Lo stretto di Hormuz è una bomba a orologeria innanzitutto per gli iraniani
fonte: WikimediaCommons

Da quando è iniziato il 2026, il Presidente USA Donald Trump si sta decisamente distaccando dalla nomea del “presidente che non ha iniziato alcuna nuova guerra” proveniente dal precedente mandato alla Casa Bianca. Lo abbiamo visto con i fatti di Caracas e la detenzione di Maduro, con le tensioni in Groenlandia e a Cuba e, ultimo di questa lunga serie, con il conflitto militare in Iran. Ma in questo scontro geopolitico, Donald Trump ci sta facendo capire come l’economia mondiale, così iperconnessa e globalizzata, si regga in realtà grazie a trascurabili realtà geografiche come lo Stretto di Hormuz, nodo logistico fondamentale e attore principale in questa guerra tra Oriente e Occidente. Questa piccola striscia di mare sta decidendo le sorti delle economie di diversi paesi, ma quello più a rischio sembrerebbe essere proprio l’Iran.

Un conflitto costosissimo

Quando il 28 febbraio 2026 gli USA hanno iniziato l’ennesima guerra in Medioriente bombardando la città di Teheran, il regime iraniano ha risposto con una carta inespugnabile tanto per gli Stati Uniti quanto per chiunque nel mondo volesse dichiarare guerra all’Iran: lo Stretto di Hormuz. Questa piccola striscia di mare è il perno del commercio globale; da questo passaggio transita circa il 20-30% del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale.

Come risposta agli attacchi subiti e l’uccisione del leader della teocrazia iraniana Ali Khamenei, il regime ha prontamente risposto con la chiusura dello stretto di Hormuz, che è rimasto interdetto a quasi tutto il traffico marittimo per tutto il mese di marzo. Questo ha significato enormi perdite e rincari in moltissimi settori, dall’energia all’agricoltura oltre al commercio mondiale in generale. La chiusura ha fatto crollare il transito delle petroliere registrando il più grande aumento del prezzo del petrolio dal 2008.

Inoltre, gli esiti fragili degli incontri negoziali con le improvvise aperture e chiusure dello stretto hanno generato un clima di incertezza e preoccupazione che non sembrano lasciare spazio a scenari e sviluppi positivi.

Chi ci rimette per davvero?

In questa situazione, sembrerebbe che quella del regime iraniano sia una posizione avvantaggiata, “padroni” di una striscia di terra che comanda le economie del mondo intero mentre la posizione USA apparirebbe come quella di uno stato che, sebbene sia una superpotenza, non riesce a far prevalere le proprie posizioni. In questa battaglia c’è però da considerare un elemento importante: il regime iraniano si trova in un momento critico e ha molto di più da perdere rispetto agli Stati Uniti

Già da prima degli attacchi di USA e Israele su Teheran, l’Iran stava attraversando un momento molto difficile dal punto di vista interno: la galoppante inflazione che non ha mai smesso di attanagliare il Paese sin dai tempi del secondo dopoguerra e stava già da prima mettendo in ginocchio il popolo iraniano. Negli ultimi giorni del 2025, in diverse città iraniane, hanno avuto luogo numerose e partecipate manifestazioni di piazza a causa dell’insostenibile crisi economica che impedisce alla popolazione di accedere a beni di prima necessità come acqua, cibo e medicine.

Le proteste, iniziate come semplici manifestazioni contro le politiche economiche del paese, si sono estese in poco tempo in moltissime città e hanno preso la forma di una rivolta contro il regime. La repressione è stata brutale, migliaia di cittadini sono stati arrestati e centinaia le vittime. Oggi, a quasi due mesi dall’inizio del conflitto, le condizioni degli iraniani non sono migliorate e la chiusura dello stretto sembra essere una manovra che ostacola più il popolo iraniano che gli avversari. La carenza di pane, legata allo stop all’importazione della farina per via della situazione a Hormuz, ha raddoppiato il prezzo del pane e così per tanti altri generi di prima necessità.

Il paradosso dello stretto di Hormuz

La crisi dovuta alla chiusura dello Stretto di Hormuz fa riflettere su quanto questa nostra economia globalizzata e iperconnessa sia tanto grande quanto vulnerabile. Le strutture economiche di tutto il mondo ne risentono pesantemente, nei prezzi dei carburanti come nella logistica, ma se volgiamo lo sguardo verso chi quella guerra la vive davvero, cioè il popolo iraniano, schiavo di un regime che non fa i loro interessi, ci accorgiamo che i primi a rimetterci sono proprio coloro che di quel nodo strategico “hanno le chiavi”.

Benedetta Gravina

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui