
Il volto della Repubblica italiana non appartiene ad Alcide De Gasperi o a Palmiro Togliatti. Non è quello di un costituente, di un ministro o di un leader politico. Il volto della Repubblica è quello di una ragazza di ventiquattro anni che sorride dietro una copia del Corriere della Sera. Si chiamava Anna Iberti e per decenni nessuno seppe chi fosse.
La fotografia scattata da Federico Patellani è diventata una delle immagini più celebri della storia italiana del Novecento. In quello scatto una giovane donna emerge dalle pagine di un quotidiano che annuncia la nascita della Repubblica. Milioni di italiani hanno visto quel volto senza conoscerne il nome. Soltanto nel 2015, grazie all’iniziativa di un giornalista, Mario Tedeschini Lalli, l’identità di Anna Iberti è stata resa pubblica. Nel giugno del 1946 lavorava come impiegata amministrativa presso l’Avanti!, il quotidiano socialista, dopo aver conseguito il diploma magistrale e aver insegnato per un breve periodo. Proveniva da una famiglia milanese antifascista e democratica. Come milioni di altri italiani non stava facendo la storia. La stava vivendo.

Una fotografia, frutto di 41 scatti, che ha accompagnato la storia di una rinascita.
La forza di quella fotografia deriva proprio da questo. Nello sguardo di Anna Iberti si condensano le speranze, le attese e le incertezze di un Paese che usciva dalla guerra più devastante della sua storia. Quando l’obiettivo di Patellani la immortala, l’Italia è già cambiata profondamente. La dittatura fascista è crollata da quasi tre anni. La guerra è terminata da poco più di dodici mesi. Le città portano ancora le ferite dei bombardamenti. L’economia è in ginocchio. La società italiana cerca di ricostruire sé stessa prima ancora delle proprie infrastrutture. La fotografia racconta un momento che appare semplice e spontaneo, ma alle sue spalle si estende una delle più complesse transizioni politiche della storia nazionale.
Il 2 giugno 1946 non fu soltanto la data di un referendum. Fu il punto di arrivo di un percorso iniziato molto prima. Dopo la Liberazione, la questione istituzionale divenne rapidamente il nodo centrale della politica italiana. La Monarchia sabauda portava sulle proprie spalle il peso del compromesso con il fascismo. Vittorio Emanuele III aveva firmato le leggi liberticide del regime, aveva avallato la legislazione razziale del 1938 e aveva accompagnato Benito Mussolini nelle principali scelte che avevano condotto il Paese alla catastrofe. La sua figura appariva irrimediabilmente compromessa agli occhi di una larga parte dell’opinione pubblica.
La soluzione della questione istituzionale richiese prudenza, pazienza e capacità di mediazione. Alcide De Gasperi comprese che la scelta tra Monarchia e Repubblica non poteva essere imposta dall’alto. L’Italia usciva da vent’anni di dittatura e da una guerra civile. La legittimazione del nuovo ordine politico doveva passare attraverso il consenso popolare. Fu questa la ragione che portò alla scelta del referendum istituzionale. La forma dello Stato sarebbe stata decisa direttamente dai cittadini.
Prima ancora del referendum, tuttavia, il Paese aveva già vissuto un passaggio rivoluzionario spesso trascurato dalla memoria collettiva. Nella primavera del 1946 si svolsero le elezioni amministrative che restituirono ai comuni italiani organi elettivi dopo il lungo periodo fascista. Per la prima volta le donne parteciparono al voto. Molti continuano a identificare il 2 giugno 1946 come il loro debutto elettorale. La realtà storica è leggermente diversa. Le amministrative rappresentarono il primo banco di prova del suffragio femminile. Le donne votarono, vennero elette e contribuirono alla ricostruzione della vita democratica locale. In numerosi comuni comparvero le prime amministratrici e le prime sindache della storia italiana.
Quella partecipazione non fu una concessione benevola della politica maschile. Fu il riconoscimento di una trasformazione profonda avvenuta durante gli anni della guerra e della Resistenza. Migliaia di donne avevano partecipato alla lotta di Liberazione come staffette, organizzatrici, infermiere e combattenti. Milioni avevano sostenuto il peso della sopravvivenza quotidiana mentre gli uomini erano al fronte, nei campi di prigionia o nelle formazioni partigiane. Escluderle dalla nuova cittadinanza democratica sarebbe stato impossibile.
Quando gli italiani si recarono alle urne il 2 e 3 giugno, il voto assunse dunque un significato che andava ben oltre la scelta tra Monarchia e Repubblica. Nello stesso momento veniva eletta l’Assemblea Costituente incaricata di scrivere la nuova Carta fondamentale dello Stato. Gli elettori erano chiamati a decidere il passato e il futuro dell’Italia. Da una parte la forma istituzionale del Paese. Dall’altra le donne e gli uomini che avrebbero costruito l’architettura politica della nuova democrazia.
