
Il 4 giugno 2026 Elon Musk ha pubblicato su X un trailer di quaranta secondi. Città in fiamme, flotte di navi, un Achille generato da pixel. La didascalia recitava, con la semplicità di chi sa di provocare: “Iliad (Troy) trailer made by Grok Imagine 1.5, which was just released”. In poche ore milioni di visualizzazioni. Nei commenti, la lettura dominante era quella di un manifesto: l’intelligenza artificiale è pronta a fare cinema, e lo fa meglio di Hollywood.
Il tempismo non era casuale. A quarantatré giorni dall’uscita italiana dell’Odissea di Christopher Nolan, prevista per luglio, con Matt Damon nei panni di Odisseo, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya e Lupita Nyong’o come Elena di Troia, il trailer generativo di Grok si inserisce in una polemica già incandescente sul casting e sull’interpretazione del mito greco.
La scelta di Nolan di affidare il ruolo di Elena di Troia a Lupita Nyong’o, attrice keniota-messicana, aveva già scatenato reazioni violente online, lette da una parte del pubblico come un tradimento dell’immaginario classico eurocentrico. Lo stesso Musk era intervenuto pubblicamente, accusando il regista di aver “perso la sua integrità”.
Il trailer di Grok, insomma, non è nato nel vuoto: è una posizione politica ed estetica, un’Iliade rigidamente classicista offerta come alternativa “conforme” all’immaginario identitario della destra tech. Per comprendere cosa stia realmente accadendo, però, occorre fare un passo indietro. Non di qualche anno: di quasi due secoli.
Il trauma della tecnica: da Daguerre all’IA Grok
Quando la fotografia fece la sua comparsa nella prima metà dell’Ottocento grazie a Louis Daguerre, la reazione della comunità artistica fu viscerale. Baudelaire la descrisse come rifugio dei pittori mediocri. I critici d’arte vedevano in essa la fine della pittura, la morte della mano dell’artista soppiantata da un meccanismo chimico e ottico. Quel che accadde fu esattamente il contrario: libera dall’obbligo di riprodurre fedelmente la realtà, la pittura si reinventò. Nacquero prima l’Impressionismo e, successivamente, le Avanguardie. La fotografia non uccise la pittura: la costrinse a scoprire cosa fosse davvero.
Qualche tempo dopo, nel dicembre del 1895, i fratelli Lumière proiettarono per la prima volta una sequenza animata al Grand Café di Parigi. Anche il cinematografo fu accolto come una curiosità, una moda destinata a scomparire nel giro di qualche stagione. Tuttavia, la storia dimostrò il contrario: il cinema divenne il recipiente in cui energie, emozioni e culture impararono a coesistere, a raccontarsi e a trasformarsi.
Ogni volta che una nuova tecnologia ha fatto irruzione nel campo dell’espressione artistica, la reazione dominante è stata il rigetto. Eppure, sul lungo periodo, quella stessa innovazione ha sempre finito per ridefinire il campo: non cancellando le forme precedenti, ma costringendole a interrogarsi sulla propria necessità.
Oggi ci si trova di nuovo a quel crocevia, ma con una differenza sostanziale. La fotografia sottrasse al pittore l’obbligo di riprodurre la realtà visibile; l’IA generativa sottrae oggi al regista qualcosa di più ampio: l’esigenza di gestire set, logistica, costi di produzione, effetti speciali e montaggio. Non si tratta più di automatizzare una singola funzione, ma di simulare l’intero processo produttivo. Ed è proprio questa radicalità a rendere il confronto storicamente significativo.

Grok e lo scandalo internazionale: il suo profilo etico
Prima di analizzare le reali possibilità dell’IA in ambito cinematografico, è necessario considerare un aspetto che il dibattito mainstream tende spesso a sorvolare: il profilo etico dello strumento. I modelli generativi, come quello di Musk, non sono neutri. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, Grok è stato al centro di uno scandalo internazionale: l’introduzione di nuove funzionalità di modifica e generazione di immagini, rilasciata il 20 dicembre 2025, è stata immediatamente sfruttata per produrre deepfake sessuali non consensuali di donne, personaggi pubblici e minori.
Secondo un’analisi condotta da Copyleaks, nei giorni più critici il sistema Grok arrivava a generare un’immagine sessualizzata non consensuale circa ogni minuto, pubblicata direttamente sulla piattaforma X. Di fronte a tale scenario, il Garante italiano per la protezione dei dati personali è intervenuto con un provvedimento di avvertimento, mentre la Commissione Europea ha aperto un’indagine formale nell’ambito del rispetto delle normative sui servizi digitali (DSA). La contromisura adottata da Elon Musk si è tradotta, nei fatti, in una monetizzazione del problema: l’accesso alla generazione di immagini è stato semplicemente limitato e riservato agli utenti a pagamento.
