Francesca Zanni

Il racconto della memoria, nel giornalismo contemporaneo, sta assumento forme sempre nuove, più potenti e innovative. In questo scenario si inserisce il lavoro di Francesca Zanni: giornalista, autrice e podcaster che ha scelto di fare della ricostruzione storica e della cura dei ricordi il centro della sua ricerca espressiva trasformando frammenti di passato in narrazioni documentaristiche avvolgenti e accessibili. La abbiamo intervistata per conoscere la natura della sua passione e raccontarci dei suoi podcast. Buona lettura!

Cara Francesca, partiamo dall’inizio: quando hai capito che raccontare storie sarebbe diventato il tuo mestiere? «Ho iniziato a scrivere su un giornale quando ero all’università, quindi posso dire che è da tanto tempo che raccontare storie mi appassiona. Per quattro anni ho tenuto una rubrica che parlava soprattutto di immigrazione e temi sociali e culturali, mi piaceva molto ma poi la mia strada professionale mi ha portato su altre attività. Dopo la laurea magistrale ho lavorato per alcuni anni in un ente pubblico come referente di progetti europei tra cui il programma Erasmus e poi in enti di formazione, ma non ero felice e nel 2018 ho deciso di frequentare un corso di giornalismo e dei corsi di scrittura creativa e sceneggiatura. Da lì è cambiato tutto e sono ritornata a fare quello che davvero amo: ho iniziato a collaborare con alcune testate online e con case editrici. Potrei dire che il momento in cui ho capito che era la mia strada è stato proprio questo: quando ho lasciato un lavoro tradizionale da impiegata in ufficio per diventare giornalista freelance. Nel 2019 ho pubblicato il mio primo podcast indipendente, si chiamava Irrisolti. I misteri del crimine e ha subito riscosso molto successo, ho pubblicato più di 90 episodi su casi irrisolti italiani ed esteri e superato i 2 milioni di ascolti. La pubblicazione degli episodi è terminata ma l’anno scorso è uscito il mio primo libro dal titolo Irrisolti. Dieci crimini italiani: vittime senza giustizia, edito da Bompiani che parte proprio dall’esperienza del podcast. Dopo il primo podcast ne ho pubblicato un secondo, sempre indipendente, dal titolo Rumore. Il caso di Federico Aldrovandi, che ha vinto il premio “Pod24” di Radio24 come miglior podcast d’inchiesta indipendente e due premi agli Italian Podcast Awards (Miglior podcast Indie Narrazione e Podcast Indie dell’anno). Dopo questa esperienza posso dire che la mia carriera come giornalista nel mondo podcast è decollata perché dal 2023 collaboro con Radio24 con cui ho pubblicato tre podcast: Cento giorni dopo. Il caso Amedeo Damiano nel 2023, Come una marea. Il caso Franco Mastrogiovanni nel 2024 (che ha vinto il premio di Miglior podcast diversity agli Italian Podcast Awards 2025) e La legge di Paola nel 2025. Contemporaneamente ho lavorato a podcast didattici per Zanichelli editore, a podcast divulgativi per NBFC, e ho pubblicato il podcast Non c’era una volta, scritto e narrato insieme a Valentina Calderone per Fandango e La sospensione. Bolzaneto e il G8: 25 anni dopo per Amnesty International Italia, prodotto da Emons Record in collaborazione con Domani. Al momento sto lavorando a un nuovo podcast in uscita a settembre e a un nuovo libro.»

C’è stato un momento o un episodio che ha acceso questa passione? «Direi quando non vedevo l’ora di tornare a casa dal lavoro e dedicarmi a leggere e documentarmi su casi di cronaca, quello che ora è diventato, finalmente, il mio lavoro, e quindi ciò a cui dedico la maggior parte del tempo. Ma c’è stato anche un altro momento: quando ero piccola, vicino la casa in cui sono cresciuta, c’era una scritta su un muro. Diceva: “Pinelli assassinato, dirlo a Modena è reato”. Erano anni in cui non si aveva accesso continuo a internet, ma io volevo assolutamente sapere chi fosse questo Pinelli e che storia ci fosse dietro quella scritta. È stato un pensiero che mi ha accompagnata finché non sono riuscita a scoprirlo (ero una bambina!). Molti anni dopo, ho raccontato questa storia alle figlie di Pino Pinelli quando le ho incontrate per un’intervista, che oggi è nel mio libro.»

Sei giornalista, autrice e podcaster: cosa ti affascina maggiormente del racconto della realtà attraverso la voce? «Raccontare le storie tramite le voci delle persone protagoniste delle vicende, senza il filtro della rielaborazione su carta, e con tutto il pathos del loro racconto con la loro viva voce secondo me non ha paragoni. Naturalmente anche leggere le interviste è potente, ma credo che poter sentire dalle voci dei famigliari delle vittime, dalle voci degli avvocati che li hanno seguiti, da quelle dei magistrati che si sono occupati dei casi, dia al racconto un’autenticità maggiore.»

Perché hai scelto il podcast come strumento narrativo? «Perché tramite il podcast ci si può concentrare sul racconto. L’audio, a differenza del video e della carta stampata è immersivo, ha la capacità, secondo me, di portarti dentro la storia.»

Hai realizzato podcast molto diversi tra loro, dal true crime ai temi sociali e storici. Come scegli le storie che meritano di essere raccontate? «Le scelgo in base a quello che una determinata storia può raccontare di ciò che accade nel nostro paese a livello politico, sociale e culturale. Mi sono occupata spesso di violenza da parte delle forze di polizia, ma anche di temi legati ad altre forme di abuso, come quello medico o sul lavoro. Credo che ci siano storie che possono davvero aiutare a far aprire gli occhi su determinati temi.»

Se possiamo chiedertelo, qual è stato il tuo preferito da raccontare? «Non posso scegliere tra “i miei figli”, ho realizzato tutti i miei podcast con passione e coinvolgimento. Per me è fondamentale mettere al centro la vittima: non ci sono vittime più meritevoli di altre, credo che tutte le storie che ho raccontato mi abbiano lasciato qualcosa. Parlare con i famigliari di una persona uccisa, a prescindere dalle circostanze, è sempre molto toccante. Sicuramente posso dire che la prima volta che l’ho fatto, quindi per il podcast Rumore su Federico Aldrovandi, è stato davvero molto emozionante. Ma non ci si abitua mai, e spero di non abituarmi davvero mai a questo tipo di racconti.»

Quando inizi un nuovo progetto, da dove parti: dalla ricerca giornalistica, dalle testimonianze o da una domanda che ti accompagna? «Per me il primo passo è sempre quello di documentarmi a fondo. Il secondo è quello di andare sul campo a fare le interviste. Le domande mi accompagnano sempre!»

Il tuo nuovo podcast, La sospensione. Bolzaneto e il G8: 25 anni dopo, affronta una delle pagine più controverse della storia italiana recente. Come è nata l’idea di dedicare una serie a questo tema? «In realtà l’idea non è mia ma del portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, che ringrazio per aver pensato a me. Ci eravamo conosciuti in occasione dei podcast Rumore e Come una marea, dove Riccardo interviene come ospite. Siamo sempre rimasti in contatto e sono onorata che abbia affidato a me un progetto così importante. Amnesty voleva ricordare, a 25 anni di distanza, le gravissime violazioni dei diritti umani che si sono verificate a Genova nel 2001 e ha voluto farlo con un podcast, affidando a me la realizzazione delle interviste, la scrittura e la voce narrante. Credo che sia un progetto davvero importante, soprattutto in questo momento storico e sono davvero grata di averlo potuto realizzare.»