L’affluenza raggiunse livelli straordinari. Oltre l’89 per cento degli aventi diritto partecipò alla consultazione. Circa tredici milioni di donne e dodici milioni di uomini si presentarono ai seggi. Le cronache dell’epoca raccontano file interminabili, attese pazienti e una diffusa consapevolezza di trovarsi davanti a un appuntamento storico. Il voto non veniva percepito come un rituale amministrativo. Era la riappropriazione di una sovranità negata per oltre vent’anni.
Il risultato assegnò la vittoria alla Repubblica con circa il 54,3 per cento dei consensi contro il 45,7 per cento ottenuto dalla Monarchia. Dietro quei numeri si nascondeva una geografia politica complessa. Il Nord votò in prevalenza per la Repubblica. Molte regioni del Mezzogiorno confermarono la propria fedeltà alla Corona. La frattura territoriale apparve immediatamente evidente agli osservatori dell’epoca e avrebbe alimentato interpretazioni e dibattiti per decenni.
La storia del 2 giugno 1946, tuttavia, non termina con la chiusura delle urne. La Repubblica non nacque in un giorno. Tra il voto e la proclamazione definitiva trascorsero settimane dense di tensioni politiche e istituzionali. Vittorio Emanuele III aveva già tentato un’estrema operazione di salvataggio della dinastia abdicando il 9 maggio in favore del figlio Umberto II, il cosiddetto “Re di maggio”. La mossa non bastò a invertire il corso degli eventi. Le contestazioni monarchiche accompagnarono lo scrutinio. La Corte di Cassazione dovette affrontare delicate questioni interpretative. Il Governo assunse decisioni destinate a segnare il passaggio tra il vecchio e il nuovo ordine.
Quando Anna Iberti sorrise davanti all’obiettivo di Federico Patellani, la Repubblica non era ancora stata formalmente proclamata. Umberto II aveva lasciato l’Italia il 13 giugno. La proclamazione definitiva sarebbe arrivata soltanto il 18 giugno. Quel sorriso precedeva dunque la conclusione giuridica della vicenda. Rappresentava una percezione politica già maturata nella coscienza collettiva del Paese.
La nuova Italia stava prendendo forma anche attraverso la presenza femminile nelle istituzioni. Ventuno donne entrarono nell’Assemblea Costituente. Le future “Madri Costituenti” (21, tra le quali vanno ricordate Maria Federici, Lina Merlin, Angela Gotelli, Nilde Iotti e Teresa Noce) contribuirono in modo decisivo alla redazione di una Carta che avrebbe sancito il principio di uguaglianza senza distinzione di sesso, rafforzando diritti e garanzie destinati a segnare la storia repubblicana.
A quasi ottant’anni di distanza, il volto di Anna Iberti (“il volto del 2 giugno 1946“) continua a raccontare quella stagione meglio di molti discorsi ufficiali. La fotografia di Patellani restituisce il significato più profondo della nascita della Repubblica: il passaggio da una cittadinanza limitata a una cittadinanza pienamente condivisa, l’ingresso delle donne nella vita politica nazionale, la volontà di costruire nuove istituzioni sulle macerie della dittatura e della guerra.
La lunga storia del 2 giugno 1946 non coincide soltanto con la scelta tra Monarchia e Repubblica. Racconta la ricostruzione di una comunità politica uscita dalla guerra, il ritorno degli italiani alle urne dopo vent’anni di dittatura, l’allargamento della partecipazione democratica e la nascita di una nuova legittimità fondata sul voto popolare. Fu il momento in cui milioni di cittadini, uomini e donne, vennero chiamati non soltanto a scegliere una forma di Stato, ma a immaginare il futuro del Paese.
A ottant’anni di distanza, la forza di quella scelta continua a risiedere proprio nella sua dimensione collettiva. La Repubblica italiana non nacque dall’iniziativa di un singolo leader, da un accordo di vertice o da una decisione imposta dall’alto. Nacque da una partecipazione straordinaria, da un confronto politico acceso ma democratico, dalla volontà di affidare agli elettori il compito di decidere il destino delle istituzioni nazionali.
Nella memoria pubblica restano le immagini dei protagonisti della transizione, la prontezza di De Gasperi, il breve regno di Umberto II, le sedute dell’Assemblea Costituente. Nella fotografia di Anna Iberti sopravvive qualcosa di altrettanto importante: il volto di una generazione che tornava a essere cittadina dopo essere stata spettatrice della storia. Quel sorriso, fissato da Federico Patellani nel giugno del 1946, continua a ricordare il significato più profondo della Festa della Repubblica: la nascita di una cittadinanza democratica che, ottant’anni dopo, resta il lascito più prezioso di quelle giornate. Un lascito da custodire, soprattutto in tempi complessi e divisivi come quelli che stiamo attraversando.
Donatello D’Andrea















































