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Fonte: www.republica.com

Era già ufficiale dallo scorso novembre, all’esito del secondo turno delle elezioni presidenziali, ma solo il 2 marzo si è consumata l’assunzione dell’incarico da parte del nuovo presidente dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou. Supportato da una formazione di centrodestra, il neoproclamato mandatario “spodesta” il fronte di sinistra che ha governato negli ultimi 15 anni. prima con Pepe Mujica e poi con Tabaré Vazquez (che nel 2014 aveva battuto proprio lo stesso Lacalle).

Il vento della destra arriva pure in Uruguay

Un altro Paese dell’America latina si aggiunge a una specie di Grande Coalizione delle destre continentali, proprio in un Paese come l’Uruguay che si credeva in qualche modo “immune”, appunto, dalla svolta a destra, considerata l’ormai consolidata tradizione di stabilità costituzionale e la svolta socialista dell’anziano Mujica, diventato celebre in tutto il mondo per la sua innovativa visione politica.

Invece, la destra è penetrata a poco a poco anche nel tessuto sociopolitico del piccolo Uruguay, che vive sostanzialmente della gestione finanziaria dei capitali provenienti dall’estero, in grado di alimentare un sistema di paradiso fiscale nominato da qualcuno “la Svizzera del Sud America“. La volatilità delle economie mondiali e soprattutto del dollaro USA non ha fatto bene in questi ultimi anni. Come spiegato dallo stesso Mujica in una recente intervista, l’Uruguay teme allo stesso tempo la svalutazione e l’eccessiva rivalutazione della moneta statunitense, che influenza in maniera determinante l’inflazione o la deflazione e dunque il potere di acquisto dei salari e delle pensioni.

In più, in Uruguay la cultura economica lascia sopravvivere una marcata disuguaglianza socioeconomica, che ha nella medio-alta borghesia il suo alfiere principale. Sempre lo stesso ex presidente socialista ha più volte ribadito come attirare capitali dall’estero non sia necessario, quando si potrebbe incentivare l’impresa interna mobilizzando gli ingenti capitali da rendite immobiliari congelati dai borghesi nelle banche autoctone o, più spesso, in conti esteri. Purtroppo, ha spesso detto Mujica, non è mai stato facile erodere il muro di interessi contrari a un maggior controllo dello Stato sulla gestione dei capitali e dell’iniziativa economica.

Il neopresidente Lacalle Pou rappresenta in effetti proprio una parte di quella borghesia “nobile” cui si faceva riferimento. Avendo vinto le elezioni con un margine davvero risicato, non ha saputo cementare il Paese intorno a una proposta che ha più volte definito di ampio respiro, con molti punti in comune con i programmi di altre forze politiche. L’ampia condivisione che Lacalle ha inteso dare al suo movimento politico, comunque connotato a destra, è rimasta sulla carta. Mujica ha più volte dato mostra di non apprezzare la personalità del neopresidente, dovendo per questo mettere a tacere le voci persino su una sua presunta assenza alla proclamazione e al giuramento di Lacalle, che ha dovuto ricevere per disposizione costituzionale in quanto senatore più anziano.

“Di che destra è” Luis Lacalle Pou?

Il problema è proprio che ancora non esistono certezze sul tipo di iniziative che Lacalle Pou adotterà per riformare l’Uruguay seguendo un punto di vista più conservatore. Finora si sa che desidera incentivare l’immigrazione dall’estero, nonché l’ingresso di ulteriori capitali stranieri anche attraverso una riforma fiscale, il che non sembra prefigurare sconvolgimenti strutturali dell’economia uruguayana. In particolare, sembra che Lacalle si auguri di facilitare lo stabilimento nel Paese di almeno centomila argentini.

Tuttavia, come sottolinea RT (media putiniano, è vero, ma che stavolta svolge un’analisi piuttosto equilibrata del personaggio, forse in attesa di ulteriori sviluppi), la figura di Lacalle Pou è piuttosto eccentrica nel panorama delle destre sudamericane. Viene sicuramente dato come contrario a diversi temi sociali progressisti, dal matrimonio per gli omosessuali alle altre questioni di gender, oltre che a una maggiore inclusività sociale per lavoratori svantaggiati; difende poi una maggiore incisività della repressione di polizia per contrastare criminalità organizzata e traffico di droga.

Però Lacalle non sembra xenofobo né particolarmente desideroso di cedere a tentazioni autoritarie: non si appoggia infatti sull’estrema destra, che sembra gli abbia voltato le spalle rifiutando incarichi di governo. Appare distante dal prototipo bolsonariano, ma anche dal suo populista omologo argentino. Insomma, al governo dell’Uruguay non sembra arrivato un prototipo dell’ormai tristemente classico estremista sovranista.

Un nuovo amico di Trump

Al di là nella normale antipatia di Mujica, Lacalle è ancora un personaggio da decifrare. Qualcosa da presidente di destra, però, l’ha già fatto. Non ha invitato alla propria proclamazione i Capi di Stato di Venezuela, Cuba e Nicaragua, tutti di orientamento politico opposto al suo. Per il mandatario di un Uruguay così legato all’economia e alla finanza USA, sembra proprio trattarsi di una manovra in grado di accattivarsi le simpatie di Donald Trump, che ha personalmente telefonato al neocollega sudamericano per felicitarsi.

Il ministro degli Esteri Talvi ha spiegato che il nuovo governo non vede l’ora di trattare con Washington alcuni temi bilaterali di estrema importanza, così come di liberarsi di alcuni fardelli che ricollochino l’Uruguay in orbita USA, come l’abbandono definitivo del MERCOSUR, l’accordo economico subcontinentale che portava la firma dell'”ondata” di sinistra di inizio anni 2000 e ormai caduto nel dimenticatoio. La prima dimostrazione di amicizia di Lacalle sarebbe dunque la marginalizzazione di Maduro in Venezuela e il riconoscimento ufficiale dell’autoproclamato presidente Juan Guaidó.

Forse restano pochi dubbi: nonostante l’atteggiamento conciliatore di Lacalle, sulla svolta a destra dell’Uruguay e sul colpo di spugna sul recente passato targato Mujica c’è già ben più di un indizio.

Ludovico Maremonti

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