Nel podcast emergono le voci di chi ha vissuto direttamente quei fatti. Quale testimonianza ti ha colpito maggiormente durante il lavoro di ricerca e registrazione? Scrivere questo podcast è stato molto lungo e complesso. In totale ho realizzato 17 interviste, e sono tutte testimonianze molto forti. Ho intervistato 3 persone che sono state alla Diaz e a Bolzaneto (Anna Kutschkau, Valeria Bruschi e Daniel McQuillan) e una che è stata alla Diaz (Lorenzo Guadagnucci). I loro racconti delle violenze di quei giorni sono davvero sconvolgenti. Anche il racconto dei giornalisti, dei magistrati e degli avvocati che hanno vissuto quei giorni e i processi negli anni successivi è stato davvero fondamentale per capire meglio questa storia. Ma l’intervista più toccante è stata sicuramente quella che ho fatto ad Haidi Gaggio ed Elena Giuliani, la madre e la sorella di Carlo Giuliani, morto il 20 luglio 2001 e per il cui omicidio non è mai nemmeno stato celebrato un processo. L’intervista si è svolta in quella che era la camera di Carlo, e devo dire che è stata una delle interviste più difficili e toccanti che abbia mai fatto.»

Molti dei nostri studenti non erano ancora nati nel 2001. Perché ritieni importante raccontare oggi il G8 di Genova alle nuove generazioni? «Perché nessun diritto è mai dato per acquisito per sempre. Inoltre, il G8 di Genova è uno dei capitoli più bui della nostra storia recente, una pagina di storia che ha cambiato il mondo in modo radicale, e ha plasmato il modo in cui viviamo oggi.»

Il podcast parla di memoria, diritti e democrazia. Qual è il messaggio principale che speri rimanga negli ascoltatori al termine dell’ascolto? «Che manifestare è un diritto, e che la sospensione di diritti umani fondamentali, come il diritto all’integrità, al non subire trattamenti inumani e degradanti, al non subire tortura, è qualcosa che è avvenuto davvero, nel nostro paese. E non in un remoto angolo del mondo di secoli orsono, ma solo 25 anni fa, in Italia.»

È vero che l’ultima puntata sarà “speciale”? Perché? «L’ultima puntata, la settima, che uscirà il 20 luglio, è una puntata speciale perché riporta il discorso all’attualità. La domanda fondamentale che ci poniamo è: “potrebbe succedere ancora?”.»

Se potessi intervistare una persona, del passato o del presente, per un futuro podcast, chi sceglieresti e perché? «Nella prima puntata del mio podcast Non c’era una volta, uscito quest’anno per Fandango, io e la coautrice Valentina Calderone raccontiamo la storia di Antonia Bernardini, una donna che morì nel 1974 mentre era legata a un letto dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Pozzuoli. Per liberarsi aveva cercato di dare fuoco alle cinghie di contenzione che la tenevano legata al letto, ma purtroppo il materasso prese fuoco e con esso le sue carni. Mi piacerebbe poter tornare indietro nel tempo per poter dare voce a questa donna, la cui vita è stata spezzata troppo presto da un sistema che rinchiudeva le donne ai margini e con disagio psichico e le condannava a una vita di reclusione e abbandono.»

Per concludere: quale podcast, italiano o internazionale, consiglieresti a chi vuole innamorarsi di questo mezzo di comunicazione? «Oltre ai miei? No scherzi a parte, ne consiglio 3: Indagini, di Stefano Nazzi per il Post; Io sono libero, di Alessandro Milan per Radio24 e Comprami, di Daniele Vaschi per Il Sole 24 ore.»

Sabrina Mautone

Sabrina Mautone
Sabrina Mautone nasce a Napoli il 18/05/96 e vive a Milano. Giornalista pubblicista laureata in Lingue Moderne presso la Federico II e specializzata in Comunicazione e Cooperazione Internazionale per Istituzioni ed Imprese presso l'Università Statale di Milano. Con un master post-lauream in Giornalismo Radio-Televisivo a Roma, lavora da freelancer e segue eventi in Italia e all'estero.

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