizione nella salvaguardia delle nostre terre». Nato a Napoli il 22 aprile 1959, il ministro dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare Sergio Costa, riconfermato nel governo Conte-bis, si ritrova a fronteggiare la più grande crisi ambientale mai conosciuta dall’uomo. Le ormai manifeste conseguenze dei cambiamenti climatici stanno modificando e modificheranno sempre più lo stile di vita umano, la società in cui siamo abituati a vivere. La lotta per la tutela dell’ambiente deve passare necessariamente dalla sinergia delle azioni popolari, intese come buone pratiche ecologiche che tutti i cittadini devono adottare a favore di una vita eco-friendly, e di quelle istituzionali, ovvero quelle che proprio il ministro dell’Ambiente ha il dovere di e l’impellente esigenza di adottare. La storia pre parlamentare del Generale Costa non mente. Il curriculum, le esperienze di lotta a favore della natura e della salute umana fanno del riconfermato ministro l’uomo giusto nel posto giusto. Parafrasando Aristotele, nemmeno Dio può disfare il passato, ma nella lotta alla crisi ambientale il passato rappresenta solo un libro da cui imparare lezioni. Quel che più conta nella battaglia ambientalista è l’agire nel presente per preservare il futuro.

Costi quel che Costa

Laureatosi in scienze Agrarie presso la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, nel 1995 Sergio Costa consegue un master di alta specializzazione in “Teoria del Coordinamento” nella Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero dell’Interno. Dal 2000, dopo aver preso parte al corso di formazione dirigenziale del Corpo Forestale dello Stato, il nome del Generale di Brigata Costa è legato alle inchieste sulla Terra dei Fuochi, che hanno portato alla luce la più grande discarica abusiva d’Europa. Successivamente lo stesso Costa si occupò della scarico illecito di rifiuti nel Parco Nazionale del Vesuvio e collaborò con la Direzione nazionale antimafia alle indagini sul traffico internazionale di rifiuti. A tal proposito l’attuale ministro dell’ambiente affermò che «Terra dei fuochi è il paradigma della disattenzione del Paese verso il nostro ambiente. È una parte della mia battaglia che non posso né intendo dimenticare».

Sergio Costa, il Generale e una guerra che non può essere persa
La più grande discarica abusiva d’Europa si trova tra le province di Napoli e Caserta
Immagine: napoli.zon.it

Come detto, una storia fatta di esperienze contro quella che viene definita ecomafia, un passato che infonde fiducia nei movimenti ambientalisti e non solo. In un’epoca in cui i delicati ruoli istituzionali vengono occupati da persone senza alcuna preparazione, conoscenza, competenza, avere un ministro dell’Ambiente come Sergio Costa rende quel che dovrebbe essere la normalità una rarità e, perché no, in qualche modo un colpo di fortuna figlio di una delle poche scelte azzeccate del passato Governo giallo-verde. La fiducia però è un’emozione ed è ben noto che le emozioni sono nemiche dei fatti. Cosa ha fatto il ministro Costa nella passata legislatura? È la domanda a cui bisogna rispondere per far sì che la figura dello stesso Costa non diventi oggetto di quella “tifoseria politica” che da ormai troppo tempo inquina il dialogo degli affari pubblici, tifoseria figlia delle sole emozioni, che non segue logica alcuna e che tiene poco conto dei fatti.

Era il 31 maggio 2018 quando, a seguito della formazione del governo giallo-verde, Sergio Costa venne indicato come Ministro dell’ambiente. Sette mesi più tardi, precisamente il 2 gennaio 2019, lo stesso Costa pubblicò sui social una lista degli obiettivi raggiunti rinominata “Ricomincio da 15“. Dalla legge Salvamare, che prevede lo stop alla vendita di oggetti monouso in plastica a partire dal 2020 e la possibilità per i pescatori  portare a terra la plastica accidentalmente finita nelle reti, al piano Marshall sul dissesto idrogeologico, misura grazie alla quale il ministero dell’ambiente ha potuto stanziare sei miliardi e mezzo di euro da utilizzare contro la degradazione del suolo. Dallo stop all’inceneritore Valle del Mela, in provincia di Messina, al piano d’azione riguardante la Terra dei Fuochi. Non possiamo certo esimerci dal citare uno degli obiettivi che riteniamo essere tra i più importanti e necessari, quello della tanto attesa educazione ambientale come materia scolastica.