Non si tratta di un elemento accessorio. Ignorare questi dati comporterebbe l’accettazione acritica della cornice narrativa che Elon Musk sta costruendo attorno alla propria figura: il genio visionario che democratizza l’arte. La realtà del processo produttivo si rivela decisamente più complessa e, soprattutto, più opaca.
Perché il Mito non è codificabile dall’IA
Il cuore dello scontro culturale tra l’universo generativo di Grok e la visione cinematografica di Christopher Nolan risiede nella natura stessa del Mito. L’Iliade e l’Odissea non nascono come romanzi, bensì come tradizione orale e rito collettivo, ossia una memoria condivisa attraverso cui una comunità decodifica e interpreta la propria esistenza. Il Mito non descrive la realtà, la ordina; conferisce una struttura al caos dell’esperienza umana, incluse la paura della morte, il desiderio del ritorno e il conflitto tra gloria e dovere, fissandola in archetipi universali.
È per questo che Ulisse non invecchia: la struttura che incarna coincide con quella dell’esperienza umana stessa. Ogni epoca storica lo reinterpreta per l’esigenza intrinseca di specchiarsi in lui. Quando un regista porta il Mito sullo schermo, non costruisce un’operazione di archeologia culturale, ma utilizza l’archetipo per decifrare il presente. Se i colossal peplum del dopoguerra riflettevano le dinamiche della ricostruzione europea e il Troy di Wolfgang Petersen (2004) rielaborava i concetti di guerra preventiva nell’era post-11 settembre, anche l’imminente Odyssey di Nolan viene letta attraverso le tensioni geopolitiche del 2026. In un’epoca segnata dalla frammentazione digitale, Ulisse diventa il simbolo dello smarrimento contemporaneo: l’uomo impossibilitato a tornare non perché gli dèi siano contrari, ma per l’incapacità di capire cosa sta cercando.
Un’IA non può comprendere questo genere di conoscenza, poiché essa non è codificabile all’interno di un dataset. L’algoritmo si limita ad analizzare la produzione pregressa, comprendente milioni di immagini, filmati e testi, e poi calcola la combinazione statisticamente più efficace per rispondere a un prompt. Si tratta di una sintesi tecnologica sofisticata, ma che rimane un lavoro interamente focalizzato sul passato.
Il trailer di Grok è visivamente imponente: elmi corinzi, mura in fiamme e inquadrature epiche che ricordano la firma estetica di registi come Ridley Scott o Zack Snyder. Il filmato rappresenta la media aritmetica dell’epica visiva già codificata dalla storia del cinema ed è proprio per questo che fatica a essere considerato un’opera d’arte. Il video generato pecca di urgenza espressiva. Non c’è nessuno dietro la macchina da presa che abbia dovuto scegliere il motivo profondo per cui raccontare l’Iliade oggi, né il perché di quelle luci e sceneggiatura specifiche. In assenza di un punto di vista originale, permane solo la ricombinazione esteticamente coerente di sguardi altrui. Il regista non è un mero esecutore tecnico, bensì il custode del senso. Questa funzione non è tecnica, ma esistenziale. Richiede un’esperienza che si ottiene solo vivendo. L’intelligenza artificiale può solo simularla, non esercitarla.
Verso l’estetica dell’impurità
È ragionevole ipotizzare che l’IA finirà per assorbire la produzione seriale, i trailer, i film di genere più convenzionali e le ricostruzioni epiche standardizzate. Ma proprio liberando il cinema da questa produzione standard, essa renderà forse più visibile ciò che Hollywood ha sempre espresso al suo meglio: la capacità di guardare il mondo con uno sguardo così personale da non poter essere generato da un algoritmo.
Quando il pubblico si sarà stancato della perfezione geometrica del visivo generativo (uno scenario prevedibile, come già dimostrato dal rigetto verso il fotorealismo iperlevigato dei remake Disney o l’omologazione cromatica teal and orange dei blockbuster anni Duemila), inizierà a cercare l’impurità: l’inquadratura storta, la luce imperfetta, la scelta che non corrisponde a quella statisticamente più probabile, bensì a quella emotivamente necessaria. Si cercherà il segno tangibile di qualcuno che ha deciso, un essere umano.
Fino ad allora, la domanda non è se Grok sia capace di realizzare un film. Le IA possono senza dubbio produrre qualcosa che assomigli un’opera cinematografica. La vera questione è se tali strumenti abbiano qualcosa da comunicare. E a questo interrogativo, per ora, la risposta rimane negativa. Perché per reinventare il Mito e parlare agli archetipi universali, bisogna prima condividere la loro stessa condizione umana, tragica e meravigliosa. L’intelligenza artificiale non ha nostalgia di casa. Non può raccontare Ulisse.
Catia Somma















































