Tutti contro tutti: la campagna elettorale come una royal rumble

Dopo la débâcle di Bersani del 2013, i governi tecnici, gli avvicendamenti, l’ascesa del Movimento Cinque Stelle, finalmente ci siamo. A un mese dalle elezioni politiche la campagna elettorale è entrata nel vivo ed è proprio come ce la aspettavamo: una Royal Rumble degna del miglior wrestling, una gara sregolata a chi la spara più grossa, tutti contro tutti, o quasi.

Royal Rumble è un termine che anche i meno appassionati associano al wrestling americano, una rissa con una sola regola: chi cade fuori dal ring perde, come in campagna elettorale. Dal 2013 ad oggi la scena politica nazionale è mutata considerevolmente, rendendo questa campagna elettorale uno degli eventi più attesi, sia dai politici che da anni pretendono il ritorno alle urne, sia dagli elettori più o meno fidelizzati che auspicano il trionfo dei propri beniamini.

Il bipartitismo esemplare della Prima Repubblica che vedeva contrapposti due poli pressoché inconciliabili – Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano – ha abbandonato da tempo la nostra penisola e in questa campagna elettorale è sempre più evidente come il panorama politico nostrano contempli tre realtà, forse quattro, ben distinte. A differenza del decennio passato quando gli elettori erano facilmente polarizzati tra i pro-Berlusconi e i contro-Berlusconi, l’ascesa vertiginosa del Movimento Cinque Stelle ha sparigliato le carte in tavola già a Bersani nel 2013 e ha trasformato sia i toni del dialogo politico, sia il formato della competizione.

Su tanti, troppi articoli di “settore”, che si occupano di politica italiana e non solo, si legge spesso come al giorno d’oggi l’elettorato sia fluido, non più polarizzato su schieramenti e ideali.

Tutti contro tutti: la campagna elettorale come una royal rumble

In questo clima politico mutevole, la campagna elettorale che stiamo vivendo è la prima competizione nazionale – nel 2013 il risultato del Movimento è stato del tutto inaspettato, anche per il Movimento stesso – in cui il bipolarismo del passato è definitivamente diventato una Royal Rumble, una rissa senza esclusione di colpi. Non più uno contro uno come un incontro di boxe, ma tutti contro tutti, apparentemente senza criterio.

Nel corso di una legislatura lunga e tormentata l’opinione pubblica si è comunemente divisa tra partiti di Governo e di opposizione, polarizzata tra il Partito Democratico di Matteo Renzi e la sua lunga sfilza di detrattori tra i quali spiccavano il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord, anzi Lega Salvini Premier.

I politici più scafati, Silvio Berlusconi in primis, hanno vivacchiato per cinque anni di legislatura, a tratti sostenendo il Governo, altre volte mettendolo in difficoltà, senza annoiare l’opinione pubblica con sparate megalomaniche e potendo vantare successi e allontanare le critiche.

In questo panorama sempre più complesso è difficile oggi distinguere due poli in conflitto, due ideali contrapposti. Le fazioni politiche si sono più o meno divise tra coloro che sostengono l’operato della precedente legislatura e chi fa il contrario, ma anche tra i detrattori non tira una buona aria.

In una campagna elettorale che non sembra ancora partita, a quasi due settimane dal 4 marzo, la comunicazione di tutti i principali candidati premier pare essere sempre più confusa.

In questa Royal Rumble comunicativa, in cui scarseggiano le proposte e abbondano le polemiche e gli attacchi personali, si riesce a intravedere un barlume di senso solamente leggendo gli eventi in chiave futura, di varie ed eventuali alleanze successive al fatidico giorno del voto.

Le scelte politiche di Matteo Renzi, legate alle candidature nei collegi e aspramente criticate sia dalla minoranza Dem che dai leader di Liberi e Uguali, se lette in concomitanza con le dichiarazioni a mezzo stampa tendono a dare adito soprattutto a una speculazione: la speranza del segretario del Partito Democratico risiede nella sempre più esigua possibilità di dare vita a un cosiddetto “governissimo” fatto di larghe intese con la destra moderata di Silvio Berlusconi.

Allo stesso modo, così come Matteo Renzi tende a non attaccare direttamente (salvo eccezioni o domande puntuali) il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi difficilmente rilascia dichiarazioni al vetriolo contro la coalizione di centrosinistra, con la quale peraltro condivide alcuni punti programmatici, in primis il mantenimento della Legge Fornero e lo spirito europeista.

In diverse interviste il Cavaliere si è scagliato violentemente contro il Movimento Cinque Stelle, denunciandone l’incompetenza, la pericolosità, le caratteristiche settarie. Lo stesso ha fatto Matteo Renzi, che ha accomunato più volte il Movimento alla Lega, tendando di allontanare il partito estremista di Salvini dall’elettorato moderato di Berlusconi.

Anche le posizioni dure tenute da Berlusconi nei confronti del fenomeno migratorio, promettendo espulsioni di massa, accreditano l’ipotesi che il Cavaliere voglia polarizzare su di sé i voti della coalizione, per poi decidere con chi formare un Governo più credibile.

Le antipatie e le distanze programmatiche tra Berlusconi e Salvini si sono fatte sempre più accese durante la campagna elettorale, al punto che il leader del Carroccio, durante il confronto a Otto e Mezzo con Laura Boldrini non ha neppure accennato a eventi pubblici comuni. Sebbene i diretti interessati smentiscano spesso, dunque, sembra che l’intesa tra Renzi e Berlusconi possa durare anche dopo il 4 marzo, ma i due leader dovranno fare i conti dei parlamentari ottenuti, che, almeno dagli ultimi sondaggi, parrebbero non essere sufficienti per la formazione di un Governo stabile.

Al di fuori delle due coalizioni, il Movimento Cinque Stelle continua la sua Royal Rumble personale.

Continua tra dissidi interni e problematiche di coerenza, bersaglio di attacchi e di critiche da ogni fronte, ai quali risponde prontamente colpo su colpo. Per spostare quanti più voti d’opinione possibile, la campagna elettorale del Movimento si articola proprio intorno a questa situazione: i poteri forti che hanno sempre governato il Paese si scagliano trasversalmente contro chi vuole scardinarli.

Di Maio e altri esponenti di spicco hanno spesso minacciato il plumbeo fantasma di un Governo a larghe intese, comunemente ai volti noti di Liberi e Uguali, che consci di poter influire ben poco in termini di numeri hanno legittimamente accusato Matteo Renzi di aver personalizzato il Partito Democratico, ma non si sono sbilanciati sul futuro post 4 marzo.

Al momento il più probabile degli esiti risulta essere un Governo monocolore, di centrodestra, ma a due settimane dal voto tutto può succedere e chissà che gli interessi personali, come spesso accade, non prevalgano su quelli ideali o di coalizione.

Andrea Massera

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