Sergio Costa, il Generale e una guerra che non può essere persa
Il post Facebook con cui Sergio Costa annuncia i quindici obiettivi raggiunti nei primi sette mesi
di governo
Fonte: facebook.com

Molti quindi gli obiettivi raggiunti nei primi 7 mesi di governo, molti gli obiettivi da raggiungere. Sulla questione Ilva, ad esempio, non può bastare il riasame dell’Aia, l’autorizzazione d’impatto ambientale, richiesta dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci. La questione Ilva richiede coraggio, prese di posizioni risolute, al netto dei numerosi studi, tra cui l’ultimo rapporto “Sentieri”, che fanno emergere una realtà disarmante. Negli ultimi anni infatti, nonostante le misure ambientali messe in campo, a Taranto si muore di più e i rischi di morte per malattie legate all’inquinamento è aumentato. Non solo, lo studio sopracitato ha dimostrato che tra il 2002 e il 2015 «sono stati osservati 600 casi con malformazione congenita, con una prevalenza superiore all’atteso calcolato su base regionale». Di fronte ai fatti, a questi fatti, continuare con la solita solfa della tutela dei lavoratori risulta essere assai puerile. Anche perché, secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale amianto, proprio gli operai dell’Ilva sono i primi ad essere esposti a rischi derivanti dal proprio lavoro. Insomma è chiaro che, quando si parla di Ilva, l’unica tutela del lavoro è quella a favore dei capitalisti, dei padroni che giocano sulla palle dei loro operai e che obbligano questi ultimi a scegliere tra lavoro e salute. Sull’Ilva e su tutto il settore industriale che distrugge il nostro pianeta occorre coraggio, occorrono misure forti, costi quel che costi.

Sergio Costa e un futuro incerto

«Sono felice che il Presidente Conte mi abbia rinnovato la fiducia, vuol dire che la direzione intrapresa è quella giusta […] L’ambiente è al centro dell’azione di governo. Vorrei portare al primo consiglio dei ministri un provvedimento urgente sui cambiamenti climatici. Non possiamo perdere un giorno di tempo! Le nostre priorità saranno il contrasto al cambiamento climatico, che è la sfida delle sfide per il futuro nostro e dei nostri figli e nipoti». Con queste parole Sergio Costa apre di fatto il suo secondo mandato come ministro dell’Ambiente.

Come scritto in un precedente articolo e come denunciato dal gruppo politico Europa Verde, non si capisce in che modo il Governo attuale abbia intenzione di contrastare il climate change visto e considerato che ad oggi la legge inerente gli interventi economici non prevede alcun finanziamento sull’ambiente. Un’efficace battaglia alla crisi climatica deve passere innanzitutto dal taglio delle fonti fossili, altro punto su cui i governi italiani, passati e presenti, hanno e continuano a latitare. Lo conferma uno studio realizzato dagli esperti di varie organizzazioni, tra cui Climate Action Network Europe, il quale afferma che l’Italia è fra quei paesi europei che fanno del Piano nazionale su energia e clima 2030 una bandiera da sventolare più che un obiettivo da portare a termine.

Molti quindi sono i dubbi che aleggiano attorno alle manovre ambientali del nuovo governo. Il ministro Sergio Costa è chiamato ad affrontare una delle battaglie più difficili dei nostri tempi, quella contro l’emergenza ambientale, quella a favore di un futuro ecosostenibile. Molta la fiducia che i cittadini italiani devono riporre in questo ministero, perché non finiremo mai di dirlo, la lotta ecologica è una lotta che non ha e non avrà mai colori politici, se non quello verde. Verde come la speranza di un’Italia che, attraverso lo sviluppo sostenibile, diventi nazione da emulare, paese da cui le future generazioni non saranno costrette a scappare. Verdi come le rime di Giorgio Caproni, verde come la frutta gelata di Federico Garcia Lorca o le isole di Salvatore Quasimodo. Perché, citando il drammaturgo spagnolo Pedro Calderon de la Barca, «Il verde è il colore principale del mondo, e ciò da cui nasce la sua bellezza».

Marco Pisano

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here