
Quella di Bruno Buozzi è una delle figure più importanti del sindacalismo italiano. Operaio, dirigente sindacale e antifascista, dedicò tutta la sua vita alla difesa dei diritti dei lavoratori e alla lotta contro il regime fascista, pagando il suo impegno con la vita.
Nato il 31 gennaio 1881 a Pontelagoscuro, vicino Ferrara, proveniva da una famiglia operaia. Costretto a lasciare presto la scuola, si trasferisce a Milano, dove lavora come operaio specializzato metallurgico alle Officine Marelli e poi alla Bianchi. Proprio nelle fabbriche matura una coscienza politica e sindacale, aderendo alla FIOM – il sindacato dei metalmeccanici – e al Partito Socialista Italiano nel 1905, dove milita nella fazione riformista di Filippo Turati. In poco tempo diviene membro del consiglio direttivo della FIOM e nel 1911 ne è eletto segretario generale. Dall’aprile del 1912 siede del consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro (C.G.d.L.). Grazie alle sue incredibili capacità organizzative e politiche, Buozzi diventa rapidamente uno dei principali dirigenti del movimento operaio italiano.
Nel 1919 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati con il PSI. Pochi mesi più tardi, nel settembre di quell’anno, nel culmine del cosiddetto “biennio rosso”, organizza e guida le mobilitazioni operaie e sindacali che culminano nell’occupazione delle fabbriche metallurgiche. Alle elezioni del 1921 è nuovamente eletto deputato tra le fila del PSI. Durante il Congresso socialista di Livorno aderisce alla componente riformista e, l’anno successivo, si unisce al deputato Giacomo Matteotti e a Turati nella fondazione del Partito Socialista Unitario, nelle cui liste viene rieletto deputato alle elezioni politiche del 1924.
Con l’ascesa del fascismo, Bruno Buozzi assume una posizione di netta opposizione nei confronti di Mussolini e del movimento politico guidato dal Duce. In seguito all’assassinio di Matteotti, nel 1924, partecipa alla secessione dell’Aventino, scegliendo di contrastare apertamente il governo senza collaborare o mediare mai col fascismo. Nel marzo del 1925 è tra i protagonisti delle grandi mobilitazioni dei lavoratori metallurgici, guidando gli ultimi scioperi di massa del settore.
Pur essendo costantemente sorvegliato e perseguitato, bersaglio di minacce di morte e vittima di aggressioni da parte delle squadracce fasciste, come accadde a Torino nel 1924, riesce comunque a consolidare il proprio ruolo nel movimento sindacale, venendo nominato segretario generale della CGdL nel dicembre del 1925.
Nel 1926 Buozzi è costretto dalle persecuzioni politiche e delle continue intimidazioni a lasciare l’Italia e a rifugiarsi in Francia. Stabilitosi a Parigi insieme alla famiglia, prosegue con determinazione il proprio impegno sindacale e antifascista: ricostituisce in esilio la CGdL e collabora con gli ambienti democratici europei dirigendo il giornale L’Operaio Italiano, diffuso clandestinamente anche in Italia nonostante la repressione fascista. Nel frattempo, il 9 novembre 1926, la Camera dei deputati – riconvocata da Mussolini per approvare le cosiddette leggi eccezionali – decreta la decadenza dei 123 parlamentari aventiniani, tra cui lo stesso Buozzi.

Durante la guerra civile spagnola Buozzi coordina la raccolta e l’invio di aiuti a favore dei combattenti antifascisti. In quegli anni mantiene uno rapporto molto stretto con Filippo Turati, assistendolo fino agli ultimi giorni di vita. Il leader socialista muore infatti il 29 marzo 1932 proprio nell’abitazione parigina di Buozzi.
Il 1° marzo 1941 Buozzi viene arrestato a Parigi dalle autorità tedesche su richiesta del governo fascista italiano, e incarcerato nel carcere parigino de La Santé. Durante la detenzione ritrova Giuseppe Di Vittorio, storico compagno della CGdL, assieme al quale viene successivamente trasferito prima in Germania e poi nuovamente in Italia. Viene dunque internato a Montefalco, in provincia di Perugia, dove rimane per circa due anni.
Dopo la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943, Buozzi venne liberato il 30 luglio. Torna immediatamente all’attività politica, collabora con Sandro Pertini, anch’egli appena liberato dal confino di Ventotene, per ottenere la scarcerazione degli altri oppositori detenuti dal regime. Pochi mesi più tardi, il 10 settembre 1943, partecipa alla difesa di Roma combattendo a Porta San Paolo insieme ai primi nuclei della Resistenza socialista e ai granatieri di Sardegna, nel tentativo di fermare l’avanzata delle truppe tedesche verso Roma.
Con l’occupazione nazista di Roma è costretto alla clandestinità, assumendo il falso nome di Mario Alberti. In quel periodo si dedica soprattutto alla ricostruzione del sindacato italiano, lavorando con Giuseppe Di Vittorio e Achille Grandi alla definizione del cosiddetto Patto di Roma, che avrebbe portato alla nascita della nuova CGIL unitaria.
Il 13 aprile 1944, viene arrestato dalla polizia fascista e trasferito nel carcere di via Tasso, dove i nazisti scoprono la sua vera identità. Secondo molte ricostruzioni storiche, la sua cattura non fu casuale, bensì frutto di una precisa operazione per consegnare Buozzi a Salò. Nonostante i ripetuti tentativi del Comitato di Liberazione Nazionale di organizzarne la fuga, Buozzi rimane prigioniero fino ai primi giorni di giugno del 1944.
Con l’approssimarsi degli Alleati a Roma, i nazisti decidono di evacuare numerosi detenuti politici dal carcere di via Tasso. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1944 Buozzi viene caricato su uno degli autocarri diretti verso il nord insieme ad altri prigionieri antifascisti. Il convoglio percorre la via Cassia insieme alle colonne tedesche in ritirata. Giunti nei pressi della località del La Storta, alle porte di Roma, i prigionieri vengono fatti scendere e rinchiusi temporaneamente in un edificio rurale.

Nel pomeriggio del 4 giugno 1944 Buozzi e gli altri tredici detenuti vengono condotti in una vicina vallata e assassinati dai nazisti con un colpo di pistola alla testa. Le dinamiche della strage sono ancora oggetto di analisi da parte degli storici. Ad 82 anni dalla sua morte, continuiamo a ricordare Bruno Buozzi. Straordinario intellettuale e sindacalista antifascista, a distanza di decenni la sua eredità morale e politica resta viva – e continua a interrogarci sul passato, presente e futuro.
Gabriele Bartolini















































