Gruppo partigiano "Corradini" di Sarnano (MC), 1944
Gruppo partigiano "Corradini" di Sarnano (MC), 1944 (fonte: Archivio ANPI - Comitato Provinciale di Macerata)

Conobbi la partigiana Tina Costa nel novembre del 2019. Ebbi l’occasione di ascoltare il racconto della sua attività di staffetta partigiana e la invitai nel mio liceo per un incontro con le studentesse e gli studenti. Non facemmo in tempo a realizzarlo, perché morì poco dopo, riuscì però a concedermi un’intervista per il giornale della scuola, rimasta finora inedita. Chi l’ha conosciuta non vi troverà nulla di nuovo, per tutti gli altri sarà una preziosa scoperta.

Di Tina Costa, a sette anni dalla scomparsa, non dimenticheremo mai la passione e la forza.

Dalle valli del riminese alle strade di Roma

Tina Costa nasce nel 1925 a Gemmano, nel riminese, in una famiglia antifascista. È in questo ambiente che matura la sua scelta: ancora giovanissima, decide di partecipare alla Resistenza come staffetta lungo la Linea Gotica.

Nel dopoguerra si stabilisce a Roma, dove diventa una colonna portante dell’ANPI, del sindacato e del suo partito (PRC). Ma è tra i banchi di scuola che Tina trova la sua dimensione più amata, raccontando la Resistenza a centinaia di studenti con una passione e una chiarezza capaci di annullare ogni distanza generazionale.

Nel 2018, a novantadue anni, partecipa insieme al partigiano Modesto Di Veglia al Roma Pride, sfilando sul carro. In quell’occasione dichiarò: «Sono una donna libera, vado dove voglio io, non devo chiedere il permesso a nessuno e ho accettato subito. […] hanno il diritto di fare quello che ritengono più opportuno della loro vita. L’orientamento sessuale non può e non deve essere un fattore di discriminazione. Quando abbiamo combattuto per conquistare la libertà non era mica solo per noi? Io la Liberazione non l’ho fatta solo per me.»

«Dammi del tu», il dialogo con Tina

Tina, quando è cominciata la sua ribellione al fascismo?

«Per favore Gabriele, dammi del tu.

La mia ribellione è cominciata molto presto, da bambina: avevo sette anni. A scuola volevano che indossassi la divisa delle Figlie della Lupa. Inizialmente l’idea mi piacque: ero piccola, mi sembrava una novità, qualcosa di interessante. Ma venivo da una famiglia antifascista. Mio padre era socialista, mamma era invece comunista, iscritta al PCI dal 1935. In casa si respirava un’altra aria. Così, il giorno dopo, andai a scuola vestita normalmente.»

Continuo col tu, allora! Grazie! Quanto ha contato la tua famiglia per la tua scelta antifascista?

«Moltissimo, la mia era una famiglia profondamente antifascista: in casa si parlava di politica, di libertà, di giustizia sociale. Crescere in quell’ambiente ti dà degli strumenti per capire da che parte stare. Per me la scelta partigiana è stata naturale.»

Tina, cosa faceva una staffetta partigiana?

«Noi collegavamo i partigiani: portavamo messaggi, armi, viveri. Io attraversavo la Linea Gotica in bicicletta. Era un lavoro rischioso, ma fondamentale. Senza le staffette molte azioni non sarebbero state possibili. A volte bastava un controllo dei tedeschi o dei fascisti per essere arrestati.»

Caterina Rigoni Boemo, staffetta partigiana (come Tina Costa) dell'Altopiano dei Sette Comuni
Caterina Rigoni Boemo, staffetta partigiana (come Tina Costa) dell’Altopiano dei Sette Comuni (fonte: Wikimedia Commons)

Tu sei mai stata arrestata?

«Sì, insieme a mia madre e a uno dei miei fratelli. Dovevano deportarci nel campo di Fossoli ma durante il viaggio ci fu un bombardamento degli Alleati e riuscimmo a fuggire dal convoglio.»

In quell’occasione hai rischiato la vita, Tina.

«Sì e non fu l’unica volta. Un’altra volta andai a Rimini per incontrare tre compagni partigiani, ma mentre andavo delle donne mi intimarono di tornare indietro. Poco dopo quei tre ragazzi furono catturati dai nazifascisti e poi impiccati. Se non mi avessero fermata, le vittime sarebbero state quattro, anzi cinque, dato che ero in attesa di mio figlio.»

Perché accettavate questi rischi?

«Volevamo la libertà e un paese libero dal fascismo e dall’occupazione nazifascista. Sentivamo che quella era la battaglia giusta. Non pensavamo a noi stessi, pensavamo al futuro.»

Partigiani dell’Oltrepò al Castello di Pavia, 25 aprile 1945 (fonte: Wikimedia Commons)

E dopo la guerra hai continuato l’impegno politico, Tina?

«Sì, perché la Resistenza non finisce nel 1945. Per me è stata una scelta di vita. Ho continuato a fare politica, a lavorare nel sindacato e nell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. La Costituzione nasce da quella lotta e bisogna difenderla ogni giorno. I partigiani non sono solo quelli che hanno combattuto con le armi. Partigiano è chi si batte contro le ingiustizie, per la libertà e per la pace.»

Gabriele Bartolini

Gabriele Bartolini
Gabriele Bartolini (Roma, 2003) studia Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. È presidente della sezione ANPI di Trastevere e membro del Comitato Provinciale dell’ANPI di Roma. Fa parte del gruppo dell’ANPI Nazionale che lavora sulle giovani generazioni. Cura per Patria Indipendente una inchiesta sul tentativo di riscrittura della Storia tramite le intitolazioni di vie e spazi pubblici a Giorgio Almirante.

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